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Dalla festa della donna al Martedì grasso e l’apologia della “fritola” veneziana

MIMOSA-fb9fa.jpgMartedì grasso, in concomitanza con la festa della donna, , compresa me stessa, a cui dono  mimose e bellissimi pensieri: molto meglio se le donne venissero considerate ed apprezzate ogni giorno dell’anno, per tutte le loro incombenze, per la capacità che hanno di sobbarcarsi della conduzione della famiglia e della propria attività: negli ultimi anni devo dire che gli uomini hanno saputo e continuano a riconoscere, in gran parte , il lavoro e le fatiche delle loro compagne, sostenendole e condividendo le problematiche della vita quotidiana: Per cui Viva le donne e Viva i loro compagni che apprezzano e condividono la vita della gente comune, la più eroica: eroi ed eroine in questo mondo faticoso, stressante e poco gratificante.

Desidero comunque proporre qui le delizie dell’ultimo giorno di carnevale, e cercare di riscoprire e condividere con tutti i miei amici l’apologia della “fritola veneziana” dal 1500 ad oggi, e vi prego di cercar di provare con me il “piacere intenso” del primo morso dato ad una fritola, del sapore che si diffonde nella bocca, dell’incontro straordinario con i pinoli o l’uva di Smirne gonfia di liquore, e la consistenza stessa dell’impasto che, dolcemente, si scioglie nella bocca, lasciando il desiderio intenso e insopprimibile di un’altra fritola, di un altro boccone, di piacere, di golosità, di gioia intensa per un uva zibibbo.jpgaltro Carnevale che se ne va assieme ai grani di zucchero semolato che impiastricciano le mani, per cui (senza pinoli_0000.jpgfarsi notare) ci si lecca le dita, come bambini , anzi, trionfalmente, sempre bambini.

Dal cuoco secreto di Papa Pio V, Bartolomeo Scappi, nella sua ” Arte di cucinare” del 1570:

Faccianosi bollire sei libbre di latte di capra in una cazzuola ben stagnata, con sei oncie di butirro fresco e quattro oncie di acqua di rose et un poco di zafferano et sale a bastanza e come il bollo si comincia a alzare di poneranno dentro due libbre di farina a poco a poco, mescolando continuamente con il cocchiaro di legno, sino a tanto che sarà ben soda come la pasta di pane: poi cavasi et pongasi in un vaso di Carnevale.jpgFritoe.jpgrame, ovvero di terra, mescolandola con la cocchiera di legno o con le mani fino a tanto che la pasta sarà diventata liquida; finito che sarà di meter l’ove, battesi per un quarto de ora, fino a tanto che faccia el visiche e lascisi riposare per un quarto d’hora nel vaso ben coperto in luogo caldo e rigettasi un’altra volta.

Poi abbasi apparecchiata una padella con strutto dandogli il fuoco, et muovasi la padella facendo che le frittelle si voltino nel strutto. Come si vedrà che abbian preso alquanto di coloretto e saranno leggiere, cavisino con la cocchiera forata e servisino calde con succaro
sopra.

Frittole veneziane del settecento (Anonimo)

” Sciogliere in un bicchiere di acqua tipedina una noce di lievito e stemperatavi una libbra di Carnevale a Venezia.jpgfritoeveneziane.jpgfior di farina, unire il sale e la buccia di limone grattugiata.
Ridurre la pasta ad una certa mollezza, aggiungendo, se occorre, qualche altro poco di acqua calda. Unire once due di uva di Smirne fatta rinvenire nello spirito di vino o nel rosolio, e lavorare bene. Lasciare riposare in luogo tiepido fino a quando sarà lievitato ben bene.
Poi firggere, lasciando cadere la pasta a cucchiai nello strutto bollente. Subito dopo fritte ravvoltare le frittele nello zucchero.

Frittelle del N.H Pietro Gasparo Moro-Lina (18941)

1/4 e mezzo di farina, 1/4 di pinoli, 1/4 di uva zibibbo, garoffoli e cannella pesta, tre arancia candita.jpgsoldi di naranzetti ( arancia candita) lievito circa un etto, 2 cucchiai di feccia di birra, acqua e un pò di sale, si fa una pastella in un tegame, si lascia lievitare. E dopo alzata si frigge nell’olio o in altro grasso (strutto) prendendo Strutto.jpgla pasta a cucchiai. Sopo cotte le frittelle si spolverizzano con lo zucchero.

Frittelle alla Zamaria ( 1858)

Alla sera sciogliere il lievito e preparare la pasta per friggere; al giorno appresso la pasta si è levata. Vi poni dentro un bicchiere di acquavite e uva di smirne, molta forza per sbattere e friggere con molto olio, ma olio sopraffino.

Frittelle alla Giuseppe Maffioli

carnevale-di-venezia.jpgCarnevale di Pietro Longhi.jpgMezzo Kg. di farina. lievito quanto un uovo, sciolto in acqua tiepida, 4 uova, 75 g. di Fritoleri del Longhi.jpgzucchero, sale, mezzo bicchiere di vino, rapatura di arancia e limone, latte quanto basta per dare morbidezza all’impasto. Si lascia lievitare in luogo tiepido, sotto un tovaglioso, aggiungendo mezzo bicchiere di grappa e si incorporano 100 g. di pignoli e 100 di uvetta fatta rinvenire nel vino. Si mescola ben bene e si frigge a cucchiaiate.

Frittelle a modo mio

Si mette a bagno nella grappa l’uvetta e gli aromi. Si fa sciogliere il lievito di birra (30 g.) in acqua tiepida. Si uniscono 500 g. di farina, 75 g. di zucchero, 2 uova intere e si lavora fritole-veneziane.jpgfrittelle veneziane.jpgl’impasto per qalcuni minuti. Si lascia riposare per un paio d’ore, coperto con un tovagliolo e in luogo tiepido. Si scalda l’olio in abbondante padella, intanto all’impasto si incorporano l’uvetta e i pinoli e la frutta candita ( secondo i gusti) quindi si versa a cucchiaiate l’impasto nell’olio ormai bollente. Quando si saranno gonfiate e saranno ben dorate scolarle su carta da pane, e cospargerle di zucchero: e Buon martedì grasso!!!

Lug 28, 2010 - Donne venexiane, Personaggi    4 Comments

Caterina Cornaro, Regina di Cipro e diletta figlia di Venezia

Giacomo II di Lusignano.jpgCarlotta.jpgNel 1400 regnava a Cipro la dinastia dei Lusignano. Il re Giovanni da Lusignano aveva avuto due figli, e tra questi due, alla sua morte, si svolse una vera e propria disputa per l’eredità del Regno.

stemma dei Lusignano reali di Cipro.jpgduca di Savoia marito di Carlotta.jpgCarlotta, sposata con il duca di Savoia si appoggiava a Ferdinando I° d’Aragona, re di Napoli, mentre Giacomo II° preferì allearsi con la Repubblica di Venezia.

Giacomo II di Lusignano 2.jpgPer questo motivo venne combinato un fidanzamento prima ed un matrimonio poi con la figlia di una delle famiglie più ricche ed influenti di Venezia: la famiglia Corner.

 

 

Caterina giovane.jpgLa piccola Caterina Corner, poi corretto in Cornaro, nacque il 7 novembre 1454. Venne cresciuta ed educata presso un monastero di Padova, ed all’età di 14 anni vene promessa sposa, con tanto di matrimonio per procura il 30 luglio 1468,  con il re di Cipro ed Armenia
Caterina Cornaro.jpgGiacomo II° di Lusignano.

il matrimonio di Caterina Cornaro.jpgLa fanciulla era figlia di Marco Corner e Fiorenza Crispo, famiglia nobile e ricchissima, appunto. Il Senato della Caterina Cornaro 3.jpgRepubblica la nominò “diletta figlia della Repubblica” onore mai tributato ad alcuna donna prima di lei.

Lo sbarco di Caterina Cornaro.jpgNel 1472 Caterina Cornaro si recò a Famagosta, dove vennero celebrate sontuose e solenni nozze. La ragazza era una giovane e timorata 18enne, ma il suo carattere si dimostrò forte e temprato. L’anno successivo infatti rimase vedova, incinta del primo ed unico figlio.

Nella notte del 13 novembre 1475 dei nobili catalani, con l’approvazione del vescovo di Nicosia rapirono l’erede al trono, trucidando ferocemente tutti i parenti della giovane sovrana.

Caterina Cornaro 2.jpgCaterina Cornaro 1.jpgLa Serenissima inviò immediatamente una flotta ed un esercito che catturarono i catalani, al soldo del Re di Napoli e del Duca di Savoia.

Il piccolo Giacomo III° venne ritrovato, poco tempo dopo, nel 1474 il piccolo morì a causa della malaria. Per la giovane Caterina si sommarono sciagure su sciagure, ma lei, con il sostegno e l’aiuto della Repubblica di Venezia, continuò a guidare il suo Stato.

Caterina Cornaro cede Cipro alla Serenissima.jpgNell’ottobre del 1488 fu sventata un’altra congiura, sempre dei nobili Catalani sobillati dal solito re di Napo0li e del duca di Savoia. Fu allora che la Repubblica di Venezia chiese alla REgina di firmare la sua abdicazione a favore della Serenissima

Caterina Cornaro si rifiutò, ma venne minacciata di venire spogliata dei suoi privilegi, e considerata una ribelle.

Il 28 Febbraio 1489 la sovrana firmò l’abdicazione, ed il 18 marzo, vestita a lutto, lasciò Cipro.

la corte di Caterina Cornaro ad Asolo.jpg300px-Asolo_Il_Castello.jpgCastello di Asolo 1.jpgCà Corner della Regina 1.jpgTrasportata nel Bucintoro.jpgVenezia la accolse trionfalmente, ed il doge Agostino Barbarigo la ospitò nel Bucintoro per farla scendere con tutti gli onori a San Marco: venne nominata Signora di Asolo, conservando comunque tutte le prerogative e il titolo di Regina.

Nel suo castello, nell’incantevole paese di Asolo, tra i colli trevigiani, Caterina Cornaro si contornò di artisti, come Giorgione, Lorenzo Lotto, e Castello di Asolo 1.jpgCà Corner della Regina.jpgscrittori, come Pietro Bembo, e gli asolani l’amarono molto.

Palazzo di caterina Cornaro a Venezia.jpgAlla sua morte avvenuta il 10 luglio 1510 il corpo venne trasportato a Venezia e tumulato per la prima volta nella chiesa dei SS. Apostoli; la gente accorse ad onorare questa donna forte e sfortunata, tanto che per facilitare lo scorrimento venne creato un ponte di barche che collegava Rialto a S. Sofia; Nel 1575 il suo corpo venne trasportato nella chiesa di San Salvador, dove tutt’ora riposa.

tomba di Caterina Cornaro.jpgchiesa di San Salvador.jpgCaterina Corner o Cornaro, donna che si dedicò alla causa della Repubblica di Venezia, patì lutti terribili, ma donna che ha dato e continua a dare lustro a tutte le donne, molto particolari, competenti, colte, ricche di interessi della Serenissima.

 

 

 

 

Seduzioni, intrighi e veleni: Bianca Cappello da cortigiana veneziana a Granduchessa di Toscana

seconda parte

Garfagnana.jpgLa coppia si avviò attraverso gli appennini in Garfagnana. Era inverno, nevicava, e tutto ciò rendeva il viaggio ancor più faticoso, per cui cercarono e trovarono asilo presso l’eremo di S. Pellegrino.

Alla richiesta di asilo ” affacciossi ai balconi il custode di quell’eremitaggio, che chiamavasi Pierone da Frassinoro, uomo di età compresa tra la matura virilità e la vecchiaia”

Convinto dalle parole del capo della “masnada” che li accompagnava, l’eremita concesse loro rifugio e ristoro al convento, dove il Capo della Milizia confermò di aver ricevuto ordine dal Pigna di raccomandare la coppia al Garfafnana1.jpgGovernatore della Repubblica.

Laura d'Este.jpgAlfonso d'Este.jpgNel convento  Bianca ebbe modo di conoscere il vivandiere, figlio di un servitore di Alfonso I°, legato ai Francesi contro gli Spagnoli, alleato di Papa Giulio II* ( la lega di Cambrai), entrambi nemici di Venezia . L’oste raccontò allora,piangendo, della morte di Lucrezia Borgia, moglie di Alfonso I°, e del suo fulmineo innamoramento  per Laura, donna bellissima e molto somigliante a Bianca, e che Tiziano Vecellio ritrasse nuda in diverse ed apprezzate tele. Laura, dopo il matrimonio fu conosciuta come Laura d’Este. (nel suo diario Bianca si riferisce a Lucrezia Borgia con il nome di Eleonora)

I Bonaventura si rimisero quindi in viaggio e la povera Bianca, incinta, soffriva parecchio per lo sfregamento della sella del suo cavallo sul suo addome, attraversando gli appennini, tortuosi e coperti di neve.

Cosimo I° de Medici.jpgBianca Cappello 1.jpgA Pieve Fosciana Pietro la condusse da tale Pieroni, un vecchio alquando disponibile e gentile, che procurò alla gestante una portantina sorretta da quattro uomini. Parlando con il vecchio la Cappello si rese conto che il Pieroni era al servizio di Filippo Strozzi, nemico giurato di Cosimo de Medici ( Granduca di Toscana).

La fanciulla, ingenua, non si rendeva ancora conto di essere uno strumento nelle mani dei detrattori di Cosimo I°, benedetta e seguita passo, passo dal Consiglio dei dieci e dal Doge di Venezia che si affidava alle sue capacità seduttive per portare i Medici dalla parte della Serenissima.

Arrivati che furono finalmente a Firenze Bianca si accorse che la ricchezza e le conoscenze vantate dal suo Pietro erano solo bugie.

La giovane andò a vivere nella modesta casa dei suoceri e qui nacque sua figlia, chiamata come la nonna, Pellegrina.

Giorgio Vasari.jpgMa un giorno le venne annunciata la visita del famoso pittore Vasari, già amico e sostenitore di Pietro Girolamo Balzoni, uno dei giovani che avevano frequentato Bianca a Palazzo Gritti a Venezia, ed all’imbarazzo della giovane che si vergognava per la modestia della propria abitazione, egli oppose i complimenti sulla sua nobiltà e bellezza. Il Vasari la invitava ufficialmente presso la corte dei Medici.

La giovane, sollecitata dal marito, accolse l’invito. Era il 6 gennaio 1564. Non appena il figlio, successore designato di Cosimo , Francesco, vide Bianca, si innamorò perdutamente di lei: ” non mi staccava lo sguardo di dosso” confidò al suo diario la giovane. E fu l’inizio di un amore forte e struggente fra i due, amore favorito e sollecitato dal Bonaventura, che se ne vantava.

Francesco era sposato con  Giovanna d’Austria, ed aveva avuto da lei sei figlie, ma nessun erede maschio. L’austriaca era una donna poco istruita, con pochissimi interessi, si dice affetta da scoliosi, mentre Bianca Cappello, bene istruita e 250px-Francesco_I_de_Medici.jpgGiovanna -D'Austria.jpgcolta, seppe condividere con Francesco la passione del futuro Granduca per l’alchimia. Si racconta che stessero ore chiusi nel laboratorio alchemico, alla ricerca della pietra filosofale.

La relazione divenne nota a tutti, compreso lo zio di Francesco, il Cardinale Giovanni, che osteggiava ferocemente questo coinvolgimento di Francesco con una veneziana, la quale iniziò con lui la sua missione, ossia l’opera di convincimento affinchè, alla morte di Cosimo. la Toscana di allontanasse dalla Spagna e si avvicinasse a Venezia.

Dopo pochi mesi dal loro incontro, il Granduca Cosimo, provato dalla morte della moglie e di due dei suoi figli, avvenuta contemporaneamente a Pisa, dove si erano recati per curare la tubercolosi, abdicò a favore di Francesco.

Francesco I°.jpgCosimo I° morì nel 1578, dopo un anno vissuto paralizzato,infermità conseguente ad un ictus. E nel 1579, la Granduchessa Giovanna, incinta di un altro figlio, cadde dalle scale e rimase uccisa, mentre Pietro Bonaventura venne pugnalato per strada dal marito (si disse) di una nobildonna con cui aveva una relazione amorosa.

Liberi da impedimenti, poco dopo si svolsero le agognate nozze tra Francesco I° e Bianca Cappello, e la Serenissima, per quell’evento, nominò la giovane: vera e particolare figliuola della Repubblica a cagione di quelle particolarissime e rare qualità che degnissima la facevano di gran sua fortuna!, non solo, ma i parenti della Cappello vennero insigniti di onorificenze, ed alla cerimonia venne mandata una lussuosa ambasceria.

Venezia, attraverso la bella, istruita, colta ed adottrinata Bianca era riuscite ad ottenere il suo scopo!

Biancsa Cappello 3.jpgPurtroppo la povera Bianca, dopo la nascita della figlia era rimasta sterile per cui nel 1583 finse la gravidanza, e, ritiratasi in un casolare con alcune dame e due guardie, annunciò la nascita di un figlio maschio, chiamato Antonio: ( della cui genealogia nulla si conosce);  il 19 ottobre 1583 Francesco riconobbe l’erede. In questo modo, se anche il Granduca fosse morto, la Cappello non sarebbe stata cacciata dalla corte.

L’8 ottobre 1587 i Granduchi indissero una gran battura di caccia a Poggio a Caiano, invitando anche il fratello di Francesco, Ferdinando. Alla sera venne servito un sontuoso banchetto, ma il giorno dopo il Granduca cominciò a sentirsi male, ad accusare forti dolori, febbre alta…e il 19 dello stesso mese morì.
villa Medicea di Poggio a Caiano.jpgAnche Bianca venne colpita dagli stessi sintomi, e morì anch’essa undici giorni dopo.

300px-Bonistallo.jpgNel 2006 nella chiesa di S. Francesco a Bonistallo vennero rinvenuti resti di un fegato maschile e di uno femminile, i quali, analizzati da alcuni patologi evidenziarono tracce di arsenico in dosi letali, ma non fulminanti.

Le ossa di Francesco I° vennero inumate nella tomba medicea, mentre nulla si sa dei resti della povera Bianca Cappello, donna che aveva dedicato alla Serenissima tutta la sua Cappelle Medicee.jpgBianca Cappello 6.jpgvita, superando la debolezza, la fatica e la felicità.

 

 

 

 

Seduzioni, intrighi e veleni: Bianca Cappello, da cortigiana veneziana a Granduchessa di Toscana

prima parte..

200px-Palazzo_di_bianca_cappello%2C_graffiti_03.jpgCorreva l’anno 1827 ed il tipografo Vincenzo Betelli stava facendo ristrutturare il palazzo di Bianca Cappello,in via Maggio n° 26 nel quartiere di Oltrarno a Firenze, di cui era venuto in possesso. Con l’abbattimento di un muro emersero documenti, che vagliò accuratamente e che tenne per sè perchè politicamente intriganti, ed  un quaderno di ventidue pagine, scritte di proprio pugno dalla Granduchessa Bianca Cappello, moglie e vedova del Granduca Francesco de Medici, un diario..

Immediadamente il tipografo si appassionò alla storia di questa donna:

Bianca Cappello nacque a Venezia nel 1543 da Bartolomeo Cappello, nobiluomo di un ramo cadetto dei Cappello, Bianca Cappello 5.jpgil doge Andrea Gritti.jpge da Pellegrina Morosini. Il padre la detestava, legatissimo com’era al figlio Vittorio,  mentre la madre, resasi conto  dell’ingiustizia del marito, aveva cercato di mettere da parte una dote per la figlia.

Ben presto però Pellegrina s’ammalò e morì. Bartolomeo si risposò con Elena Grimani, sorella del Patriarca di Aquileia, e con il suo sostegno cercò di rinchiudere la dodicenne e bellissima Bianca in convento. Di lei si prese cura la zia, sorella del doge Andrea Gritti, che, rimasta vedova, era tornata a vivere nel palazzo di famiglia. -“Ella rimase incantata dal mio brio, dai miei fanciulleschi e dolci gesti” così raccontò la Cappello nel suo diario.
 E allo scopo di avviarla ad una vita più brillante l’anziana donna riceveva ogni sera la nipote ( di nascosto dal padre), facendola prelevare da una gondola, per poi farla ritornare al mattino presto, e cercò di darle un’istruzione perfetta per una gentildonna dell’epoca.

Palazzo Gritti a Venezia.jpgPalazzo Cappello.jpgAllo scopo riceveva ogni sera quattro giovani fiorentini, che avevano abbandonato la loro città perchè nemici di Cosimo dè Medici, rifugiandosi a Venezia, città nemica e rivale.Essi furono caldamente raccomandati alla sorella dell’ex Doge Gritti dal Vasari: erano Pietro Giordano Balzoni, Cesare Vecellio ( allievo di Tiziano) Verdizzotti (amico di Tiziano) e il più “segnalato” Pietro Bonaventura, rampollo di una famiglia di Banchieri fiorentini.

La ragazza, bellissima, elegante, d’animo gentile e dotata di naturali doti, frequentò ogni sera Bianca Cappello 0.jpged ogni notte il salotto della vegliarda, legata al dogado, sensibile ed astuta donna di stato. Tra gli amici e frequentatori della giovane, divenuta ormai “cortigiana onesta”c’era lo stimato nobiluomo Alvise Zorzi.

La fanciulla, ormai quattordicenne, bella, avvezza alle vicende di mondo, convinta di poter coltivare velleità letterarie e poetiche, venne irretita dalla bellezza e dalla corte intensa di Pietro Bonaventura.

Purtroppo la morte della zia Gritti costrinse la giovane a rinchiudersi in casa, ricevendo, con la complicità della sua governante, chiamata “Cattina” il suo amante..e fu a questo punto che il nobiluomo Alvise Zorzi convinse lei ed il suo Pietro a fuggire da Venezia, per andare a Firenze.

Bianca Cappello 2.jpgNel frattempo il Bartolomeo, dopo aver parlato con lo Zorzi, si era in qualche modo ammorbidito con la figlia, e non la minacciò più di rinchiuderla in convento, per cui la giovane poteva sognare un futuro diverso tra le braccia del suo amante. Ed una giorno il Cappello si dovette assentare da Venezia, per particolari impegni, e la sera stessa della partenza, con l’aiuto e la collaborazione del nobiluomo  i due giovani si accordarono per la fuga. Ignara di essere uno strumeno della Repubblica, incantata dall’amore la giovane Bianca così racconta la sua fuga:

“Lascio una lettera a Cattina che dormiva nel suo letto, ed accompagnata dal servo mi avvio all’approdo: qui trovo  Pietro che mi conduce alla porta del Canal,  e mi fa entrare in gondola, che parte all’istante. Giungevamo presso S. Giorgio Maggiore quando l’orologio della Piazza suona le nove ore.

gondola coperta.jpggondola coperta 1.jpgNon potei contenermi nel notare lo strato della felce ( il tessuto del felze, la copertura della gondola) il Palazzo Ducale e le risplendenti cupole di S. Marco.

A tal vista sentii istintivamente stringermi il cuore, i miei occhi si appannarono e caddi tramortita tra le braccia dello sposo.

Quando rinvenni chiesi dove eravamo: tra San Clemente e Santo Spirito, rispose il servitore di Pietro, che stava all’ingresso della felce (felze). Ed insieme giungemmo a Piovega (piccola isola della laguna).

Basilica di sera a Venezia.jpgPalazzo ducale di sera a Venezia.jpg.san -giorgio Maggiore.jpgorologio di Piazza San Marco di sera a Venezia.jpg” MIo Dio, esclamai, che sarà di me! O mia patria ti avrò comunque perduta! Avrò per ultima volta veduto le mura di augusto Palazzo che tante volte accolse i miei valorosi antenati, colmi di gloria e di onori! Si, io nata da famiglia patrizia, nata libera cittadina nella principale sede dell’Italiana libertà sarò in breve suddita in straniera Contrada.

Invano cercava Pietro di consolarmi, che queste tristi considerazioni mi accompagnarono fino al dilà di Malamocco, quando i primi raggi del sole nascente, Iso9la di S. Clemente.jpgIsola di S. Spirito.jpgChioggia.jpgmostrandomi lo sposo pallido ed inquieto per cagion mia, mi richiamarono a pensieri più convenienti alla presente circostanza”.”Pietro volle prendere terra a Chiozzia,(Chioggia) per cercarvi sicuro imbarco e proseguire verso Goro.”

La tenera Bianca venne accolta in una locanda, e da qui, con il cuore in tumulto, attese le informazioni che Pietro Bonaventura andava a raccogliere per conoscere le reazioni della loro fuga da Venezia: dopo qualche ora ecco che tornò l’amato che la rassicurò: nella Serenissima alcun provvedimento era stato preso.

Alfonso d'Este.jpgBianca Cappello 3.jpgIngenua e convinta dell’amore del suo amante, Bianca seguì il futuro sposo presso la casa di Giovani Battista Pigna di Ferrara, consigliere di Alfonso II°, e nemico dichiarato di Firenze. Il nobiluomo li accolse con tenerezza e preoccupazione, occupandosi pure del matrimonio tra i due giovani che venne celebrato quattro giorni dopo.

Il Pigna si occupò anche di dotare i due giovani sposi di una scorta per poter entrare in Garfagnana, e da li, ( disegno ben ordito ) a Firenze.

Bianca Cappello 7.jpgL’avventura di Bianca aveva ora inizio…donna, bella,docile, gentile, seducente e del tutto ignara delle attese politiche che Venezia e Ferrara avevano posto su di lei…

 segue….

Le ” Putte ” di Vivaldi

250px-Gabr_bella.jpgLe “putte” dette altrimenti figlie del Coro, erano giovani ragazze degli ospedali – conservatori, specialmente trovatelle, a cui veniva insegnata l’arte della musica e del Canto, esibendosi all’interno di un coro durante la messa regolare.

Generalmente la loro vista era protetta da grate, ma il suono dei loro strumenti e le loro voci angeliche venivano ricercate ed apprezzate da nobili e gente comune, e da i visitatori stranieri che si mettevano in lista o si facevano raccomandare per poter mandare  le loro figlie, a pagamento,  in quegli ospizi per poter imparare la musica, il canto e l’educazione in generale.

imagesCAN3NK4N.jpgDal 1703 Vivaldi entrò alla Pietà come insegnante di Violino, e fu proprio per il privilegio di avere come insegnante ed autore delle musiche da loro eseguite un genio così vivo e geniale che pose le “putte” di Vivaldi all’apice del successo nell’ambito di una feroce competizione artistica  fra i vari ospizi.

Racconta De Brosses, colto viaggiatore francese, che gli appassionati si spostavano da un istituto all’altro per non perdersi le “accademia” (i concerti) delle putte più dotate, senza tralasciare i conventi dove, tra le virtuose più brillanti, vi erano delle religiose.

Potevano accedere al Coro solo le più dotate, dopo aver superato un’audizione di prova, ed il numero era limitato: solo otto di 250px-Francesco_Guardi_052.jpgqueste ragazze venivano ricoverate stabilmente all’ospedale.

Imparavo i rudimenti della musica da un maestro di canto, o anche dal maestro di coro, e ricevevano lezioni di musica da ragazze più grandi che sceglievano alcune di più giovani da educare.

Moltre suonavano due o tre strumenti, mentre più di alcune erano attive anche come cantanti oltre che da strumentiste.

I libri musicali che servivano per lo studio erano procurati dalla stessa Pietà, avevano un numero fisso di pagine ed erano rilegati in cartoncino. E’ molto probabile che la copista dei libri fosse un’allieva del coro deputata a questo compito.

estro vivaldi.jpg175px-Ospedale_della_Piet%C3%A0.jpgDopo un periodo di apprendistato le più brave divenivano membri attivi del coro, un gruppo di circa quaranta cantanti e suonatrici che si esibiva nella Cappella della Pietà. All’interno del gruppo vi erano 14 figlie privilegiate ( tra cui due maestre di Coro) che avevano l’esclusivo diritto di agire come guardiane-tutrici per le figlie in educazione da famiglie nobili e borghesi.

La carica di Maestra era il grado più alto che potevano conseguire ed era limitato a venti di loro alla volta. Due di loro potevano diventare anche Maestre di Coro responsabili unitamente di tutte le faccende musicali o disciplinari concernenti il coro.

Le altre diociotto maestre avevano diverse mansioni musicali ed amministrative per le quali venivano periodicamente confermate o sottoposte a rotazione.

csv_puttaannamariaweb.jpgputta.jpgUna delle figlie più famose fu Anna Maria ( 1695/96-1782), maestra di coro, cantante e strumentista, (di cui agli archivi è rimasto un suo scritto) di grande fama per la sua  epoca , alla quale venne dedicata perfino un’anonima satira politica.

S. Francesco della Vigna.jpgAnna Maria, il cui talento emerse già dagli inizi sotto la guida di Vivaldi, fu una delle cinque figlie cui fu dato un permesso speciale, assecondando la richiesta della nobildonna Marietta Corner, di partecipare come concertiste/strumentiste in una disputa sulla dottrina cristiana tenutasi al Convento di S. Francesco della Vigna.

Divenuta principale violinista del coro ebbe una brillante carriera che le permise di arrivare alle massime cariche istituzionali.

donna con tiorba.jpgOltre al violino Anna Maria sapeva suonare anche il clavicembalo, il violoncello, la viola d’amore, il flauto, il mandolino e la tiorba, dimostrando un’abilità musicale multiforme e fuori dal comune.

Presto acquisì fama internazionale risquotendo gli apprezzamenti di alte personalità straniere in visita a Venezia.

tiorba.jpgLe figlie del coro erano comunque delle trovatelle, senza cognome, per cui per loro si erano coniati questi nomi: Caterina della Viola, Lucrezia del Violon, Mariarosa del Violon, Bernardina del Violin, Adriana della Tiorba, Fortunata Cantora.

imagesCARMGPY1.jpgcoro.jpgAvendo raggiunto notorietà, venivano anche pagate per le loro esibizioni, per cui alcune mettevano da parte i soldi per la dote e, in seguito si sposavano o sceglievano la vita monastica.

La loro vita scorreva serena, e per qualche malore sofferto, o stanchezza, venivano inviate con amici in campagna, dove si rigeneravano, per poi tornare più entusiaste di prima, partecipando anche a feste, dove potevano conoscere magari futuri mariti o ammiratori.

images.jpgimagesCALDUW6J.jpgAnche questa era la Venezia di Vivaldi, una città ribalda, colta, disinibita, ma anche devota, dove i sacerdoti componevano e dirigevano, e stuoli di giovinette erano esecutrici di vaglia.

Le Cortigiane a Venezia: Piacere e cultura

imagesCAERLR6J.jpgimagesCA9VXSQH.jpgcortigiana.jpgEssere cortigiane nel XVI secolo a Venezia significava non solo offrire il proprio corpo agli uomini più importanti della società, avendo come fine il vivere in agiatezza, ma anche saper leggere, scrivere ed intrattenere con il proprio savoir fairie: Le cortigiane  dovevano essere affascinanti, colte in molte discipline, dalla musica alle lettere, dalla danza alla politica.

Queste figure femminili tanto desiderate non furono solo muse di uomini di lettere, ma anche di diversi pittori, i quali, per la loro bellezza  le utilizzavano come soggetto per dipingere figure femminili, anche sacre, addirittura la Vergine Maria, ed esse erano felici perchè attraverso  i quadri che le raffiguravano, accrescevano la loro fama.

imagesCATP68H1.jpgsonetto di Stampa.jpgcortigiana onesta.jpg200px-422px-Allori_Portrait.jpgLe cortigiane dette “oneste” venivano definite in tal modo non per la loro rettitudine, ma perchè onorate e rispettate.

imagesCAILCCNR.jpgA Venezia dove la prostituzione era più tollerata e fiorente, le cortigiane, con la loro ostentazione ed il loro sfarzo costituivano anche un richiamo turistico ed una prova palese dei piaceri e della libertà garantiti nella Serenissima.

La cortigiana onesta.jpgMontesquieu.jpgBasta leggere Montesquieu, che imagesCAKQU8AC.jpgdiceva della Repubblica:  Mai, in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come a Venezia. Bisogna però ammettere che i veneziani e le veneziane hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una cortigiana ma non mancherà la sua messa per nessuna cosa al mondo.

imagesCABS684P.jpgProprio un proverbio veneziano del settecento riassumeva così la dolce vita suggerita ai nobiluomini: ” La matina una messeta, dopo pranzo una basseta, dopo cena una donneta”, messa, bisca, amante.

Le cortigiane a Venezia erano dette “mamole”: Secondo i diari di Marin Sanudo nella Serenissima all’inizio del 500 le prostitute erano più di dodicimila  su trecentomila abitanti.

Aretino.jpgUn paradiso per l’Aretino che durante il suo soggiorno  a Venezia unì attorno a sè un gruppo di letterati (le cosiddette officine) i cui scritti avevano come soggetto  le storie delle cortigiane.

De Montaigne.jpgUn acuto osservatore della realtà italiana come Michel de Montaigne quando giunse a Venezia si meravigliò della quantità di cortigiane che con i loro proventi avevano conseguito uno stato sociale degno di una nobildonna.

Queste si distinguevano, per categoria e prezzi richiesti, dall’abito; Se erano “oneste” indossavano eleganti soprabiti “zimarre” di velluto con i bottoni d’oro, con pelliccia di scoiattolo “vaio” e con le sopravvesti foderate di “pelliccia guarnaccia”, sottane di raso o ormesino lunghe fino a terra. Le più celebri percorrevano le salizzade e le calli seguite da paggi e servitori, ed indossavano gioielli preziosi.

imagesCAH0RZ0C.jpgDi solito si arricciavano i capelli e li tingevano di biondo, raccogliendoli con cordelline di seta in una rete d’oro. Esse seguivano i consigli di una nota alchimista, la nobildonna Isabella Cortese, che nel 1500 pubblicò il libro “Secreta”, dedicato alla cosmetica femminile , come già ho raccontato in un altro mio post.

Invece quelle di basso rango usavano giubbotti di tela, camicie e braghe da uomo. In capo avevano un mezzo velo bianco di cambrai acconcio con la falda, la quale sporgeva tanto in fuori sopra la testa da coprire tutta la fronte.

come quelle delle psrostitute.jpgimagesCAWBXN1M.jpgAi piedi calzavano scarpe rialzate, simili agli attuali zatteroni. Erano fanciulle “perdute” che si offrivano alla vista ed all’offerta dei passanti quasi del tutto svestite sul famoso “Ponte de le Tette”, incoraggiate in questo dal Doge e dal Vescovo che pensavano in questo modo di ridurre l’omosessualità dilagante in quel periodo.

imagesCARN0K4O.jpgGaspara Stampa profilo.jpgGaspara Stampa.jpgTra le cortigiane oneste e famose, oltre a Veronica Franco, di cui abbiamo già parlato, ci fu Gaspara Stampa, nata a Padova e trasferita a Venezia, la voce femminile più autentica e spontanea della poesia erotica italiana. Si innamorò del conte Collaltino di Collalto, che poi rime di Stampa.jpgl’abbandonò. La Stampa dedicò al suo amore finito “Le Rime”, un canzoniere che raccoglie trecentoundici composizioni, sonate, madrigali, canzoni e sestine.

sonetto di Stampa.jpgsonetti di Gaspara.jpgD’Annunzio citò un suo verso nel “Fuoco” in cui il protagonista è il personaggio più autobiografico di questo autore: ” Vivere ardendo e non sentire il male”.La cortigiana poetessa morì giovane nel 1554.

S. Francesco della Vigna.jpgFamosa e ricchissima fu anche Giulia la Lombarda, che, grazie alle sue relazioni con vescovi e sacerdoti importanti riposa ora accanto all’altar maggiore della chiesa di S. Francesco della Vigna a Castello.

Importante e ricca, ma che soggiornò a Venezia solo per qualche tempo, fu Tullia d’Aragona, famosa per essere l’autrice del “Discorso dell’infinità d’amore “(edito a Venezia nel 1574>) e per imagesCALDUW6J.jpglibro di Tullia d'Aragona.jpgle “Rime”.

La veneziana Bianca Cappello divenne addirittura Granduchessa. Figlia di Pellegrina Morosini e del nobiluomo Bartolomeo Cappelli, si dette alla vita di cortigiana, quindi conobbe un tale Pietro Bonaventura, fuggì con lui, e si sposò a quindici anni. Insieme andarono a firenze dove conobbero il Granduca Francesco I De Medici, che si innamorò di lei, e le fece una corte travolgente.

Il Bonaventura venne trovato morto, ed il Granduca sposè Bianca.

Francesci I de Medici.jpgTullia d'Aragona.jpg200px-Bianca_Capello.jpgMorirono entrambi avvelenati nel 1587.

 

streghe,pozioni,e…tordi a Venezia

streghe.jpgNel 1500 si creò come una febbre in Spagna, a Roma ed in altre nazioni d’Europa contro le donne, in maggior numero anziane, ma anche giovani, che in genere svolgevano il ruolo di levatrici, si intendevano di erbe,  sapevano curare con tisane e, probabilmente, anche con una capacità psicologica non comune, e per queste peculiarità venivano considerate streghe.

imagesCAFIXYRU.jpgEra opinione comune che queste donne, accusate di essere  adoratrici di Satana, si incontrassero con il Demonio per adorarlo, ricevere istruzioni ed abbandonarsi ad orge di ogni genere in occasione dei sabba.

Migliaia di donne affermavano di avervi preso parte anche se in realtà erano nel loro letto a dormire, ma le confessioni venivano estorte con torture brutali e terribili.

Alcune confondevano le loro fantasie e paure con la realtà, altre volevano vendicarsi di qualcuno, ed altre ancora erano costrette a denunciare conoscenti o amiche come  presunte partecipanti ai sabba.

inquisitore.jpgimagesCABZ8KA5.jpgimagesCAVNG71V.jpgimagesCAHCVVNA.jpgLe descrizioni di ciò che vi accadeva erano piuttosto varie, ma la sostanza era abbastanza costante: le streghe si recavano al sabba con mezzi di trasporto magici, spesso a cavallo di scope; giuravano fedeltà al diavolo, riferivano sulle loro attività malefiche, poi banchettavano e danzando si abbandonavano a licenziosità di ogni genere.

Pierre de Lancre, francese, il gran cacciatore di streghe dell’inizio del 600, riportò molte descrizioni di feste orgiastiche, in cui descriveva anche episodi di vampirismo, violazione di tombe oltre all’oltraggio della bestemmia ed alla profanazione di ostie consacrate.

inquisizione.jpgcaccia.jpgSi riteneva che il sabba si svolgesse regolarmente il 31 ottobre ed il 30 aprile ed ognuna delle quattro festività pagane che erano assorbite dal cristianesimo.

Le streghe di Venezia, invece, non andavano al Sabba.

Ed è proprio dagli Archivi della serenissima Repubblica che si possono ricavare le storie di alcune presunte streghe, attraverso circa 200 processi per sospetta stregoneria, e gli interrogatori sotto tortura furono soltanto tre, ed una sola volta venne minacciato il rogo per un’imputata che era comunque contumace.

sabba.jpginquisizione a Venezia.jpgSi trattò quindi di processi di modesto rilievo storico, da cui però emerge  tutto un mondo di povere donne dedite a complicate cerimonie da compiersi con i mezzi più stravaganti  per guadagnare un pò di denaro vendendo ovviamente illusioni.Inoltre, attraverso questi documenti, è un continuo snodarsi di vicende a volte curiose, divertenti ed impensate.

Nel 700 poi si ebbero episodi da considerarsi forse in maniera diversa, come quando Casanova bambino di otto anni venne portato a MUrano dalla nonna per guarire, per mezzo delle arti di una “guaritrice” dalle perdite di sangue dal naso che lo stremavano e lo avevano ridotto in grande debolezza, come già ho raccontanto.

streghe1.jpgun raduno di streeghe.jpgComunque, dai documenti dell’archivio, ecco la storia di un giovane lavorante di tintoria innamorato senza speranza della moglie del padrone, a cui viene suggerito da una “striga” di offrire al sua anima al diavolo, chiedendogli in cambio di persuadere la donna a concedergli i suoi favori.

Per raggiungere lo scopo il povero tintore, che sapeva scrivere, avrebbe dovuto, in una notte di luna piena, vergare su di una pergamena con inchiostro fino, la sua proposta al demonio. Poi avrebbe dovuto bruciare la pergamena alla fiamma di una candela sul davanzale di una finestra, il fumo spandendosi nell’aria e la sua richiesta sarebbero giunti a Satana.

Il giovane tintore eseguì con diligenza la prima parte del suo compito, ma quando venne il momento di bruciare lo scritto la paura dell’inferno lo spinse a gettare la pergamena nel canale.

venezia inquisizione.jpgAll’alba un ortolano che passava  remando con il suo sandalo carico di verdure vide il foglio, lo trasse dall’acqua incuriosito, e lo portò dal prete.

Il nome della donna amata, il luogo nei cui pressi era stato ripescato il documento, portarono all’identificazione del suo autore e, come si può immaginare, successe il finimondo. Il tutto però si concluse con la condanna all’esilio per alcuni anni del giovane tintore.

Filtri d’amore, pupazzi di cera trafitti da spilloni, amuleti vari, pozioni benefiche o malefiche..le strighe vendevano le carte del buon volere e le formule magiche per gli usi più diversi, le herbere vendevano i loro decotti, le stroleghe predicavano l’avvenire, le strazarole , andando in giro per le calli dall’alba al tramonto procuravano loro i clienti.

Tribunale dell'inquisiione.jpgOgni tanto l’inquisitore faceva mostra dei suoi poteri rinchiudendo, per un breve periodo queste trafficanti nella prison de le done.

Nei tre casi in cui il Sant’Uffizio decise di usare per l’interrogatorio dell’imputata i tormenti, non possedendo una camera di tortura, fu costretto a chiedere ai Signori de la note al Criminal che gli prestassero la loro.

I Signori de la note era un organo  di controllo per i reati commessi da cittadini veneziani, creato nel 1274,( i primi vigili urbani della storia)  sdoppiato poi, nel 1544 nei Signori de la note al Criminal, e al Civil.

sabba2.jpgrogo dei libri durante l'inquisizione.jpgAl ponte di Rialto era posta la Berlina, che venne poi spostata tra le colonne di Marco e Todaro in Piazzetta S. Marco, ed alcune donne vi furono incatenate per 3 o 4 ore.

colonne di Marfco e Todasro a Venezia.jpgSo di quattro donne condannate all’esposizione su un palco eretto  fra le colonne del Leone Alato e quella di San Teodoro, con le mani legate ed una mitria di carta in testa in cui era dipinto il demonio tra le fiamme dell’inferno.

Curioso il processo contro una serva del Priore dell’Ospedale della Misericordia rea di aver mangiato carne di venerdì, per la precisione un tordo.

La donna non negò il fatto, ma addusse a sua giustificazione di sentirsi a volte sfinita e mangiare la carne la aiutava a superare il malore.

inquisizione 3.jpgsanta inquisizione.jpginquisizione 5.jpgL’inquisitore (evidentemente anche lui ghiotto di tordi) l’ascoltò attento e infine decise che “va ben, se le cose stavano così che mangiasse pure i tordi”.

Queste erano le streghe e gli inquisitori a Venezia.

 

 

 

 

Estrella e la gondola

costruzione di una gondola.jpgSquero di San Trovaso.jpgLo Squero di San Trovaso, di cui abbiamo già parlato, è uno dei più antichi Squeri rimasti a Venezia, dove ancor oggi si costruiscono le gondole, e sono più di mille anni che la gondola è la tipica ed insostituibile imbarcazione veneziana.

 Per la sua realizzazione servono tredici qualità di legni diversi, e molta maestria e gondola con felze 3.jpgprofessionalità. Il nome di questa imbarcazione proviene dalle immagine di gondola coperta.jpgIsole Greche, per cui dal greco antico ” Kondis” = conchiglia o dalla barchetta dalla coda corta ponte di barche.jpgchiamata ” conchula”.

ferlze.jpgAngelo Partecipazio.jpgAgnello o Angelo partecipazio.jpgantica gondola 1.jpgLe antiche gondole avevano la coda più corta di quelle attuali; una leggenda racconta che nell’809 la figlia del Doge Angelo Partecipazio, Estrella, andasse ad incontrare re Pipino, figlio di Carlo Magno, su una Conchula, da quel periodo denominata Gondola.

L’impresa che si prefiggeva la figlia del Doge era di indurre il sovrano francese a desistere dall’inseguire i Veneziani ritiratisi nelle isole Realtine di Rivoalto. Il re Francese fu invece molto sgarbato con la figlia del Doge, e questa sgarbatezza gli il re Pipino.jpgPipino.jpgfu fatale.

L’assalto programmato dalle truppe di Re Pipino fu un disastro: l’armata fu travolta dall’alta marea , sommergendo la diga fatta costruire per arrivare al centro della città di Venezia. Il destino e la marea permisero di cambiare gli eventi a favore dei veneziani, che riportarono così una schiacciante vittoria sui nemici francesi, ed il canale venne chiamato Canale dell’Orfano.

La leggenda narra anche del finale tragico per la giovane Estrella, che mentre approdava nella zona di Rivoalto, tra le grida festanti dei vincitori, una pietra lanciata per errore da una catapulta cadde Ponte nuovo di Rialto.jpgsulla gondola della ragazza che venne sbalzata  in acqua e sparì tra i flutti, senza più riemergere.

Stemma del Doge.jpgvista del Canal Grance al tempo di Estrella Partecipazio.jpg43%20Canaletto%20-%20il%20Canal%20Grande%20dal%20ponte%20di%20Rialto%20versco%20ca%27%20Foscari.jpgNel punto ove scomparve nacque l’attraversamento traghettale prima, ed il ponte di Rialto dopo.

Ogni famiglia nobiliare aveva le gondole decorate con i colori del Casato; il disegno dello stemma veniva posto sopra lo schienale o sopra il felze (la copertura che si usava per tutte le gondole, come ho già scritto in precedenza e il cui nome derivava dalle antiche coperture delle imbarcazioni fatte di frasche di felci).

Con un provvedimento del Senato dell’8 ottobre 1562, a causa della peste che stava uccidendo decine di migliaia di persone, fu fatto obbligo di dipingere le gondole di nero, in sergno di lutto.

Questo decreto venne nuovamente riconfermato nel 1633. Da allora le gondole sono rimaste nere.

vecchia gondola.jpgSi suppone che nel 1560 a Venezia solcassero la laguna più di diecimila gondole, tutte con il felze smontabile.

 

La vecia del morter

Tradizione o leggenda?

imagesCALJ5IER.jpgimagesCAYH4ZTF.jpgCorreva l’anno 1310. La vecchia Giustina Rossi, donna vedova, povera e con una figlia (Agnese) da mantenere, viveva in una casa che era della Repubblica, proprio sopra il sotoportego del Cappello Nero alle Mercerie Meridionali, vicinissima a Piazza S. Marco.

Un tal Vittore era innamorato corrisposto della figlia, ma i due non potevano sposarsi perchè nessuno dei due aveva un sostentamento, mentre Gualtieri, l’esattore della Repubblica era innamorato di Agnese.

Il 15 Giugno del 1310 appunto, Gualtieri andò dalla vecchia Giustina per farsi pagare l’affitto della misera casa, ma alle suppliche della donna, che si era già venduto tutto quanto  possedeva, rispose minacciandola di chiamare gli Avogadri della Serenissima, ed in questo modo di cacciarla di casa entro il giorno successivo, a meno che Agnese promettesse di sposarlo.

imagesCAOWXFOV.jpgimagesCADY51I5.jpgPoi l’uomo se ne andò lasciando le due donne disperate.  Fuori scoppiò un fortissimo temporale e si udivano suoni di tempesta quando si sentirono urla di uomini, una gran vociare ed una grande confusione.

La povera Giustina, confusa e spaventata, si affacciò alla finestra, ma non si accorse del pesante mortaio di pietra che era posato sul davanzale, e questo cadde giù, colpendo alla testa un soldato armato, ed uccidendolo sul colpo.

imagesCAR10W53.jpgDisperata Giustina abbracciò Agnese e pensò ad un futuro in prigione, alla sua Agnese abbandonata tra le mani del bramoso Gualtieri, e pianse lascrime sconsolate.

Intanto la gente era accorsa a vedere cosa fosse successo, così come i soldati, e dopo un pò Giustina sentì bussare alla porta….tremando andò ad aprire e si trovò davanti il Capitano delle Guardie:

Signora Giustina, le disse, lei ha salvato la Repubblica. Ha ucciso Gualtieri che era l’alfiere degli uomini di Baiamonte Tiepolo, nemico giurato del doge, che voleva assaltare il Palazzo Ducale. (Baiamonte apparteneva alla famiglia dei grandi pittori, ed era un rivoluzionario).

imagesCAOZAV9O.jpgimagesCAC2RBYM.jpgLa vecchia venne quindi accompagnata al Senato, dove il Doge Pietro Gradenigo le abbonò l’affitto della casa dove abitava, e le assegnò una pensione fino a quando fosse vissuta. Quindi le diede lo stendardo di Venezia, facendole promettere di esporlo ogni 15 giugno, a ricordo dello scampato pericolo.

imagesCAXMK0A6.jpgimagesCAOJ4EGO.jpgSe voi andate alle Mercerie, all’estremità meridionale, sopra il primo arco vi è il rilievo della figura di una vecchia con un mortaio. e sotto, sul pavimento, c’è la data.

scultura.jpgAlla Biblioteca Marciana c’è pure una statua che la ritrae.

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