01/11/2012
Le ore ai tempi di Casanova: un metodo tutto veneziano di calcolare il tempo.

Basta leggere attentamente l'autobiografia di Giacomo Casanova per scoprire usanze diverse da quelle attuali, ed alcune anche molto simili, ( la descrizione del letterato, imbroglione, mezzo stregone e anche istinitivamente medico, antesignano dell'uso dei preservativi che utilizzava all'epoca), per rendersi conto della differenza che fino alla fine del 1700 c'era nel calcolo e la denominazione delle ore a Venezia ed anche in Italia.
La testimonianza più sconosciuta ma curiosa si deve a Jerome Laland che nel suo "Vojage d'un francois en Italie (vol.7) (1755-1756) racconta dell'usanza di contare le ore in Italia, nonostante gli orologi, che probabilmente si
adeguavano a tali usanze, visto che consideravano visibilmente dall'una alle ventitre, e trovò una logica in tutto questo poichè venivano considerate come ore valide alla società quelle che, grazie alla luce del sole, erano destinate al lavoro delle persone.. ore di luce, ore di lavoro,,e poi la notte, senza orari e senza limiti..per poi rinnovarsi i lividi bagliori dell'alba.
Il segreto stava nel considerare da quando partiva l'una, e quando finivano le ventiquattrO: il concetto di orario veniva definito in base alle ore di luce, quando era possibile vedere, e lavorare. Dopo il tramonto del sole, da mezz'ora a quarantacinque minuti dopo , in base alle stagioni, calavano le tenebre: ed ecco che allora venne considerata l'ora zero da questi momenti, legati al tramonto, e conseguentemente al battere delle campane l'Ave Maria".


Per cui, regolandoci a Venezia spesso il mezzogiorno odierno veniva considerato alle ore 19. Capitava che la mezzanotte veneziana veniva battuta alle nostre attuali 7,45. Ecco che allora l'ora zero cambiava continuamente : a Gennaio veniva considerata alle 17 attuali, a Febbraio alle 17,45, a marzo alle 18,30, aD aPRILE ALLE 19,30, MAGGIO, 19,45. gIUGNO 20,15, luglio alle 20,17, AD Agosto 19,30, a Settembre 18,30. ottobre 18.50. novembre 16,50 e a Dicembre alle 16,45.
Poi, alla fine del 700 anche l'Italia e Venezia, nella fattispecie, si adeguarono ad un nuovo calcolo del tempo codificato, con ventiquattr'ore suddivise in dodici diurne e dodici notturne, denomonato sistema europeo.
Tanto c'è ancora da conoscere e da scoprire delle consuetudini e della cultura di questa meravigliosa città-Stato che, attraverso i suoi straordinari artisti, scrittori, poeti, musici ci ha lasciato una testimonianza della sua eclettica, unica e fantastica capacità di codificare e vivere la sua vitsa e quella dei suoi abitanti.
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Il Palazzo degli eretici a Venezia: fucina delle scienze
La Venezia del seicento si trovava in politica internazionale a dover prendere gravi prese di posizione da altre potenze europee: innanzi tutto dallo Stato Pontificio, la Spagna e gli Asburgo che sentivano l'esigenza di estendersi verso il mare.
Il mito di Venezia, vista la spettacolarità delle sue cerimonie ( da riferirsi all'aspetto Bizantino della Repubblica) affascinava le altre nazioni, tanto che lo scrittore francese Jean Bodin arrivò a scrivere: a Venezia, la douceur del libertè ....est plus grande...qu'en lieu du monde".
Ma questo non poteva nascondere l'impegno spirituale e religioso che la Repubblica aveva espresso dai tempi ancora di San Lorenzo Giustiniani e Vincenzo Querini, e poi infine con Gaspare Contarini, il più fervido di tutti, nel primo cinquecento, verso una riforma cattolica poco prima della clamorosa rottura di Lutero.
La via di Lutero doveva portare alla scissione della Chiesa, quella di Contarini sboccò necessariamente nella riforma cattolica: Contarini era laico e per lui la riforma della chiesa consisteva nel rinnovamento degli uomini secondo lo spirito della verità e di Grazia.

L'episodio sorto per l'arresto di due sacerdoti macchiatisi di reati comuni portò all'interdetto della Repubblica di Venezia ed alla fiera protesta del doge Leonardo Donà, nella linea indicata con energia dal sacerdote Paolo Sarpi e costituì una miccia su una antica e latente condotta di tensione in campo politico tra lo Stato Pontificio e la Serenissima.


Ed in questa atmosfera e linea di pensiero, completamente laico, che si ritrovarono le migliori menti italiane: alcuni insegnanti presso l'Università di Padova, come Fabrici d'Acquapendente che fu uno dei pionieri dello Studio dell'Anatomia e che fece costruire il primo teatro anatomico, all'Università, ideato dallo stesso Paolo Sarpi, Galileo Galilei che per diciotto anni insegnò anch'egli a Padova (dal 1592 al 1610).
E nel Palazzo sul Canal Grande a San Luca Andrea e Nicolò Morosini crearono
un luogo di incontro di primissimo piano: Palazzo Martinengo,ora
sede dell'Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Venezia, in stretto rapporto con la cultura francese. Tra i frequentatori si contano Paolo Sarpi, Leonardo Donà, Nicolò Contarini, Giovanni Francesco Sagredo, uno degli interlocutori del Dialogo dei massimi sistemi di Galileo, che rappresentava " Messer Buon Senso" e Galileo Galilei. In una sua lettera indirizzata al Granduca di Toscana Cosimo II, poco prima di diventare cieco, Galileo Galilei scrisse tra l'altro: " siccome io son pieno d'infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio che si sia compiaciuto di far me solo per primo osserevatore di cosa così ammiranda ,a tutti i secoli occulta".
Gaspare Gozzi racconta che nel 1592 vi era capitato anche Giordano Bruno, ed egli non aveva certamente tralasciato di parlare dei fatti francesi per cui allora aveva vivo interesse°
° G. Gozzi " il doge Nicolò Contarini" Venezia 1598: per un'ampia documentazione sulle riunioni accademiche di scienze e letteratura che si tenevano nell'ammezzato del Palazzo di Andrea Morosini, senatore della Repubblica e insigne storiografo, si veda l'articolo: Un ridotto scientifico di Venezia al tempo di Galilo Galilei" di Antonio Favero all'archivio storico , Venezia 1898, pag. 189.
Nel processo per eresia svoltosi a Roma, Giordano Bruno ammise di aver partecipato alle riunioni culturali nella " Casa di S.Luca sul Canal Grande di Andrea Morosini e di aver "ragionato" su alcune librerie veneziane.
A Venezia ebbe occasione di scrivere alcune sue opere, tra cui " Le sette arti liberali ed inventive".


G
alilo Galilei ebbe l'opportunità di presentare il suo primo cannocchiale proprio sul Campanile di San Marco, a Venezia: egli presentò un " nuovo artefizio di un occhiale canato, che permette di avvicinare gli oggetti, tanto che " quello che è distante nove miglia ci apparisse come se fosse lontano un miglio solo, cose che per ogni negozio ed impresa marittima, o terrestre, può essere di giovamento inestimabile; potendosi in mare a assai maggior lontananza del consueto scoprire legni, et vede dell'inimico, si che per due hore, et più di tempo possiamo prima scoprir lui, che egli scopra noi: (Archivio di Stato giugno, luglio, agosto 1609.
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29/10/2012
La cappella di S. Marco a Venezia e la nascita del melodramma.

Nel 1500 il teatro, assieme all''architettura, la pittura e la scultura, erano le arti più seguite ed amate a Venezia, alla quale, verso la fine del secolo si aggiunse anche la musica.
L'immagine del Giorgione suonatore di liuto nei concerti campestri delle Veneri di Tiziano accanto alle melodie dell'organo restano emblemi della civiltà del Rinascimento a Venezia:il legame delle arti con la musica , nella composizione unitaria del melodramma, costituisce la sintesi 

determinante di tutto lo sviluppo del Rinascimento a Venezia: le arti figurative, la scenografia e la letteratura fatta sopratutto di immagini e di sentimenti, si trasformano d'incanto nell'unità suprema, inafferrabile e aerea della musica, nella tendenza sopratutto a trasfigurare la passione nell'esaltazione lirica più sognante che realistica, nella declamazione che si abbandona con piacere all'oinda del sentimento e delle tenerezze affettive.
La musica a Venezia aveva il proprio centro nella Basilica di San Marco : il servizio più curato e costoso per la basilica era quello della cappella ducale, ritenuta sempre il centro più importante artistico della Repubblica.

I libri delle spese della basilica di S. Marco riportano delle cifre enormi per i maestri di cappella, per i cantori ed i suonatori di strumenti. Gli asrtisti che ne facevasno parte eerano alle dirette dipendenze dei tre più importnti procuratori di S. Marco che avevano la responsabilità della Piazza e della Basilica, tanto più che il doge era las suprema autorità di questi luoghi che gli appartenevano di diritto.
La regolazione diretta del governo dogale anche dello stesso servizio liturgico, diede alle composizioni sacre di S. Marco
una larga indipendenza di cui la Serenissima era gelosa e che era riconosciuta in parte anche da Roma.
La storia della musica nel contesto della storia della civiltà di Venezia e fu veramente importante e determinata dalla scuola marciana per la musica strumentale e per la creazione di un nuovo genere tanto fortunato a Venezia: il melodramma.

La presenza frequentissima degli angeli musicanti nella pittura veneziana su tavola e ad affresco dal trecento al quattrocento proviene dalla costante rappresentazione della musica in quest'epoca, essa viene intesa con un senso soave di magia e quindi per la sua dolcezza trasferita agli angeli, come qualcosa che non appartiene alla sfera terrestre ma la sfiora appena e ha il potere di avere un'immagine di quella celeste.
Quando la musica è investita dalla forza del pensiero umanistico , alla fine del quattrocento, s'avverte il trapasso anche in pittura: "S. Agostino 
nello studio" nella Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni , eseguito da Carpaccio nel 1502 è circondato da preziosi manoscritti miniati, dalle statue rinadscimentali e gli innumeerevoli oggetti che denunciano la disposizione della mente alla ricerca umanistica, ed ha i suoi piedi due partiture musicali, di cui una di carattere profano e l'altra di carattere sacro. Quella di carattere profano , che cominciava già a diffondersi nelle prime opere di stampa di Ottavio Petrucci, potrebbe coinsiderarsi una primizia del genere strumentale tipicamente veneziano.


Arte, pittura e musica alla base della cultura del popolo veneziano e che ha permeato completamente la natura di questa città.
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06/10/2012
Venezia e il capolavoro dell'arte vetraria del Rinascimento: la coppa nuziale Barovier!

Tra i tesori più preziosi dell'arte vetraria del rinascimento spicca, ricoverata presso il Museo del Vetro a Murano la mitica " Coppa Barovier": frutto dell'inventiva, delle ricerche e dell'arte di un grande maestro di quest'arte: Angelo Barovier che la creò nel 1460 circa.
Discendente del mitico Jacobello Barovier, grande artigiano vetraio (1295), venne definito dal suo contemporaneo Ludovico Carbone: optimum artificem crystallinorum vasorum", e a lui venne attribuita l'invenzione de cosiddetto "cristallo veneziano" un vetro particolarmente pulito e trasparente, anche grazie ad una sua composizione di una pasta di vetro chiamata calcedonio.


Uomo intelligente e curioso assistette ( secondo le affermazioni di Padre Giovanni Antonio , monaco benedettino del Convento di S. Giorgio Maggiore) alle lezioni tenute al ginnasio realtino da Padre Paolo Godi, detto il Pergolano, pievano della chiesa di S. Giovanni Elemosinario e cultore dell'arte alchemica, e che la collaborazione dei due uomini avviò alla realizzazione di vetri colorati e della loro pittura a smalto "primus et autor et inventum colorum tam insignum ac varie conunistorium, quibus hodie quoque ac vitrearii artifices Muriani utuntur"."
Altre ricerche, sempre collegate a questo argomento le svolse per la realizzazione di vetri colorati da finestra. Tra le sue innumerevoli cariche: Camerlengo della comunità di Murano, lettore apostolico e segretario papale , ed infine cancelliere del Patriarca di Venezia.
Figlio della antica arte "alchemica" che gli venne tramandata dai suoi avi, che dal centro di Venezia si ritirarono in un'isola come Murano sia per timore dei possibili incendi ( i tetti di paglia delle case e dei palazzi erano particolarmente soggetti a questi eventi), ma anche consci che così isolati avrebbero potuto conservare al meglio i preziosi segreti legati alla loro scienza e alle loro ricerche.
Questa persona strordinaria venne sepolta alla sua morte nella chiesa di 

Santo Stefano a Murano, anche se la sua tomba non c'è più visto che la chiesa è andata in parte distrutta, ma il ricordo di questo uomo speciale e la serie dei suoi capolavori rimane a testimonianza di un'arte delicata, particolare e, come già detto per la Coppa Nuziale, un pezzo raro e prezioso dell'arta vetrariA!!!
Dedico questo mio scritto alla mia fantastica mamma, pittrice per piacere ma disegnatrice di mappe per lavoro, che per prima mi fece conoscere questo gioiello d'arte, orgogliosa com'era di aver contribuito con le sue decorazioni in smalto a riprodurre poche e preziose riproduzioni, naturalmente legali della splendida coppa nuziale e di cui vogilo donare l'immagine . che resprime fascino ed un'intima sensualità...dolce, piccolina, elegantissima, a cui lego quella di mio padre, Enrico, che insieme a lei formò una coppia veneziana legata alla cultura, (avevano l'abbonamento alla Fenice, e, senza che mi rendessi conto, egli mi fece amare e conoscere l'opera lirica e la musica classica in genere. !
Di loro sono fiera e mi piace condividere questo mio orgoglio, veneziana, figlia di veneziani....allevata ed istruita in questa cultura da una coppia incredibilmente affascinante!

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03/10/2012
Marco Polo e l'essenza dei Mercanti a Venezia


Tra le varie personalità che emersero nel 1200 a Venezia, due spiccarono su tutte per il loro essere, pur nel loro tempo medievale , già tipici uomini del rinascimento per quella forza indagatrice della mente lucida e severa, che si misurava al centro dell'universo in un costante rapporto con la realtà: essi furono il doge Enrico Dandolo, che rappresentava una strada politico-diplomatica di Venezia, una visione perfino cruda per il suo realismo politico, e Marco Polo.
Il Polo era il mercante che portava con sè un'inesauribile avidità di conoscenza nei campi più diversi del sapere dietro l'apparente modestia delle sue funzioni. Ed a questo modo di concepire il loro lavoro che si rifecero tutti i mercanti, grazie alla lettura di " Le
meraviglie del Mondo" , o, come è più noto " Il Milione" che Marco Polo dettò nel 1298 a Rustichello da Pisa nelle prigioni di Genova.
Venezia e Genova, contemporaneamente, a metà del duecento avevano avvertito la necessità di assicurarsi punti di partenza verso l'immenso impero mongolo di Gengis Khan, che minacciava di oscurare con la sua fama quello germanico-latino dell'Europa centrale, quello greco che aveva sede a Costantinopoli e quello Islamico degli Arabi e dei Turchi Selgiudici.
I successori di Gengis Khan, che si erano spostati verso Occidente e ne seguivano più da vicino le sorti dopo il disastro delle Crociate ed il crollo dell'Impero Latino d'Oriente, avevano aperto nuovi orizzonti per Venezia e Genova verso l'interno dell'Asia.

I primi ad inoltrarsi in quelle terre furono i frati francescani ed i domenicani, spinti dallo zelo religioso nato dalle Crociate; S. Francesco stesso si incamminò verso il Marocco, per poi ritornare.
I primi a giungere al Gran Khan dei Tartari furono i francescani, ma la loro motivazione era di apostolato, non certo di conoscenza o curiosità.
L'impresa più memorabile e straordinaria fu quindi quella compiuta dalla famiglia Polo, Nicolò, il figlio Marco, quindicenne, e lo zio Matteo. Nel 1271 essi partirono da Venezia per uno dei più favolosi viaggi che siano mai stati fatti, durato venticinque anni.
Da Venezia passarono per S. Giovanni d'Acri, poi in Armenia, l'Iran, le montagne dell'Hinduscush, l'altipiano del Pamir e lungo il deserto dei Gobi. Arrivarono quindi nella Cina settentrionale, per arrivare alla fine a Cambilang (l'odierna Pechino), capitale dell'impero cinese.

Rimasero in Cina per diciassette anni, ed in quel periodo il giovane Marco ebbe incarichi ufficiali da parte del governo, che gli consentirono di attraversare diverse volte la Cina, fino al Tibet, la Birmania e l'India, percorrendo delle strade che nessun Europeo prima di lui aveva battuto. Venne quindi a conoscenza di altre terre, come il Giappone e la Siberia, di cui diede notizie sicure. In tutto questo tempo ed in tutti questi viaggi il giovane sviluppò relazioni, imparò, ascoltò: questo faceva parte della natura stessa del mercante veneziano che studiava il mondo, le varie civiltà, si confrontava e portava le proprie esperienze nella gloriosa Repubblica per farne parte con gli altri, in un crescendo di nuove e diverse conoscenze che propiettavano Venezia verso un'evoluzione continua, sia scientifica che artistica, e ad una politica e diplomazia illuminata e lungimirante.
Si sa che l'Imperatore si era molto affezionato a Marco di cui aveva una gran fiducia, ma l'incarico di accompagnare una giovane principessa in Persia per il suo matrimonio con il sovrano orientale li spinse a prendere la via del ritorno.


La comitiva partìta da Pechino su quattordici navi percorse le coste cinesi dell'oceano Pacifico, poi l'Indocina, la Malesia, Sumatra, India ed approdò al porto di Ormuz, quindi, conclusa la consegna della sposa (il viaggio durò in tutto due anni) continuarono in carovana fino a giungere a Tabriz, Trebisonda e Costantinopoli, e da qui il ritorno a Venezia, nel 1295.
La storia del viaggio di Marco Polo ci può far accostare in
modo tangibile, seppur di sfuggita, all'apertura che esso diede alla conoscenza del mondo antico: per secoli la
descrizione del mercante fu la più precisa e vasta documentazione dell'intero continente asiatico, di cui si avvalse in seguito Frà Mauro per la realizzazione del suo mappamondo e spinse diversi navigatori all'esplorazione.
Un esemplare de "il Milione" in lingua latina, esposto presso la Biblioteca di Siviglia, conserva le annotazioni di Cristoforo Colombo.
Quindi "Il Milione" è un capolavoro di quelle relazioni di viaggi, di memorie, di situazioni, di analisi sociali ed economiche, vanto di un modo di pensare e di agire tutto veneziano, che dai mercanti passò ai vari Procuratori della Serenissima sparsi nel dominio coloniale , e che assicurò un progresso in tutti i campi per la gloriosa Repubblica.
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