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Lo zucchero a Venezia: la rivoluzione gastronomica europea!!!!!!

navi a VeneziaL’importanza di Venezia nella diffusione della canna da zucchero e in seguito la sua esportazone ai Caraibi fu determinante per la modifica del commercio e dell’alimentazione in Europa. Come sempre la Serenissima all’avanguardia, attraverso i suoi osservatori e mercanti.

zucchero di canneLa scoperta di questa sostanza, sottoforma di canna avvenne nel 1099 per merito dei Crociati che poterono osservare e annotarono , nei pressi di Tripoli di Siria, la città dove nacque l’amore passionale e perfetto tra Jauffret Radel e la splendida Melisend,  delle canne color miele . Di questo parla un cronista di guerra dell’epoca al seguito dei cristiani, Albert d’Aix ;  ” i campi erano coperti da canne mielate. chiamate zucchero e coltivate con molta cura;  quando sono mature gli indigeni le pestano in mortai e se ne ottine un sacco che viene raccolto e lasciato indurire come neve o sale fino. I crociati ne fanno delle pappe mescolandi lo zucchero col pane ed aggiungendovi dell’acqua.

Tripoli di SiriaDurante gli assedi in Albania, ad Archas ed a Marra si nutrono con le dolcissime canne.”Fino a quel momento la culturta orientale in fatto di cucina era considerata superiore, per vua delle spezie e dei sapori intensi e unici che la caratterizzavano. Per questo motivo si ebbe un fiorire della ricercA culinaria testimoniata da testi di gastronomia.
In Europa apparvero ricettari fino al XIII secolo mentre in oriente c’era un catalogo ricettario fin dal  secolo-

Molto imnportante è che a Venezia venne tradotto tra i secolo XIII e XIII un trattato di dietetica araba da un personaggio chiamato Jamboninus da Cremona,  (un manoscritto inedito è conservato a Parigi). Alla fine di questo trattato che è in effetti un libro con 83 ricette è scritto: “Liber de ferculis et condimentis , traslatus in Venecia a magistro Jamibono cremonesi e arabico in latinyum extractus  ex libro Gege filii Algazael( medico di Bagdad morto nel 1100) intitolato de cibis et medicinis simplicitis et compositis-

Tzuccheroutto ciò dimostra che i veneziani acquisirono determinate abitudini gastronomiche derivate dalle esperienze culinarie effettuate in oriente e all’uso facile e ghiotto delle spezie che in Europa non erano conosciute. Nel 1222 il doge Ziani si lamentava della carenza di pesce e di tutto ciò che si era abituati a consumare, proveniente dalle campegne interne, dal frumento, al vino all’olio! Esagerava il doge, retrogrado e non propiettato alle nuove consuetudini: a lui rispose Angelo Faliese, procuratore di S. Marco  che gli fece notare che non s’era alcuna carenza di pesce, ne di olio, ne di frumento, ma che le nuove abitudini dei veneziani erano frutto della loro ricchezza: le importazioni dall’Oriente e il ruolo fondamentale della Serenissima nello Tripoli di Siriasviluppo della cultura europea!’importanza di Venezia nella diffusione della canna da zucchero e in seguito la sua esportazone ai Caraibi fu determinante per la modifica del commercio e dell’alimentazione in Europa. Come sempre la Serenissima all’avanguardia, attraverso i suoi osservatori e mercanti.

La scoperta di questa sostanza, sottoforma di canna avvenne nel 1099 per merito dei Crociati che poterono osservare e annotarono , nei pressi di Tripoli di Siria, la città dove nacque l’amore passionale e perfetto tra Jauffret Radel e la splendida Melisend,  delle canne color miele . Di questo parla un cronista di guerra dell’epoca al seguito dei cristiani, Albert d’Aix ;  ” i campi erano coperti da canne mielate. chiamate zucchero e coltivate con molta cura;  quando sono mature gli indigeni le pestano in mortai e se ne ottine un sacco che viene raccolto e lasciato indurire come neve o sale fino. I crociati ne fanno delle pappe mescolandi lo zucchero col pane ed aggiungendovi dell’acqua.

Durante gli assedi in Albania, ad Archas ed a Marra si nutrono con le dolcissime canne.”Fino a quel momento la culturta orientale in fatto di cucina era considerata superiore, per vua delle spezie e dei sapori intensi e unici che la caratterizzavano. Per questo motivo si ebbe un fiorire della ricercA culinaria testimoniata da testi di gastronomia.
In Europa apparvero ricettari fino al XIII secolo mentre in oriente c’era un catalogo ricettario fin dal  secolo-

Pelleas e MelisandMolto imnportante è che a Venezia venne tradotto tra i secolo XIII e XIII un trattato di dietetica araba da un personaggio chiamato Jamboninus da Cremona,  (un manoscritto inedito è conservato a Parigi). Alla fine di questo trattato che è in effetti un libro con 83 ricette è scritto: “Liber de ferculis et condimentis , traslatus in Venecia a magistro Jamibono cremonesi e arabico in latinyum extractus  ex libro Gege filii Algazael( medico di Bagdad morto nel 1100) intitolato de cibis et medicinis simplicitis et compositis-

ziani-pietro-doge42_0Tutto ciò dimostra che i veneziani acquisirono determinate abitudini gastronomiche derivate dalle esperienze culinarie effettuate in oriente e all’uso facile e ghiotto delle spezie che in Europa non erano conosciute. Nel 1222 il doge Ziani si lamentava della carenza di pesce e di tutto ciò che si era abituati a consumare, proveniente dalle campegne interne, dal frumento, al vino all’olio! Esagerava il doge, retrogrado e non propiettato alle nuove consuetudini: a lui rispose Angelo Faliese, procuratore di S. Marco  che gli fece notare che non s’era alcuna carenza di pesce, ne di olio, ne di frumento, ma che le nuove abitudini dei veneziani erano frutto della loro ricchezza: le importazioni dall’Oriente e il ruolo fondamentale della Serenissima nello sviluppo della cultura europea!

Le Stue e gli Stueri a Venezia tra cura del corpo ed erotismo: l’oriente veneziano!

FondamentadelaStua_SANTACROCE_01Le stufe, o stue a Venezia erano luoghi, simili al “calidarium” degli antichi romani, o paragonabili ai bagni turchi. Ne parla, nei suoi diari Alvise Molin (1606-.1671) ambasciatore della Serenissima a Costantinopoli che così narra: ” nel ritorno a casa dessimo un’occhiata a uno dei loro bagni che molti e frequentissimi sono nella Turchia, fatti per lavarsi prima delle orazioni loro, che altro non sono che stufe simili alle nostre”.

FondamentadelaStua_SANTACROCE_04venezia-ponte-tette-carampanen questi locali pubblici, collocati sempre molto vicino ai luoghi  dove “esercitavano” le meretrici ( vedi il ponte de le Tette) dalla fine del Medioevo si praticava il culto del corpo più con finalità estetiche ed erotiche che con intenti terapeutici o igienici, anche se gli stueri erano accorpati alla corporazione dei barbieri ( che esercitavano, oltre che la loro naturale funzione, anche quella di chirurghi, riconosciuti anche dal punto di vista sociale come eroi, durante le guerre e le battaglie per le loro capacità di salvare vite!). Gli stueri infatti si occupavano di tenere accese le stufe ideate e create allo scopo di scaldare l’acqua, ma si occupavano anche di togliere i calli e tagliare le unghie dei piedi: erano insomma considerati al livello più basso.

Venezia meretriciNon a caso la Repubblica promulgò leggi restrittive sia sulla frequentazione sia per l’uso di questi luoghi, dove appunto le meretrici potevano lavorare, ma col tempo divennero centri estetici e saune e massaggi. Un’immagine comunque questa veneziana che molto la avvicina all’oriente e ai suoi splendori e vizi!!!!!

ponte de le teteVenezia e la lunaaQueste immagini sono tipiche della Serenissima dove gli ospiti provenienti da tutta Europa avevano diverse opportunità di vivere bene e fruire dei mille piaceri che questa città-stato poteva offrire, non senza un pizzico di malizia, ma con tanto erotismo, fantastica come le sue notti illuminate dalla luna, o ricca di malia come le sue nebbie e l’affascinante respiro della laguna!
Venezia con la nebbiaVenezia e la laguna

Le vere da pozzo a Venezia, straordinario sistema idrico e ornamento della Serenissima!

Pizzocchere 5Nella società veneziana i “tagliapiera” erano assolutamente stimati, la corporazione infatti fu alla base della massoneria veneziana, e le loro opere rimassero “scolpite” nella città. Le prime , grandi espressioni dei taiapiera furono le vere da pozzo: nel giro di alcuni secoli queste raggiunsero il numero di seimila.

vera 1La quantità di questre opere era legata ai pozzi che dovevano assicurare ad una città creata sull’acqua l’approvigionamento di acqua dolce, specialmente quella piovana per soddisfare le necessità dei cittadini. Marin Sanudo notava che Venezia “è in acqua ma senza acqua”. Le sole aree dove erano presenti delle richhe vene di acqua dolce erano i lidi.  Ed è molto probabile che proprio la scoperta di questi pozzi naturali, formatisi dall’accumularsi dell’acqua piovana infiltrata e depuratA dalla sabbia abbia in un certo senso influenzato l’ingegneria costruttiva delle cisterne cittadine dato che, solo a Venezia, si usarono strati di sabbia per filtrare e rendere potabile l’acqua piovana.

L’acqua meteorica , convogliata dai tetti o da apposite piattaforme ingegnosamente costruite nei pozzi profondi, scavati nel terreno, dopo aver attraversato strati di ghiaia e di sabbia, si raccoiglieva nei pozzi stessi, dove si manteneva pura e fresca.

Era tale l’importanza della perfetta costruzione dei pozzi, che era affidatas ad una ristretta connfraternita detta dei Pozzeri, affiliata all’arte dei muratori.Gli iscritti si tramandavano il mestiere di padre in figlio e avevano l’obbligo di lavorare esclusivamente per i pozzi”all’uso di Venezia”.

Inoltre ben tre magistrature avevano competenza sui pozzi pubblici: i Provveditori di Comune, che sovraintendevano alla costruzione ed alla manutenziine dei pozzi, il Magistrato alle acque che aveva il compito di sorvegliare la Seriola, un canale artificiale del Brenta cui si risaliva con le barche per prelevare l’acqua durante i periodi di siccità,  e il Magistrato alla Sanità che comprava l’acqua da coloro che la trasportavano. Inoltre i capi contrada avevano in custodia
le chiavi delle cisterne e, al segnale della “campana dei pozzi” le aprivano al pubblico uso una, due volte al giorno.

vera 2vera di Palazzo ducalePer le vere da pozzo vennero usati capitelli ricavati dalle rovine di Altino, Jesolo, Concordia Sagittaria, fusti di colonne, e urne funerarie. In seguito venne usata la pietra d’Istria e calcare veronese. Fra le vere da pozzo rarissimi sono gli esemplari “firmati”: in realtà solo due, le vere in bronzo nel cortile di Palazzo Ducale, datate la metà del XVI secolo , una di Alfonso Alberghetti, l’altra di Nicolò da Conti. A queste si può aggiungere quella vera 3della Cà d’Oro, sicuramente realizzata dallo scultore Bartolomeo Bon.

vera 12vera 17l pozzo, nato dai bisogni essenziali di una comunità,  era strettamente legato alla sua vita: esso poteva essere situato nel chiuso di ambienti privati, come la cucina, centro intimo della vita familiare, oppure nelle corti private, aree di filtro tra interno ed esterno, dove si continuava a sviluppava l’attività di vera 7casa in osmosi con quella cittadina, nei chiostri . ad uso delle comunità religiose, che in alcuni anni erano obbligate dalla legge  della Repubblica ad estendere in determinate ore del giorno , l’uso del pozzo anche alla popolazione, e infine nei campi o nei campielli, dove il pozzo era beneficio comune.

vera 5Il pozzo a Venezia era quindi un bene comune e contemporaneamente uno splendido arredo di una città, di una Repubblica che ha fatto delle proprie difficoltà un ulteriore elemento per renderla sempre più unica e speciale !.

Le Pizzocchere di Venezia: altre donne straordinarie!!!!

FiPizzocchere 2n dal 1499 a Venezia, repubblica laica, dove il dogado teneva in gran conto il benessere dei cittadini, esisteva un nucleo di persone, specificetamente donne, di tutte le età, di varie estrazioni sociali, conducenti vite diverse (nobildonne decadute, vedova, ex prostitute etc.) che, affiliate a terz’ordini religiosi delle Orsoline, Francascani, Domenicani ,Agostiniani, Serviti e Carmelitani donavano le loro opere ed il loro tempo per aiutare i poveri, reietti e bisognosi.

Pizzocchere 3Queste donne venivano chiamate Pizzocchere ( Pinzocchere e Bizzocchere), nome che era derivato da un tessuto grezzo di lana, grigio (bigio) ottenuto con la tessitura di lana bianca misto a lana nera.

Queste donne venivano sostenute nelle loro opere dalle famiglie nobili che le ospitavano o presso i loro palazzi, o in caxette, ossia case a loro concesse “amore dei”,  cioè gratis, oppure ospitate in ospizi o ospedaletti.

pizzocchere1Tra i loro compiti c’erano quelli di partecipare come cantore alle cerimonie di matrimoni, funerali, prendersi cura degli altari e delle chiese di Venezia (che sono circa 200).

Considerate le loro attività, così vicine al Doge e alle istituzioni  venivano considerate alla stregua di ficcanaso, spione ambigue ed ingannevoli.

Le pizzocchere erano conosciute a Castello, S. Anna, S, Domenico, San Pietro, San  Giuseppe e Calle delle Furlane: una di queste fu Cassandra Fedele che fu nominata “priora de l’hospeal de le Donzele appresso a San Domenego; morì nel 1558 a 102 anni dopo aver studiato medicina e teologia a Padova, e aver composto opere letterarie.

Non a caso a Venezia troviamo  una corte a loro dedicata.Pizzocchere 5

Nel 1727 le Pinzocchere assunsero il titolo di Comunità Religiose riconosciuta dalla Serenissima e nel 1746 venne loro destinato un burcio (una barca da trasporto merci).

Ho voluto raccontare con molto piacere la storia di queste donne coraggiose, caritatevoli votate al bene altrui perchè nei miei ricordi di bambina giganteggia l’immagine di una “zia” , non vera zia,(era una terziara francescana) dalle mie sorelle e da me chiamata zia Ninetta, amica di mia nonna  Adele, donna impegnata, forte ed intelligente che rimasta vedova a 28 anni con tre figli da crescere, nei primi anni del novecento si impose nel lavoro presso la Cellina, (antenata dell’Enel) fino a diventare cavaliere del lavoro. Zia Ninetta divenne per noi , nipoti di tale donna distrutta ancora abbastanza giovane dall’Alzhaimer, un alter ego della nonna, e il ricordo di lei mi è rimasto, vivissimo , e la sua immagine:lei piccolina, la crocchia grigia, gli occhialini ed il visetto grinzoso e il suo dolcissimo sorriso che mi illuminò l’ultima volta che la vidi, nell’Ospedale di SS. Giovanni e Paolo.

Donne straordinarie degne figlie di questa Venezia e di questa cultura, illuminata e grande!!!!

Venezia: la “straordinaria” consuetudine di un gondoliere in una città magica!

gondoliere 5Essere veneziani, quelli veri, è uno stato di grazia, un essere cresciuti un modo particolare, aver vissuto situazioni e sensazioni che in qualsiasi altra città è impossibile vivere; La fortuna di aver conosciuto una donna ironica, bellissima, intelligente, figlia di un gondoliere è un tesoro che  si può  condividere attraverso il racconto di  delicati momenti da lei vissuti.

gondoliereFiglia di un gondoliere ha testimoniato , con le sue evocazioni, la vita semplice ma anche emozionante e ricca di suggestioni della gente del popolo veneziano.

C. Naya, Gondoliere, Venezia 1880 ca., albumina, 190x250La donna di cui parlo , Vittoria, se ne è andata da diversi anni, così come suo marito, artista importante, grande incisore, autore di barene essenziali, bellissime, ma anche critico d’arte e poeta, e proprio attraverso una sua poesia desidero trasmettere il suo delicato racconto dedicato al suocero ” Me Misser”, che è un messaggio estremo d’amore alla sua dolcissima compoagna : Lui è Manlio Alzetta, artista importante che è rimasto nel cuore dei veneziani, e ancor più dolce arriva al cuore quella immagine di padre gondoliere e figlia, uniti e cullati dallo sciabordio della laguna e da tanto, tanto amore:

” Me missier ” (mio suocero)

Me morosa, fia de gondoliere de parada
del so zorno più belo me contava:

Mio pare, de riposo dal tragheto
a inizio de zornada
comprava vin, gazosa e bon sguazeto
e un fià de peverada.

Ciapà per man el so “anzoleto”
(cussì lu me ciamava)
me meteva a pagiol sul stramaseto
piantà el remo, la gondola ligava;
brazi desnui, braghe al zenocio, in testa un fazoleto
el se dava a netar, che tuto slusegava.

Sfinio ma sodisfà un bacio el me s’ciocava
mangiavimo, bevevimo come fusimo a bancheto
Lu dopo fumava e mi co l’acqua zogava.
El batassio intanto la gondola ninava e lu in falseto
na vecia barcaroila el me cantava.
Co’l sol drio buran se nascondeva vegniva su frescheto
e la laguna de fogo diventava
spiantà il remo dal palugo, nel silenzio queto
contenti a casa se tornava.

barena di Manlio AlzettaSplendida venezia e splendidi veneziani!!!!!

 

 

La fortissima artiglieria Veneziana

Arsenale 1L’Arsenale di Venezia, il più importante luogo  dove la Serenissima costruì la sua potenza sui mari , oltre che ospitare la costruzione delle navi, dei cordami e di tutto ciò che componeva la potenza navale di quella straordinaria Repubblica, era anche la sede delle costruzioni  delle armi veneziane e delle rispettive munizioni.

Il reparto fonderia ed il reparto polveri furono tra i settori più importanti in seguito all’entrata in uso delle armi da fuoco.

cannoniI veneziani usarono perla prima volta le artiglierie navali nel 1349 battendosi contro i genovesi presso Capo Alger (Sardegna): in terraferma usarono le artiglierie nel 1376 contro Leopoldo d’Austria, sotto la piazza di Quero (Treviso).

ARTIGLIERIA VENEZIANA 1Nel 1390 furono trasferite nell’Arsenale le fonderie che prima erano nel “Getto” o “Ghetto”, la località del Sestiere di Cannaregio poi destinata a sede della comunità ebraica; le fonderie in bronzo furono sistemate nell’angolo meridionale, verso l’ingresso, mentre il reparto per la confezione delle polveri fu situato nell’angolo orientale verso il convento di S. Daniele.

Le fonderie in bronzo rimasero sempre nello stesso luogo e furono dirette per venticinque generazioni dalla celebre famiglia degli Alberghetti, autori di veri capolavori dell’arte deella fusione. Quando nel 1660 entrarono in uso le artiglierie in ferro  si preferì far arrivare i cannoni direttamente dalle officine prossime alle miniere, nelle valli bresciane.

Il reparto polveri, per ovvi motivi di segretezza fu mantenuto costantemente nell’arsenale, anche se la pericolosità era oltremodo presente: il 14 marzo del 1509 vi fu uno scoppio ed un conseguente fortissimo incendio che danneggiò  anche il convento di S. Donato, adiacente a quell’asrea.

In seguito la parte pirotecnica venne spostata all’angolo opposto, vicino al convento della Celestia , ma il 15 settembre del 1539 un altro violento incendio distrusse i capannoni del reparto e il muro di cinta, danneggiando chiese e conventi vicini. Si decise allora di confezionare e conservare le polveri in luoghi isolati, come l’isola di S.Angelo Caotorta, della apppunto “della polvere” nei pressi di S. NIcolò del Lido.

artiglieria veneziana 3All’interno dell’Arsenale rimasero quindi le fonderie , ampliate mnel 1539, e i depositi di cannoni e munizioni: nelle sale d’armi costituite in sei ampi ambienti erano depositate le armi da taglio e da fuoco portastili; vi venivano organizzati anche banchetti in onore di ospiti illustri come Enrico III re di Francia nel 1574. Il parco delle artiglierie e delle nomnarde4 , situato lungo la via “stradal campagna” era disposto con tanta arte da essere definito “giardino di ferro”: esso fu oggetto di ammirazione ancdhe per visitatori stranieri, come Amelot de la Houssaye, che visitò lo’Arsenale nel 1677 e Charles de Brosses, che la visitò nel 1739 e che ne dettero una interessante descrizione.

artiglieria venezianaNel 1772 fu ordinato un “Museo dell’artiglieria” con i pezzi più antichi e pregevoli. Secondo la relazione di Costantino Veludo al momento della caduta della Repubblica esistevano depositate in Arsenale 5.293 bocche di fuoco, delle quali 2,518 in bronzo.

RTIGLIERIA VENEZIANA 4Venezia, la Serenissima orgogliosa, aperta al resto del mondo, all’avanguardia anche per quanto riguardava le armi, la sua artiglieria potente che le permise di diventare la Regina del Mediterraneo attinse all’ingegno dei suoi ingegneri, dei suoi lavoratori, della fedeltà estrema dei suoi arsenalotti e pose i suoi simboli sulle coste dell’Adriatico e delle sue isole, simboli che tutt’ora rimangono!

I bucintoro di Venezia, simboli di potenza e unione con il mare: Meravigliosa Serenissima!

Il bucintoro era l’immagine del potere di Venezia e del suo Doge: un naviglio per cui la Serenissima non lesinava denari, per renderlo sempre più ricco, opulento e maestoso. Il suo uso era limitato alle grandi cerimonie veneziane, specialmente il giorno della sensa (l’Ascensione) in cui veniva consumata la cerimonia così intima, così forte e così unica dello sposalizio del mare, il momento in cui la Repubblica rendeva grazie all’Adriatico per le opportunità che questo mare le creava, e il Doge , accompagnato dagli unici rematori che avevano questo privilegio, per cui gli arsenalotti, donava alle acque di quel mare un prezioso anello, per sancire ogni anno l’unione di Venezia con la sua laguna e con il suo mare.

bucintoro 3Il nome del naviglio “bucintoro” trae origine dal greco “bou”, grandezza, e Kèntauros, centauro , la cui statua ornata e decorata arricchiva la poppa, e trae nome da uno dei vascelli di Enea.

bucintoro 1Il vascello venne costruito per motivi di prestigio internazionale perchè la Serenissima volle dare al suo capo supremo un’imbarcazione che potesse rappresentare tutta la potenza e la ricchezza dello Stato. Veniva conservato in §Arsenale, dove aveva uno spazio tutto suo, e la sua costruzione, rara ( poichè ben pochi bucintoro vennero costruiti) veniva affidata ai marangoni e ai maestri d’Ascia dell’Arsenale, il meglio del meglio.

sposalizio1La prima notizia del bucintoro si ebbe nel 1177, e nei secoli si ebbero notizie di nuovi vascelli, sempre più grandi e sfarzosi, e molto longevi: un secondo buciuntoro venne costruito nel 1250, un altro nel 1312, e nel 1526, proprio il giorno dell’Ascensione venne inaugurato un altro naviglio, sempre più ricco, sontuoso e decorato.

bucintoro 5Riguardo i due ultimi Bucintoro si hanno dei particolari precisi: agli inizi del 600 , visto che quello in uso era ormai in cattive condizioni, il Senato decise di finanziare la costruzione di uno nuovo che venne a costare 70.000 ducati, cifra altissima per quell’epoca>: esso venne inaugurato il 10 maggio 1606 accompagnando il Doge Leonardo Donà nella sua prima andata a S. Nicolò del Lido, per la festa delle Marie; in quel caso venne decorato con cavallucci marini , sirene, colonne dorate attorcigliate e delfini per sostenere i loggiati, mostri marini in prua: tutto ricoperto di dorature in oro zecchino.

Bucintoro 7Invecchiato questo naviglio ecco l’ultimo bucintoro, anche per le misure e la magnificenza: era lungo 34 ., largo 7,30 completamente coperto con foglie di oro zecchino e manovrato da 168 vogatori, quattro per remo, con circa quaranta marinai di equipaggio ed era comandato dall’Ammiraglio dell’ Arsenale.

bucintoroPurtroppo con l’avvento di Napoleone a _Venezia le orde francesi distrussdero questo capolavoro, bruciandone buona parte, e lo scafo venne utilizzato come batteria galleggiante con il nome di HydrA  e posto a guardia del porto dle Lido. Venne poi definitivamente demolito nel 1824 nell’arsenale. Di tutto ciò è rimasta solo la vela dorata con il simbolo di S. Marco, conservata al Museo Correr.

bucintoro 1

I Madoneri di Rialto e l’evoluzione di El Greco a Venezia nello scrigno dorato di S. Giorgio dei Greci!i

chiesa di S. Giorgio dei Greci 2Venezia, crocevia di diverse etnie, ha avuto la fortuna ed il pregio di assimilare le culture che mano a mano andavano insediandosi, apportando ancor più libertà mentale e moltepilici religioni e capacità di confronto culturale e religioso appunto.

Chiesa di S.giorgio dei Greci 1Una delle etnie più importanti fu quella dei Greci, i quali ebbero il permesso nel 400 di erigere una Schola ed una chiesa ortodossa (tutt’ora tale): attorno a queste istituzioni sorsero i vari edifici della comunità, come abitazioni, scuole di devozioni, un ospedale, l’archivio , l’università ed il cimitero presso le absidi della chiesa.

Tutto il complesso si estese in una zona tra il rio detto appunto “dei Greci” e il rio della Pietà, con una toponomastica riferita costantemente alla nazionalità degli abitanti; ponte, salizzada, calle, ramo primo e secondo detti sempre dei Greci.

Scuola di S. Nicolkò dei GreciNella parte interna gli edifici di abitazione si addensavano alti e compatti, quasi come nel Ghetto ebraico.Quindi venne eretta la chiesa dedicata a S. Giorgio, i lavori vennero iniziati nel 1539 su progetto di Sante Lombardo e continuata da G.A. Chiona, e venne consacrata nel 1561, seguita dalla costruzione della cupola nel 1571.

2 s. nicoloL’interno è a una sola navata ma aninmata da un matroneo sopra la porta d’ingresso, dalle tre cappelle sul fondo e dall’inconsueta presenza dell’iconostasi caratteristica del rito ortodosso. Tra la ricca decorazione e le numerose opere d’arte greca è conservata un’antica icona del Cristo Pantacroce (inizi del XIV secolo) trasportata a Venezia poco prima della caduta dell’impero bizantino (1453).

chiesa di S. Nicolo 3Sull’angolo meridionale del sagrato sorge il campanile pendente, costruito nel 1587-92 da Palazzo FlanginiSimone Sorella: verso l’ingresso del recinto si trovano due importanti costruzioni del Longhena Palazzo Flangini Finieseguite nel 1678: la Scuola di S. Nicolò ed il Collegio Flangini.

Cristo pantacroce 1E qui sono esposte numerose opere di artisti originari dell’isola di Creta giunti a Venezia nel XV secolo e che dettero L'incoronazione della Madonnavita, fino al XVIII secolo alla cosiddetta “Scuola Veneto Cretese”: essi erano conosciuti come i “Madoneri di Rialto”perchè li avevano le loro botteghe; nella loro pittura la tradizione bizantina viene temperata proprio da caratteri propri dell’arte veneta: i madoneri rappresentano quindi un inserimentio stabile dell’ambiente veneziano di individualità straniere portatrici di un filone diverso dall’arte locale.

El_grecoE a questo ambiente appartenne pure, per qualche tempo Domenikos Theotocopolous (1541-1614) detto El I madonneri di rialtoGreco, che, giunto a Venezia attorno al 1565, sotto l’influenza di Tiziano, Veronese, Tintoretto e Bassano trasformò completamente il suo stile ancora legato alla pittura bizantina , e così , beneficamente “contaminato”da questi maestri, così sopraffini e moderni , si trasferì in Spagna verso il 1576.Ma molto inportante fu, d’altra parte, la presenza della cultura greca per tutto lo sviluppo dell’umanesimo e del Rinascimento Veneziano.

I3 s. nicolol contatto della cultura greca e di quella veneziana dette i suoi favolosi frutti che resero Venezia, i suoi artisti e le sue opere d’arte la cultura dominante in un’Europa che la considerava come un faro di libertà anche di espressione e di idee, centro dell’editoria e del libero pensiero: la Serenissima come esempio di anelito verso una unione di etnie, culture e fruttuoso scambio di informazioni, idee e pensieri!

 

Venezia e l’Arsenale, luogo strategico della potente artiglieria veneziana!

Arsenale 1arsenaleL’Arsenale di Venezia, il più importante luogo  dove la Serenissima costruì la sua potenza sui mari , oltre che ospitare la costruzione delle navi, dei cordami e di tutto ciò che componeva la potenza navale di quella straordinaria Repubblica, era arsenale2anche la sede delle costruzioni  delle armi veneziane e delle rispettive munizioni.

Il reparto fonderia ed il reparto polveri furono tra i settori più importanti in seguito all’entrata in uso delle armi da fuoco.

ARTIGLIERIA VENEZIANA 1I veneziani usarono perla prima volta le artiglierie navali nel 1349 battendosi contro i genovesi presso Capo Alger (Sardegna): in terraferma usarono le artiglierie nel 1376 contro Leopoldo d’Austria, sotto la piazza di Quero (Treviso).

Nel 1390 furono trasferite nell’Arsenale le fonderie che prima erano nel “Getto” o “Ghetto”, la località del Sestiere di Cannaregio poi destinata a sede della comunità ebraica; le fonderie in bronzo furono sistemate nell’angolo meridionale, verso l’ingresso, mentre il reparto per la confezione delle polveri fu situato nell’angolo orientale verso il convento di S. Daniele.

Famiglia AlbeerghettiLe fonderie in bronzo rimasero sempre nello stesso luogo e furono dirette per venticinque generazioni dalla celebre famiglia degli Alberghetti, autori di veri capolavori dell’arte deella fusione. Quando nel 1660 entrarono in uso le artiglierie in ferro  si preferì far arrivare i cannoni direttamente dalle officine prossime alle miniere, nelle valli bresciane.

scoppioIl reparto polveri, per ovvi motivi di segretezza fu mantenuto costantemente nell’arsenale, anche se la pericolosità era oltremodo presente: il 14 marzo del 1509 vi fu uno scoppio ed un conseguente fortissimo incendio che danneggiò  anche il convento di S. Donato, adiacente a quell’area.

In seguito la parte pirotecnica venne spostata all’angolo opposto, vicino al convento della Celestia , ma il 15 settembre del 1539 un altro violento incendio distrusse i capannoni del reparto e il muro di cinta, danneggiando chiese e conventi vicini. Si decise allora di confezionare e conservare le polveri in luoghi isolati, come l’isola di S.Angelo Caotorta, della apppunto “della polvere” nei pressi di S. NIcolò del Lido.

isola della polvere 1All’interno dell’Arsenale rimasero quindi le fonderie , ampliate nel 1539, e i depositi di cannoni e munizioni: nelle sale d’armi costituite in sei ampi ambienti erano depositate le armi da taglio e da fuoco portatili; vi venivano organizzati anche banchetti in onore di ospiti illustri come Enrico III re di Francia nel 1574. Il parco delle artiglierie e delle bombarde , situato lungo la via “stradal campagna” era disposto con tanta arte da essere definito “giardino di ferro”: esso fu oggetto di ammirazione anche per visitatori stranieri, come Amelot de la Houssaye, che visitò lo’Arsenale nel 1677 e Charles de Brosses, che la visitò nel 1739 e che ne dettero una interessante descrizione.

artiglieria venezianaNel 1772 fu ordinato un “Museo dell’artiglieria” con i pezzi più antichi e pregevoli. Secondo la relazione di Costantino Veludo al momento della caduta della Repubblica esistevano depositate in Arsenale 5.293 bocche di fuoco, delle quali 2,518 in bronzo.

cannoniVenezia, la Serenissima orgogliosa, aperta al resto del mondo, all’avanguardia anche per quanto riguardava le armi, la sua artiglieria potente che le permise di diventare la Regina del Mediterraneo attinse all’ingegno dei suoi ingegneri, dei suoi lavoratori, della fedeltà estrema dei suoi arsenalotti e pose i suoi simboli sulle coste dell’Adriatico e delle sue isole, simboli che tutt’ora rimangono!

 

I Mascareri a Venezia: artisti ed artigiani raffinati in una città mutevole e misteriosa!

maschereriL’arte dei mascareri a Venezia è una delle professioni più antiche, considerato che nasce legalmente nel 1268 ( prime regole per mascherarsi), visto che nella Serenissima era invalso l’uso della maschera per diverse ricorrenze , per poi, dal 1436, sotto il doge Foscari, diventare una costante per le feste di carnevale.

Pietro GradenigoEd un elogio alla maschera lo fece Pietro Gradenigo: ” Bella cosa è la maschera inventata da colui che fece bauta 6la prima bauta, perchè questo rendo ogni grado ed età di persone in comoda eguaglianza e non pone in suggestione niuno delli due sessi e tanto più che usandosi oggidì il tabarro nero e li volti bianchi, serve il tutto di economia e libertà di fare le sue cose, di tentare le proprie idee e colpe ne ha solo chi cambia il bene in male col medesimo mezzo”.

tabarroDapprima la Mariegola dei mascareri (ora conservata presso l’archivio di Stato di Venezia) era osservata solo dai mascareri appounto, a cui si aggiunsero un pò per volta i targheri (stuccatori) i miniatori, disegnatori , indoratori e cartoleri (fabbricanti di carte da gioco).

GNAGAUn mestiere antichissimo ancora vivo e raffinato che viene utilizzato da alcune botteghe artigiane, vere eccellenze di questo particolare tipo di articolo, tanto che uno dei più importanti artigiani di questo tipo, Guerrino Lovato ha moretta1fornito le maschere utilizzate nel film di Kubrick “Eyes Wide Shut (1999), oltre ad avere presso i suoi atelier in Campo S. Barnaba e Campo S. Margherita (Mondonuovo) vere e proprie gallerie delle maschere tradizionali, tra cui la Gnaga, la Moretta, etc.).

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