17/07/2012
Donne veneziane: lo zengàle e l'arte de " tacàr botòn"

Le donne veneziane, sia nobili che popolane hanno sempre avuto un modo particolare di esprimere la propria femminilità: donne argute, decise, la battuta pronta, e consapevoli del proprio essere persone, oltre che donne.
A Venezia queste caratteristiche venivano definite con un termine " morbin": questo brio, questa vivacità, questo modo di sapersi districare tra le attenzioni degli uomini senza offendere, ma lasciando in qualche modo, aperta la strada per continuare a relazionarsi con gli altri senza per questo promettere nulla, esempio eclatante nella letteratura è la descrizione di Goldoni, occhio acuto e sornione sulla civilità veneziana, che seppe così magistralmente descrivere Marietta nelle " Morbinose " giovane allegra e piena di vita che fa credere per scherzo ad uomo di essere innamorata di lui , che cade poi, vittima felice del suo stesso gioco, e la " Locandiera", giovane donna energica inseguita da uno stuolo di ammiratori, che riesce in qualche modo a gestire queste attenzioni, fino a che non si arrende anch'essa all'uomo di cui si era innamorata!
Questo atteggiamento così disinvolto nelle relazioni sociali, che nulla aveva a che fare con l'essere facili, ma che rifletteva la concezione non ipocrita e bigotta che in altri Stati veniva imposta da unmodo di concepire i rapporti umani, era frutto di un atteggiamento mentale legato ad uno Stato laico, anche se la Religione veniva professata e vissuta quotidianamente (basti pensare alle centinaia di chiese che sono state erette nella Serenissima).

Nel 1761 fu concessa a tale Giovanni Zivaglio la licenza di "fabbricare fazzoletti come si usano nelle Indie e portati anche dalle donne dello Scià di Persia"! Tale "fazzoletto" venne chiamato " zendado, o zendàle, e altro non era che un grande scialle con lunghe frange confezionato in seta, in pizzo, e, per le popolane più povere, in lana, tutti di vari colori o delicatamente ricamati( dal 1848, quando venne proclamato il lutto per i caduti della lotta di liberazione diventarono rigorosamente neri), ed in seguito venne rinominato scialle (da Scià di Persia, appunto).
Con la loro eleganza e l'innata capacità seduttiva le popolane utilizzarono questo indumento che poteva essere aperto, avvolto, coprire la testa, o maliziosamente lasciare leggermente scoperte le spalle per un'innocente quanto attraente mezzo per far avvicinare i giovani da cui si sentivano attratte e che percepivano in qualche modo troppo timidi per esprimere loro la propria ammirazione: all'avvicinarsi del prescelto con un rapido gesto della mano prendevano un lembo dello scialle e lo facevano volteggiare 

per ricoprire la spalla, facendo svolazzare le lunghe frange ....le quali, quasi magicamente, andavano ad impigliarsi sui bottoni del futuro innamorato....piccole ragnatele colorate e delicate che impigliavano e imprigionavano il cuore dell'uomo.
Ecco da dove nasce il termine: attaccare bottone (tacàr botòn). Chissà quante storie d'amore sono nate in passato in questo modo: le nostre ave, occhi vivaci, sorriso allegro, sguardo malizioso ed uno scialle "malandrino".




Come al solito a scegliere era la donna!
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23:21 | Link permanente | Commenti (5) | Tag: scialle, zengàle, attaccare bottone, donne veneziane, venezia | |
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Commenti
Questo post è semplicemente fantastico!
Grande Piera!
Scritto da: Walter | 15/10/2010
Rispondi a questo commentoGrazie di cuore Walter, sono orgogliosa che ti piaccia. Un abbraccio affettuoso, ciao Piera
Scritto da: pierapanizzuti | 15/10/2010
Rispondi a questo commentoCiao Piera, come sempre bellissimo anche questa piccola "civetteria" di Donna Veneziana. Autobiografico??????? ciao Paolo
Scritto da: Paolo Magnabosco | 20/10/2010
Rispondi a questo commentoCarissimo Paolo, purtroppo solo racconti di nonne, ma se avessi uno scialle.... lo userei, eh, eh!!!!!!!!!!!!!!!!! Un saluto affettuoso, ed un ritrovarci, mi auguro, presto!!!! Piera
Scritto da: pierapanizzuti | 21/10/2010
Rispondi a questo commentoFinalmente capito da dove deriva il detto "tacàr botòn" :)
Scritto da: Giovanni Battista Rigon | 04/02/2012
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