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S. Nicolò dei Mendicoli: anima di un sestiere tra la semplicità esterna e la raffinatezza interna!

dorsoduro a Venezia.gifcampanile-san-nicolo-mendicoli.JPGNell’isola mendigola, facente parte di una delle sette che costituiscono  il sestier de Dorsoduro venne elevata, si dice addirittura prima di quella di S. Giovanni Elemosinario, per poi essere rinnovata nel 1600, la chiesa di S. Nicolò dei Mendicoli.

E’ una chiesa esternamente umile, che ha conservato di originale ancora l’impianto veneto-bizantino del 200, con una semplice facciata, le bifore piccole ed il portico, ricomposto con materiale originale, dove, secondo una tesi si dice  che li sotto si riparassero i mendicanti ed i senza tetto: molto più probabilmente invece il suo nome si rifà all’isola su cui sorge.

chiesa di S. Nicolo 3.jpg2 s. nicolo.jpgchiesa-s-nicolo-dei-mendicoli-6.jpg3 s. nicolo.jpgL’aspetto esterno è quindi povero, semplice, anche se arricchito dal campanile romanico, ma è invece l’interno che lascia senza fiato: il soffitto completamento decorato da dipinti di allievi del Veronese, e l’illustrazionbe della vita di Cristo di Alvise del Friso. Le colonne decorate in oro, e conserva il pastorale vescovile di S. Nicolò., mentre le sue spoglie sono ricoverate presso la chiesa di S. Nicolò chiesa-s-nicolo-dei-mendicoli-4.jpgS. Nicolò interno 1.jpgdel Lido.

ponjte dei pugni 1.jpgponte dei pugni 2.jpgGli abitani dell’isola Mendigola erano i famosi Nicolotti, contadini e soprattutto pescatori, che avevano comunque il privilegio poter eleggere un “Gastaldo del Doge” che era il capo dei pescatori attraverso un’assemblea dei parrocchiani con l’intervento di un rappresentate del dogado.

Questo “piccolo” Doge si presentava vestito con una veste di panno e di raso rosso, paludato con una parrucca ed un berretto da gentiluomo dal Doge il giorno della sua investitura, accompagnato dai suoi sostenitori, e ne riceveva un abbraccio.

ponte dei pugni quadro.jpgponte dei pugni2.jpgImportanti quindi sia per la società, per il loro ruolo, ma anche , fin dal 300, avversari estremi dei Castellani ( gli abitanti del Sestier di Castello) quasi tutti arsenalotti, altra categoria di somma importanza per Venezia, i costruttori delle navi, dei cordami, di tutto ciò che riguardava la formazione della potenza più grande della Serenissima; una categoria molto rilevante per il Dogado, e per questo ritenuta e considerata di molto riguardo: Per risolvere queste divergenze ecco che un ponte senza spallette, come tutti gli altri a Venezia, a S. Barnaba, diventava il “ring” dove risolvere, senza spargimento di sangue queste dispute: la prima, la Mostra vedeva in disputa i due migliori delle due squadre, e per questo ai quattro lati della sommità del ponte vennero infisse delle orme per regolare le posizioni: lo scopo era quello di far cadere l’avversario in acqua e diventare così padrone del ponte.

ponte-pugni.JPGnicolo_mendicoli.jpgLa Frata era invece formata da due fazioni in cui potevano essere anche usate armi da taglio, e la terza, la più diffusa era la Guerra ordinata dove le due squadre davano l’assalto al ponte e a forza di di spinte vinceva chi riusciva a dominare il ponte appunto.

A tale scopo, per evitare ferimenti o danni maggiori, il fondo del canale sotto il ponte veniva fatto pulire ogni anno dal Doge, che lasciava così sbollire i violenti ardori di tali antagonisti.

Un controllo a distanza che la guida illuminata della Serenissima riusciva ad incanalare in una disputa organizzata e regolata, che lasciava infine i vincitori felici e gli sconfitti pronti a ricominciare, la volta successiva, ma che al momento opportuno sapevano unirsi senza remore per sviluppare e rendere sempre più grande questa città stato straordinaria che aveva a cuore l’ordine, la serenità e la salute dei suoi cittadini, poichè questi erano e sono stati i veri artefici di
quella fama e dominio straordinario  che ha portato a tutta Europa ricchezza, novità, cultura e conoscenze innovative.

 

 

 

La quadriga veneziana tra lo splendore dei mosaici di s. Marco.

basilica di s. Marco.jpgquadriga-marciana-venezia-basilica.jpgUn’immagine classica di Venezia è la famosa quadriga di S. Marco, la cui copia sta ora innanzi all’arcone di ingresso di S. Marco (l’originale è conservata all’interno e si può ammirare in tutta la sua bellezza, attorniata dai bagliori d’oro e di smalti dei mosaici che  si possono sfiorare con gli occhi talmente da vicino che sembra di essere immersi in un mondo dorato, luminoso e fantastico.

ippodromo costantinopoli_color+copy.jpgCostantino.jpgI quattro cavalli fanno parte di un bottino di guerra della IV croiciata, come la famosa icona della Nicopeia (cioè vincitrice)incastonata solennemente nell’altare che  porta il suo nome , a sinistra dell’Altare Maggiore. Le quattro statue, ricoperte d’oro stavano sopra l’ingresso dell’ippodromo di Costantinopoli, decorato in modo fastoso e superbo dall’imperatore Costantino, con una serie di opere d’arte provenienti da tutto l’impero romano.

Amche l’imperatore aveva razziato questa scintillante quadriga nel IV secolo da un altro arco di Traiano.jpgisola di Chio.jpgcentro dell’impero . Sulla provenienza le opinioni sono diverse, una che da Corinto sia stata portata a Roma per ornare l’arco di Trionfo di Nerone prima e poi di Traiano. Un’altra tradizione dice che i cavalli siano provenienti dall’isola di Chio, quale opera dello scultore Lisippo, alcuni critici infine ritengono la quadriga del tardo impero.

Da S. Sofia, presso la grande piazza dell’Ippodromo in cui si trovavano i cavalli, a S. Marco, dove li abbiamo inteerno di S. Sofia a Istambul.jpgS. Sofia.jpggiustiniano 1.jpgconosciuti, la distanza, almeno idealmente, non è immensa. La Basilica di S. Sofia dedicata , cioè, alla Divina Sapienza dall’imperatore Giustiniano ha, come si è visto, la sua continuazione più immediata nella Basilica di S. Marco, costruita dai Dogi di Venezia.

Detto questo della storia, sarebbe interessante Gattamelata-Jun04-D1846sAR.jpgosservare la sua funzione estetica ed in particolare quella classica, che questi cavalli ebbero nel cuore di Venezia, quando la città era ancora bizantina , romantica, gotica; prima della lezione rinascimentale cioè di Donatello a Padova, alla metà del quattrocento dove proprio un monumento equestre , il Gattamelata , imponeva con una visione del tutto originale la nuova classicità di Atene e Roma.

Siu faceva questo quesito un giorno anche Roberto Longhi, raffrontanto lo stile della scultura romanica a S. Marco che sta sotto gli zoccoli dei cavalli, quadriga originale.jpgInterno_della_basilica_di_san_marco,_venezia.jpgquello dei mosaici bizantini della chiesa e l’armonica esaltazione derl “reale” imposta dalla famosa quadriga. Si tratta di parametri diversi di vedere la realtà e di trasformare mentalmente in momenti diversi della nostra storia  in un luogo come S. Marco, che aveva entusiasmato lo stesso Petrarca .

Petrarca ritratto_m.jpgIl poeta dalla Loggia, presso i cavalli, aveva assistito il 4 giugno 1364 ad un torneo in Piazza S. Marco : ” io pregato , e questa è spesso della cortesia del Doge”, dice il Petrarca,” gli sedetti sulla destra e stetti due giorni a vedere dove sono quei quattro cavalli di bronzo indorati, opera antica ed illustre”.

 

Il miracolo di S. Marco a Venezia: il ritrovamento delle reliquie!

23-Tintoretto-il-trafugamento-del-corpo-di-San-Marco.jpgtrafugamento_corpo_san_marco.gifTutti, bene o male, conoscono la storia del’arrivo delle reliquie di S. Marco a Venezia: furono due mercanti, Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, che trafugarono le spoglie ad Alessandria, e celato in una cesta contenente carne di maiale, considerata impura dai musulmani, venne portato a Venezia.

Sembra comunque che Venezia fosse la meta finale del corpo di questo Santo, che giunto a Roma assieme all’Apostolo Pietro venne da questi inviato in Italia Settentrinale: ad Aquileia Marco convertì Ermagora, che poi divenne primo vescovo di quella città, quindi, partito per destinazione Alessandria d’Egitto venne costretto da una tempesta ad approdare alle isole Realtine, il fulcro della nascente Venezia. Addormentatosi egli sognò un angelo che gli diceva ” Pax tibi Marce, evangelista meus”, e gli promise che in quell’isola egli avrebbe riposato fino all’ultimo giorno.

L'arrivo dell spoglie di S . Marco a Venezia.jpgIn seguito raggiunse Alessandria ,dove dopo essere diventato vescovo, subì il martirio che lo portò alla morte il 25 aprile  de 78 circa. Ed è qui, appunto, che i mercanti veneziani presero il suo corpo e con astuzia, lo portarono a Venezia.

Era l’829, e l’onore di poter ospitare le spoglie di un evangelista spinse lo stato veneziano a costruire una degna chiesa per poterlo ospitare ed esporre al culto di tutti i veneziani: S. Marco è quindi anche il patrono dei cestai, visto l’insolito mezzo con cui venne portato nella Serenissima.

Nel 1063 ebbe inizio la costruzione della chiesa, che subì, purtroppo, un incendio, tanto che l’edificio venne ricostruito….e nel 1094 era finalmente pronto per essere consacrata a Dio e a S. Marco.

300px-Basilica_de_San_Marco.jpgPurtroppo però, durante i lavori di restauro, si scoprì che la teca contenente la preziosa reliquia era scomparsa: questo provocò grande cordoglio dal Doge alla popolazione veneziana: vennero organizzate novene, preghiere, processioni e invocazioni al Divino per poterla ritrovare.

Il 25 giugno 1098, giorno della consacrazione, accadde un miracolo rimasto negli annali di Venezia, ma raccontato in modo diverso: sembra che nel momento culminante della celebrazione da una colonna della Basilica apparve un braccio, ad indicare il luogo tanto cercato; altri raccontarono che apparve il Santo in persona, ma Giacomo Casanova racconta, nelle sue memorie, che sulla colonna contenente i sacri reperti apparve l’immagine del Leone alato, simbolo proprio di S. Marco.

Tintoretto il rirovamento delle relkiqie.jpgSan Marco.jpgComunque sia, subito dopo si provvedette a forare la colonna indicata, e miracolosamente le reliquie  riapparvero: come racconta Casanova, fu così che la Serenissima salutò S. Todaro, per affidare le sue fortune e il suo orgoglio all’evangelista. Per secoli S. Marco venne così festeggiato il 25 Aprile, (giorno della morte) e il 25 giugno, giorno del suo miracoloso ritrovamento, con la medesima pompa ( Venezia curava con fasto e con solennità le proprie cerimonie).

Ora si festeggia soltanto il 25 aprile, ma con entusiasmo e con una tradizione straordinaria, dolce e romantica che rendeva e tutt’ora rende omaggioi alle donne veneziane, ma di questo vi parlerò il 25 aprile.

Il segreto della Basilica della Salute e Baldassarre Longhena

Domani  si celebra a Venezia la festa della ” Madonna della Salute”, in ricordo della peste che uccise cinquantamila abitanti della Serenissima nel biennio 1630 – 31, e per cui il Doge ed il Consiglio dei Dieci ordinarono l’erezione di una chiesa come voto e ringraziamento per la sua cessazione. Oggi, attravero il ponte di barche migliaia di Veneziani andranno nella meravigliosa chiesa barocca per testimoniare la loro fede per quanto riguarda la possibilità di preservarsi dalle malattie, o a chiedere un sostegno, un aiuto concreto per guarire le persone malate.

Della  Basilica dedicata al culto della Madonna della Salute ho parlato madonna-salute.jpgin più occasioni, ma ora è arrivato il momento di raccontare alcune interessantissime cose che riguardano Baldassarre Longhena, l’architetto di cotanta meraviglia e scrigno di segreti che, via, via, vennero svelati, oltre che da un professore tedesco, anche da tanti piccoli particolari che spiegherò un pò per volta.

Baldassarre Longhena (Venezia, 1598-1682) era figlio di Melchisedec (nome chiaramente ebraico) nativo di Morezza (Valtellina), per cui il Longhena apprese dal padre i segreti della Kabbalah. Accanto alla chiesa venne costruito anche un convento, sempre su disegno del Longhena, dove, nel 1742 Casanova studò fisica.

Sembra comunque che l’ispirazione per il progetto della chiesa sia stata tratta dall’immagine del Tempio di Venere Physizoa descritta nell’opera precedentemente presentata, Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, un chiaro riferimento ad un legame tra madre pagana e quella cristiana, un una sorta di protocristianesimo ideale.

220px-Pizzofalconecad.jpgUna straordinaria intuizione spinse il professore tedesco Gherard Geber-Shilling che verificò le misure dell’edificio sulle planimetrie e sul campo, con il piede veneziano ( cm,. 35,09), ed ecco che scoprì che due numeri ricorrono come una costante: l’8 (gli ottagoni stessi che formano la base della chiesa simbolizzano la rinascita) e l’11 con i suoi multipli.

L’8 appartiene alla simbologia cristiana (la corona mistica della Vergine, la chiesa del Santo Sepolcro, la resurrezione e la vita eterna) ma l’11 ha valore negativo, infatti rimanda ai 10 comandamenti e precisamente al peccato capitale; diversamente, nella Kabbalah giudaica, questo inizia proprio l’origine dei 10 comandamenti, cioè Dio attorniato dalle sue dieci sefiroth, cioè le proprietà che ha Dio per proiettarsi nel mondo degli uomini, chiamate anche l’albero della vita.L’11 è la metà dell’alfabeto ebraico (kaf) e dei 22 arcani dei Tarocchi, anche lo stesso Dante usò  l’endecasillabo per la sua Commedia.

Da qui si deduce che Longhena volle cifrare con la numerologia insita nella costruzione stessa del Tempio un messaggio preciso: la chiesa sorgeva come ringraziamento per la fine della peste e doveva nascere su fondamenta per così dire ecumeniche, tale era la condizione dell’uomo davanti alle pestilenze.200px-Sefirot.png180px-Tree_of_Life%2C_Medieval.jpgrosacroce.jpg

Ai fianchi della scalinata, dall’acqua, emergono due angeli. Nel pavimento, al centro, sotto la grande cupola c’è una corona di rose ed una seconda, più grande di altre 10 rose ed una piastra in metallo (forse l’unidicesima rosa?) con l’scrizione “unde origo indi salus” che arricchiscono questo capolavoro anche con il mistero iniziatico dei Rosacroce.

Ma non è finita qui, all’esterno, tutto intorno sorge un fregio con delle svastiche (la parola sanscrita “svastica” significa salute), e la rivelazione più grande: la pianta di tutta lo costruzione non è altro che I Grande Pentacolo di Re Salomone, facente parte della Clavicola di Re Salomone.

La clavicola di re Salomone è il più diffuso manuale pratico di magia diffuso in tutta l’area del Mediterraneo. Forse di origine caldea, babilonese o ebrea non ha nulla a che fare con Salomone, ma è stato attribuito prima allo storico ebreo Giuseppe Flavio,  poi ad Alberto Magno.clavicola1.gif

imagesCAXOD19F.jpgQui sono contenute alcune formule attribuite ad un tale Aronne Isacco, mago di corte del primo imperatore Bizantino Manuele I Comneno.

 

 

La drammatica storia del cavaliere templare e la corte Morosina-

corte-morosina.JPGcorte-morosina-venezia.JPGsangiorgioinalga2.jpgIsola-San-Giorgio-in-Alga-2.jpgCorte Morosina: una corte dove sorge Palazzo Morosini, e che fa parte di un percorso che porta alla Corte del Milion ed alla casa di Marco Polo (ora attuale Teatro Malibran)…sembra conservare il dramma di un giovane Cavaliere templare che, al ritorno da una Crociata incontrò un erede dei Morosini.

Il cavaliere, orgoglioso ed ardimentoso, aveva nascosto nell’elsa della sua spada une reliquia , un pezzo del legno della Santissima Croce che voleva Corte_morosini_01-thumb.jpgla vera storia dei cavalieri templari.jpgportare al prevosto di Colonia, sua città natale.

Nella nave che li riportava in occidente  dalla terra santa egli strinse amicizia con il nobile veneziano Morosini,  ed al loro approdo a Venezia il Morosini invitò il cavaliere presso il suo palazzo per riposare prima di raggiungere la sua meta. Le fece così conoscere sua sorella, donna di grande bellezza, dolce ed affascinante. Ci volle poco perchè il cavaliere si corte-morosina-arco-bizantino.JPGinnamorasse di lei, ed a lei confidasse il suo segreto ed il suo orgoglio.

Ma un mattino , al risveglio, scoprì che il nobile era fuggito con quella che non era sua sorella ma la sua amante, portandosi via la reliquia. Il giovane impazzì quasi dal dolore e dalla delusione, e si racconta che ogni notte il giovane si aggirasse per quelle calli ed i campielli alla ricerca forsennata dei traditori e della reliquia che con tanto amore e non senza rischi aveva portato con sè, per donarla alla sua città.

Poi, un mattino, davanti all’arco del portale vennero ritrovati l’elmo, lo scudo, l’armatura vuota e la spada (senza elsa) dello sfortunato cavaliere templare, e da allora non si seppe più nulla di lui.

Se entrate in corte Morosina, sopra l’arco di ingresso potete osservare una patara corte-morosini-bas-relief-francesca-zambon.jpgraffigurante un elmo ed uno scudo…si dice  a ricordo del coraggioso cavaliere, così crudelmente tradito e scomparso misteriosamente!

Un simbolo delle varie, possibili vicende umane che hanno percorso nei hotel luna baglioni.pnghotel-luna-baglioni-venezia_large.jpgluna-hotel-baglioni-venezia_051120091430116341.jpgsecoli una città simbolo dell’incontro tra oriente ed occidente, porto sicuro per i cavalieri templari che, raggiunto il suo Porto,crearono una sede importante, come la scuola che divenne poi locanda della Luna, per diventare poi albergo baglioni, ed ora è uno dei più importanti hotel veneziani chiamato Hotel Luna Bagloni, e dopo aver custodito un tesoro (così si dice) nell’isola di S. Giorgio in Alga,  presero diverse strade per raggiungere i conventi da cui, come consacrati come corpo militare, erano legati dal giuramento d’onore.

 

 

La Misericordia a Venezia: uno spettacolo tutto da gustare!

250px-Chiesa_di_S_Marziale_Facciata.jpgSacca della Misericordia.jpgHo raccontato del viaggio miracoloso della statua della Madonna, da Rimini a Venezia, ed ho accennato al suo approdo: un luogo veramente magico,la Sacca della Misericordia, nella quale erano state erette, in poco spazio e per pochi abitanti, ben quattro chiese: quella di S. Marziale, appunto, ma anche quella che è ora la Parrocchia di questa zona, la Madonna dell’Orto, (il cui nome ha tutto un suo significato, e di cui parlerò a parte ), la chiesa della Misericordia, legata alla Scuola relativa, e quella del Sacro Volto, facente parte di un grandissimo convento dei Servi di Maria.

Invito chiunque ad andare ad esplorare, perdendosi nella meraviglia delle facciate, in 260px-Chiesa_dell%27Abbazia_della_Misericordia_(Venezia).jpgScuola Vecchia della Misericordia.jpgcotto, gotiche, affascinanti e fascinose, li dove anche il grande Hugo Pratt, attraverso Corto Maltese si sofferma ammirato e stupito di fronte alla bellezza del piccolo Campo dell’Abazia della Misericordia: pavimentazione straordinaria in cotto, dove i mattoni sono posti a spina di pesci e suddivisi, attraverso l’inserimento della pietra d’Istria, in quadrati, e la vera da pozzo, decorata e splendida.

Simile pavimentazione si trova in Campo davanti alla Chiesa della Madonna dell’Orto: anche Piazza San Marco era stata pavimentata in questo modo, ma sopra è stato posto un nuovo strato di trachite, pietra durissima di origine vulcanica proveniente dai colli Euganei.

Scuola vecchia ed Abbazia della Misericordia.jpgE veniamo all’Abazia della Misericordia: il suo primo nome fu Santa Maria di Val Verde, e se ne hanno prime notizie dal 936, la cui costruzione, secondo il Sansovino, venne attribuita a Cesare de Giuli detto Andreani.L’aristocratica famiglia Moro fu l’artefice devota di questo edificio che nel dodicesimo secolo venne ristrutturato dallo stile bizantino al gotico.

La scuola accanto nel 1330 venne adibita ad ospedale e ad abitazioni.

Santa Maria della Misericordia ora è sede di mostre, che si susseguono e continuano a rendere viva questa zona di Venezia, in pieno Cannaregio, dove ogni particolare rievoca bellezza e l’intimità mistica di una città molto particolare.

Cimitero di S. Michele.jpgVenezia_-_Cappella_del_Volto_Santo.jpgE la bellezza e la suggestione prosegue in questo meraviglioso percorso, posto a fronte del Cimitero monumentale di S. Michele, con quel che resta del Convento di Santa Maria dei Servi, di origine senese, a cui faceva capo la Confraternita dei lavoratori della lana. Alla sua istituzione, dal 1309 al 1317 circa, venne consentita la costruzione del Convento, di cui ora rimane solo il portale, e della cappella, consacrata nel 1376 al Santo volto, e che è rimasta come ultimo ma suggestivo e meraviglioso cimelio, a ricordare questa Venezia delle Chiese, dello spirito libero ma dedicato al Sacro, li dove ad ogni passo si unisce, in un meraviglioso connubio, il sacro con le scienze, in un equilibrio che solo una Repubblica veramente laica poteva armonicamente rendere, e tutt’ora rimane. Città unica, Repubblica unica…e gente aperta di pensiero, di spirito e di cuore.

Il Palazzo degli eretici a Venezia: fucina delle scienze

Palazzo Ducale.jpgLa Venezia del seicento si trovava in politica internazionale a dover prendere gravi prese di posizione da altre potenze europee: innanzi tutto dallo Stato Pontificio, la Spagna e gli Asburgo che sentivano l’esigenza di estendersi verso il mare.

Il mito di Venezia, vista la spettacolarità delle sue cerimonie ( da riferirsi all’aspetto Bizantino della Repubblica)  affascinava le altre nazioni, tanto che lo scrittore francese Jean Bodin arrivò a scrivere: a Venezia, la douceur del libertè ….est plus grande…qu’en lieu du monde”.

San Lorenzo Giustiniani.jpgMa questo non poteva nascondere l’impegno spirituale e religioso che la Repubblica aveva espresso dai tempi ancora di San Lorenzo Giustiniani e Vincenzo Querini, e poi infine con Gaspare Contarini, il più fervido di tutti, nel primo cinquecento, verso una riforma cattolica poco prima della clamorosa rottura di Lutero.

La via di Lutero doveva portare alla scissione della Chiesa, quella di Contarini sboccò necessariamente nella riforma cattolica: Contarini era laico e per lui la riforma della chiesa  consisteva nel rinnovamento degli uomini secondo lo spirito della verità e di Grazia.

Paolo Sarpi.jpgdoge Nicolò Contarini.jpgL’episodio sorto per l’arresto di due sacerdoti macchiatisi di reati comuni portò all’interdetto della Repubblica di Venezia ed alla fiera protesta del doge Leonardo Donà, nella linea indicata con energia dal sacerdote Paolo Sarpi e costituì una miccia su una antica e latente condotta di tensione in campo politico tra lo Stato Pontificio e la Serenissima.

teatro anatomico.jpgFabrici d'Acquapendente.jpgLeonardo Donà.jpgEd in questa atmosfera e linea di pensiero, completamente laico, che si ritrovarono le migliori menti italiane: alcuni insegnanti presso l’Università di Padova, come Fabrici d’Acquapendente che fu uno dei pionieri dello Studio dell’Anatomia e che fece costruire il primo teatro anatomico, all’Università, ideato dallo stesso Paolo Sarpi, Galileo Galilei che per diciotto anni insegnò anch’egli a Padova (dal 1592 al 1610).

E nel Palazzo sul Canal Grande a San Luca Andrea e Nicolò Morosini crearono Palazzo Contarini Martinengo.jpgun luogo di incontro di primissimo piano: Palazzo Martinengo,ora Giovanni Fraqncesco Sagredo.jpgsede dell’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Venezia, in stretto rapporto con la cultura francese. Tra i frequentatori si contano Paolo Sarpi, Leonardo Donà, Nicolò Contarini, Giovanni Francesco Sagredo, uno degli interlocutori del Dialogo dei massimi sistemi di Galileo, che rappresentava ” Messer Buon Senso” e Galileo Galilei. In una sua lettera indirizzata al Granduca di Toscana Cosimo II, poco prima di diventare cieco, Galileo Galilei scrisse tra l’altro: ” siccome io son pieno d’infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio che si sia compiaciuto di far me solo per primo osserevatore di cosa così ammiranda ,a tutti i secoli occulta”.

Giordano Bruno.jpgGaspare Gozzi racconta che nel 1592 vi era capitato anche Giordano Bruno, ed egli non aveva certamente tralasciato di parlare dei fatti francesi per cui allora aveva vivo interesse°

° G. Gozzi ” il doge Nicolò Contarini” Venezia 1598: per un’ampia documentazione sulle riunioni accademiche di scienze e letteratura che si tenevano nell’ammezzato del Palazzo di Andrea Morosini, senatore della Repubblica e insigne storiografo, si veda l’articolo: Un ridotto scientifico di Venezia  al tempo di Galilo Galilei” di Antonio Favero all’archivio storico , Venezia 1898, pag. 189.

Nel processo per eresia svoltosi a Roma, Giordano Bruno ammise di aver partecipato alle riunioni culturali nella ” Casa di S.Luca sul Canal Grande di Andrea Morosini  e di aver “ragionato” su alcune librerie veneziane.

Gioedano Bruno 1.jpgA Venezia ebbe occasione di scrivere alcune sue opere, tra cui ” Le sette arti liberali ed inventive”.

libro di Galilei.jpgGalileo Galilei.jpgcannocchiale.jpgGCannocchiale di Galileo.jpgalilo Galilei ebbe l’opportunità di presentare il suo primo cannocchiale proprio sul Campanile di San Marco, a Venezia: egli presentò un ” nuovo artefizio di un occhiale canato, che permette di avvicinare gli oggetti, tanto  che ” quello che è distante nove miglia ci apparisse come se fosse lontano un miglio solo, cose che per ogni negozio ed impresa marittima, o terrestre, può essere di giovamento inestimabile; potendosi in mare a assai maggior lontananza del consueto scoprire legni, et vede dell’inimico, si che per due hore, et più di tempo possiamo prima scoprir lui, che egli scopra noi: (Archivio di Stato  giugno, luglio, agosto 1609.

 

 

 

La cappella di S. Marco a Venezia e la nascita del melodramma.

cappella a San Marco.jpgcantgori a San Marco.jpgNel 1500 il teatro, assieme all”architettura, la pittura e  la scultura, erano le arti più seguite ed amate a Venezia, alla quale, verso la fine del secolo si aggiunse anche la musica.

L’immagine del Giorgione suonatore di liuto nei concerti campestri  delle Veneri di Tiziano accanto alle melodie dell’organo restano emblemi della civiltà del Rinascimento a Venezia:il legame delle arti con la musica , nella composizione unitaria del melodramma, costituisce la sintesi Giovanni_Gabrieli.jpgGiorgione-tre-filosofi.jpgmusica.jpgdeterminante di tutto lo sviluppo del Rinascimento a Venezia: le arti figurative, la scenografia e la letteratura fatta sopratutto di immagini e di sentimenti, si trasformano d’incanto nell’unità suprema, inafferrabile e aerea della musica, nella tendenza sopratutto a trasfigurare la passione nell’esaltazione lirica più sognante che realistica, nella declamazione che si abbandona con piacere all’oinda del sentimento e delle tenerezze affettive.

La musica a Venezia aveva il proprio centro nella Basilica di San Marco : il servizio più curato e costoso per la basilica era quello della cappella ducale, ritenuta sempre il centro più importante artistico della Repubblica.

Angelo mnusicante di Giovanni Bellini.jpgangelo musicante.jpgI libri delle spese della basilica di S. Marco riportano delle cifre enormi per i maestri di cappella, per i cantori ed i suonatori di strumenti. Gli asrtisti che ne facevasno parte eerano alle dirette dipendenze dei tre più importnti procuratori  di S. Marco che avevano la responsabilità della Piazza e della Basilica, tanto più che il doge era las suprema autorità di questi luoghi che gli appartenevano di diritto.

La regolazione diretta del governo dogale  anche dello stesso servizio liturgico, diede alle composizioni sacre di S. Marco
una larga indipendenza di cui la Serenissima era gelosa e che era riconosciuta in parte anche da Roma.

La storia della musica nel contesto della storia della civiltà di Venezia e fu veramente importante e determinata dalla scuola marciana per la musica strumentale e per la creazione di un nuovo genere tanto fortunato a Venezia: il melodramma.

Giorgione-tre-filosofi.jpgsuonatrice.jpgLa presenza frequentissima degli angeli musicanti nella pittura veneziana su tavola e ad affresco dal trecento al quattrocento proviene dalla costante rappresentazione della musica in quest’epoca, essa viene intesa con un senso soave di magia e quindi per la sua dolcezza trasferita agli angeli, come qualcosa che non appartiene alla sfera terrestre ma la sfiora appena e ha il potere di avere un’immagine di quella celeste.

Quando la musica è investita dalla forza del pensiero umanistico , alla fine del quattrocento, s’avverte il trapasso anche in pittura:  “S. Agostino 1806-Giovanni_Bellini_-_Pala_di_St_Giobbe.jpgmusica 1.jpgnello studio” nella Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni , eseguito da Carpaccio nel 1502 è circondato da preziosi manoscritti miniati, dalle statue rinadscimentali e gli innumeerevoli oggetti che denunciano la disposizione della mente alla ricerca umanistica, ed ha i suoi piedi due partiture musicali, di cui una di carattere profano e l’altra di carattere sacro. Quella di carattere profano , che cominciava già a diffondersi nelle prime opere di stampa di Ottavio Petrucci, potrebbe coinsiderarsi una primizia del genere strumentale tipicamente veneziano.

musica 2.jpgmusica.jpgVittore_Carpaccio_Agostino-1024x677.gifArte, pittura e musica alla base della cultura del popolo veneziano e che ha permeato completamente la natura di questa città.

 

 

Ott 18, 2012 - Arte e mistero, Luoghi    No Comments

Il mistero della stella di S. Apollonia

067_presentazione_01.jpgimagesCATGCJK7.jpgimagesCAL9A0CL.jpgimagesCAL4WDAM.jpgNel 1962 fu rinvenuta tra le fondazioni dell’Abside Maggiore della Basilica di S. Marco una lastra di pietra scolpita.

Immediatamente fu evidente a tutti l’importanza del ritrovamento. La lastra comunque venne portata nel lapidario del Chiostro di S. Apollonia a Castello, sede del museo diocesano d’arte sacra.

Solo recentemente, nel 2004, lo studioso inglese Andrew Chugg, a conclusione di un lavoro interessante e documentato sulla tomba di Alessandro Magno che è andata perduta in Macedonia, ha imagesCA5TWBFG.jpgimagesCAPOC9M0.jpgimagesCAW9JY1G.jpgproposto la tesi secondo cui la lastra di S. Apollonia sarebbe la prova simbolica e materiale che nella Basilica di S. Marco riposino assieme le spoglie dell’Evangelista e quelle del condottiero macedone.

La lastra sarebbe una parte del coperchio della tomba perduta, trasportata ad Alessandria nel IX secolo insieme al suo contenuto, in occasione del trafugamento del corpo di S. Marco, per poi essere trasferita con le spoglie dell’evangelista alla Basilica.

stele con inscrizioni riguardanti la casata Argheade.jpgstella argheade.jpgStella e casata argheade.jpgimagesCAI17LYR.jpgimagesCA4PQ44W.jpgIn effetti sulla pietra è scolpita la stella argeade, emblema della casata di Alessandro il Grande .thumb_src_santa_apollonia.jpgimagesCAFKKUEP.jpgNaturalmente sono tutti studi ed ipotesi, a cui si aggiungono un po? alla volta anche esperimenti scientifici, prove e riprove.  Si presume che  il reperto  sia relativo ad Alessandro Magno ,ma se fosse  relativo a qualche altra opera, fa pur sempre parte di un patrimonio archeologico che fa parte integrante di Venezia, imagesCAV9TTTF.jpgancora tutto da capire e da studiare, così come le cripte di San Marco e i loro tesori ancora da inventariare. Ne parleremo presto!

Venezia e il capolavoro dell’arte vetraria del Rinascimento: la coppa nuziale Barovier!

250px-Barovier.jpgcoppa nuziale Barovier.jpgTra i tesori più preziosi dell’arte vetraria del rinascimento spicca, ricoverata presso il Museo del Vetro a Murano la mitica ” Coppa Barovier”: frutto dell’inventiva, delle ricerche e dell’arte di un grande maestro di quest’arte: Angelo Barovier che la creò nel 1460 circa.

Discendente del mitico Jacobello Barovier, grande artigiano vetraio (1295), venne definito dal suo contemporaneo Ludovico Carbone: optimum artificem crystallinorum vasorum”, e a lui venne attribuita  l’invenzione de cosiddetto “cristallo veneziano” un vetro particolarmente pulito e trasparente, anche grazie ad una sua composizione di una pasta di vetro chiamata calcedonio.

img_stampafornace.jpgS. Giorgio MMaggiore.jpg1974-Chiesa_di_San_Giovanni_Elemosinario-Venice-Italy.jpgUomo intelligente e curioso assistette ( secondo le affermazioni di Padre Giovanni Antonio , monaco benedettino del Convento di S. Giorgio Maggiore) alle lezioni tenute al ginnasio realtino da Padre Paolo Godi, detto il Pergolano, pievano della chiesa di S. Giovanni Elemosinario e cultore dell’arte alchemica, e che la collaborazione dei due uomini avviò alla realizzazione di vetri colorati e della loro pittura a smalto “primus et autor et inventum colorum tam insignum ac varie conunistorium, quibus hodie quoque ac vitrearii artifices Muriani utuntur”.”

coppa nuziale la parte della fontana.jpgAltre ricerche, sempre collegate a questo argomento le svolse per la realizzazione di vetri colorati da finestra. Tra le sue innumerevoli cariche: Camerlengo della comunità di Murano, lettore apostolico e segretario papale , ed infine cancelliere del Patriarca di Venezia.

Figlio della antica arte “alchemica” che gli venne tramandata dai suoi avi, che dal centro di Venezia si ritirarono in un’isola come Murano sia per timore dei possibili incendi ( i tetti di paglia delle case e dei palazzi erano particolarmente soggetti a questi eventi), ma anche consci che così isolati avrebbero potuto conservare al meglio i preziosi segreti legati alla loro scienza e alle loro ricerche.

Questa persona strordinaria venne sepolta alla sua morte nella chiesa di Fondamenta della Fornace.jpgChiesa_di_Santo_Stefano_(front)_and_the_Chiesa_di_San_Pietro_Martire_(back)_Murano-Venice.jpgCoppa-Barovier.jpgSanto Stefano a Murano, anche se la sua tomba non c’è più visto che la chiesa è andata in parte distrutta, ma il ricordo di questo uomo speciale e la serie dei suoi capolavori rimane a testimonianza di un’arte delicata, particolare e, come già detto per la Coppa Nuziale, un pezzo raro e prezioso dell’arta vetrariA!!!

Dedico questo mio scritto alla mia fantastica mamma, pittrice per piacere ma disegnatrice di mappe per lavoro, che per prima mi fece conoscere questo gioiello d’arte, orgogliosa com’era di aver contribuito con le sue decorazioni in smalto a riprodurre poche e preziose riproduzioni, naturalmente legali della splendida coppa nuziale e di cui vogilo donare l’immagine . che resprime fascino ed un’intima sensualità…dolce, piccolina, elegantissima, a cui lego quella di mio padre,  Enrico, che insieme a lei formò una coppia veneziana legata alla cultura, (avevano l’abbonamento alla Fenice, e, senza che mi rendessi conto, egli mi fece amare e conoscere l’opera lirica e la musica classica in genere. !

Di loro sono fiera e mi piace condividere questo mio orgoglio, veneziana, figlia di veneziani….allevata ed istruita in questa cultura da una coppia incredibilmente affascinante!mammma.pngbabbo.png

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