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La loggetta del Sansovino: centro topografico e quintessenza dei valori simbolici di Venezia!

piazza S. Marco.pngPiazza_San_Marco.jpgPiazza San Marco a Venezia è così conosciuta e famosa in tutto il mondo, come un grande quadro del Canaletto, con l’equilibrio perfetto tra il Palazzo Ducale, quasi a significare che l’importanza dello Stato primeggia sulla sacralità della Basilica di San Marco, che appare, come edificio, quasi un completamento del Palazzo dei dogi
ma che rappresenta allo stato stesso il Palazzo_Ducale.JPGbasilica di s. Marco.jpgsentimento religioso attraverso il quale tutti i cittadini debbono sentirsi legati tra loro, edifici attorniati dal paravento delle Procuratie, che abbracciano questa immagine di insieme, e che occludono la vista della città e dei suoi edifici privati , sempre a dimostrare che l’amministrazione dei beni pubblici deve essere anteposta ai beni privati.

L’unico elemento discostante da questo tipo di logica, ecco la Loggetta del loggetta Canaletto.jpgloggetta del Sansovino.jpgSansovino! Questo edificio, molto piccolo rispetto alle dimensioni degli altri, posta sotto al Campanile, rappresenta il carattere celebrativo della nuova sistemazione del centro di S. Marco data dal Sansovino. Costruita dal 1537 al 1549 in sostituzione di una loggia o “Ridotto dei Nobili” nel 1569 venne adibita a posto di guardia degli Arsenalotti durante le sedute del Maggior Consiglio; ma più che una funzione pratica la Loggetta assunse un preciso ruolo celebrativo.

loggetta7.pngloggetta2.jpgGià la sua stessa configurazione architettonica, chiaramente derivata dagli archi di trionfo romani (vedi gli archi di -settimio Severo e Costantino a Roma) indica la  particolare destinazione ; soprattutto il significato allegorico delle numerose decorazioni plastiche che ornano e riempiono all’esterno ogni vuoto dell’architettura, tutte derivate dalla mitologia classica secondo un programma dettato dal Procuratore Vettore Grimani, fa della loggetta una costruzione di evidente valore simbolico “ideologia pura” la definisce il Tafuri,

La posizione della Loggetta, così sporgente , quasi isolata e leggermente sopraelevata, ben si prestava all’uso di corpo di guardia, che dovesse sorvegliare contemporaneamente il Palazzo Ducale e tutto lo spazio circostante: da essa infatti e dalla sua terrazza, aggiunta nel 1600 si potevano tenere d’occhio la Piazza, la Piazzetta, il Molo, l’ingresso al Palazzo dalla porta della Carta; si potevano sorvegliare inoltre le due principali direttrici di accesso alla Piazza da sotto la Torre dell’orologio, e dai portici delle procuratie nuove, un vero punto strategico ottimamente scelto.

procuratie.jpgLa posizione fu felicemente determinata anche per disporvi l’apparato architettonico figurativo bene in vista, infatti la Loggetta è visibile da ogni punto di S. Marco sia per chi giunge dalla Laguna, sia per chi viene dall’interno della città, come per chi si affaccia dai numerosi loggiati che l’attorniano: è veramente una costruzione fatta per essere notata ed ammirata.

L’edificio è quindi non solo il centro topografico di tutto l’assetto urbanistico della zona, ma costituisce anche la quintessenza dei valori simbolici espressi dai vari edifici che la circondano, valori tutti rivolti all’unico fine di magnificare la grandezza e la potenza dello Stato Veneziano.

Il poliedrico e geniale Benedetto Marcello, veneziano!

benedetto_marcello.jpgFrancesco_Gasparini,_compositor.pngBenedetto Marcello nacque da una famiglia patrizia veneziana in un palazzo sul Canal Grande, a S. Marcuola il 24 luglio 1686, il padre Agostino, amante del violino, e Paola Cappello, cultrice di lettere e disegno e la cui famiglia era proprietaria del Teatro S. Angelo.

Il piccolo Benedetto compì studi letterari, per poi dedicarsi alle dottrine storiche, come attestano i suoi scritti anche in versi, mentre era inizialmente restio all’apprendimento della musica. Ma sotto la guida di Francesco Gasparini (insegnante presso la Pietà) e Antonio Lotti cambiò idea e a diciassette anni approfondì la composizione e la cembalistica.

Giovanni Pierluigi da Palestrina.jpgGiovanni_Legrenzi.jpgTeoricamentte si rifece agli scritti di Giuseppe Zarlino.Suoi modelli furono Giovanni Pierluigi da Pelestrina, Carlo Gesualdo, Claudio Monteverdi, Girolamo Frescobaldi, Giovanni Legrenzi. Nel frattempo partecipava alla vita artistica della città, in particolare come uditore e autore alle Accademie, presso il Casin dei Nobili, alle fondamente nuove.

Divenne quindi cicisbeo di una gentildonna e in quel frangente insegnò canto ad una protetta di lei, Faustina Bordoni, divenuta poi famosa teatrante. Nel 1717, a 31 anni, dette alle stampe le “Canzoni Madrigalesche ed arie da camera a due, a tre, a quattro voci, e l’anno seguente i sonetti. Verso il 1721 pubblico la clamorosa satira “Teatro alla moda”.

Dall’incontro con il musicista e linguista G.A. Giustiniani scaturì la decisione di intonare e parafrasare la traduzione di alcuni salmi. Dopo un gruppo di cinque, che piacquero molto, ne compose altri 45, curandone personalmente l’esecuzione nel Salone della Cavallerizza e sorvegliandone l’edizione integrale intitolata Estro poetico armonico a 1, 2 ,3 e 4 voci, completata in otto volumi tra il 1724 e il 1727.

Casin dei nobili.jpgUna singolarità nella composizione di parecchi salmi è la scelta di cantilene ebraiche quali perni della polivocalità, esprimendo così la natura della ecumenicità di Venezia che traeva da tutti i popoli e da tutte le religioni elementi di rinnovamento, espressione e cultura.

Nella sua vita prettamente sociale il Marcello svolse l’attività di avvocato nel 1707, ed entrò nel Maggior Consiglio. Ebbe l’onore anche di altri, numerosi incarichi ufficiali; Ufficiale della Messeta (1711), giudice dell’Esaminador(1714), ufficiale della Ternana vecchia (1715), membro della Quarantia Civil (1717), provveditore a Pola (1733) Ufficiale alla Giustizia vecchia (1735), Camerlengo a Brescia, dove morì il 24 Luglio del 1739.

Conservatorio 1.jpgconservatorio.pngE a Benedetto Marcello venne intitolato il famoso e importantissimo Conservatorio Veneziano, con sede a Palazzo Pisani       in Campo S. Stefano. Tra i tanti musicisti che tanto lustro hanno dato a questa meravigliosa città forse non è stato il più insigne o il più ispirato, ma , si sa, fra tante gemme che hanno illuminato la musica dal cinquecento in poi diventa un punto di unione , un elemento rappresentativo destinato a ricordare i musicisti e la musica di Venezia.
 

 

 

Il Gansèr a Venezia, tra tristezza e gentilezza, un vecchio mestiere!

gondole.jpggondoliere.jpgUna figura tipica della vita veneziana che passava le sue giornate in tutti i traghetti e stazi di gondole, e che ormai sta scomparendo, come tanti altri mestieri tipici veneziani, c’era il Gansèr.

In genere era un vecchio gondoliere, non più in forze, che, armato di un bastone abbellito da borchie dorate e che con un uncino sulla cima ( detto ganso) aspettava che una gondola si fermasse. Con il suo ganso aiutava l’attracco della barca e poi, con il braccio, favoriva la discesa dei passeggeri, levandosi il cappello.

ganser.jpggondola.jpgAl termine del suo compito il gansèr faceva l’atto di rimetterlo, con gesto lento, sulla testa, invitando in questo modo i passeggeri del traghetto o della gondola a retribuire in qualche modo questa cortesia; naturalmente l’offerta non era obbligatoria, ma certamente i gondolieri invitavano i propri clienti ad offrire un piccolo compenso per sostenere questi anziani lavoratori, che cercavano di arrotondare le loro entrate svolgendo un lavoro gentile e dignitoso.

Venezia del 1300:tra Arsenale e Castello il modernissimo concetto di “zonizzazione”!

arsenale.pngIl sestiere di Castello, uno dei più antichi di Venezia, divenne, dopo la costruzione dell’Arsenale, una sua estensione. Alle officine dell’arsenale si aggiunsero le zone urbanistiche, necessarie per gli alloggi e le necessità di vita comune degli arsenalotti e di tutti gli artigiani che svolgevano il proprio lavoro per la costruzione delle armate navali e delle flotte mercantili della Serenissima, cuore vero della Repubblica Veneziana e sua ragione di vita.

Marinare3zza.pngMarinarezza a Castello.jpgComplessi edilizi notevoli furono quelli relativi alle case della ” Marinarezza” di cui ho già parlato, di S. Anna, a S. Martino e a S. Domenico di S. §Annna.pngS. Martino a Castello.pngRio della Tana.pngvia Garibaldi a Castello.jpgCastello, e tra il rio della Tana e via Garibaldi.

Alcune denominazioni toponomastiche, tutt’ora esistenti, ricordano le caratterizzazioni sociali ed economiche di certe località in qualche modo legagte all’Arsenale, o per la qualificazioni diu chi lavorava all’interno, o per le attività collaterali che venivano svolte fuori.

Troviamo ad esempio: Calle dei Bombardieri, Sottoportego e Calle dei Corazzieri, Calle della Pegola (della Pece) Calle e Rio del Piombo, Campiello e Calle delle Ancore, Calle e Ponte dei Scudi, Calle delle Vele.

E’ indubbio che tutto il sestiere di Castello , perlomeno fino al Rio della Pietà, divenne poco per volta un’espansione urbanistica dell’Arsenale, poichè da calle dei Corazzieri.jpgCalle del Piombo.jpgquesta il sestiere traeva direttamente o indirettamente le ragioni economiche di vita. L’Arsenale a sua volta non avrebbe potuto funzionare come entità completamente isolata, essa doveva necessariamente appoggiarsi a tutto uno spazio urbano circostante con uno scambio ed un appoggio reciproci.

Si venne pertanto ad attuare progressivamente una sorta di specializzazione in una estesa campiello derlle Ancore.jpgzona della città;  si realizzò cioè, anche in questo caso con un anticipo di secoli il moderno concetto urbanistico della “zonizzazione”. Tale concetto, riferito a zone industriali ben definite nell’ambito della intera orgnizzazione urbanistica, e non fu limitato all’Arsenale per Venezia, ma venne esteso anche per l’industria del vetro, che, ritenuta pericolosa a causa degli incendi che poteva procurare, venne spostata nel 1291 nell’isola di Murano.

Ancora una volta il pragmatismo dei veneziani, la capacità di prevedere eventuali difficoltà e trovare il modo per risolverle, avendo a cuore la sicurezza della popolazione e la possibilità di svolgere il proprio lavoro in una località organizzata e per questo  comoda per la vita quotidiana, in uno Stato che perseguendo la ricchezza e l’espansione , aveva la lungimiranza per sostenere i lavoratori, dai lavori più umili a quelli più specifici ed importanti-

 

 

 

Storia di un artista importante di Venezia: Alessandro Vittoria.

Aloessandro Vittoria del Veronese.jpgTra i personaggi illustri che sembrano di secondo piano nella bellezza dell’arte di Venezia, uno fu Alessandro Vittoria, scultore di valore, e che ha lasciato il suo segno in chiese importanti di Venezia.

Nativo di Trento, (nel 1525) si formò presso i laboratori dei più insigni artisti della sua città, come Martino da Como e Antonio Medalia. Divenne poi apprendista nella bottega del vicentino Vincenzo e del padovano Giangerolamo Grandi, molto attivo nella Basilica di S. Maria Maggiore.

Apprezzate le doti e le potenzialità del Vittoria il principe e vescovo di Trento lo raccomandò alla scuola di Jacopo Sansovino, protoarchitetto presso la Repubblica di Venezia. Purtroppo il carattere del giovane Alessandro lo spinse ad allontanarsi dal grande masestro, ed allora si ritirò a Vicenza.

S.Sebastiano.jpgS.Rocco e S. Sebastiano.jpgS. girolamo ai Frari a Venezia.jpgSpirito irrequieto, grande artista, poco incline alla disciplina, nel 1551 si sposò a Trento con l’amata Paola, che lo accompagnò per pochi anni: infatti morì nel 1561 senza aver potuto dargi figli. Nel 1553, grazie all’intervento ed alle sollecitazioni di grandi artisti come Tiziano Vecellio e Pietro Aretino il talentuoso Alessandro fece ritorno alla bottega del Sansovino.

Dopo quattro anni il Vittoria, contando  sull’apprezzamento ottenuto per le sue opere aprì una propria bottega: le sue opere erano state ed erano molto apprezzate e famose nella Serenissima: La statua del S. °Giovanni Battista per la chiesa di S. Zaccaria a Venezia, il San Girolamo, nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, il San Sebastiano a S. Francesco della Vigna.

Nel frattempo conobbe una ricca vedova veneziana, che morì nel 1591. Dalla Serenissima gli venne conferito il titolo di massimo scultore veneziano vivente, e successivamente morì a Venezia nel maggio del 1608.

Doge Nicolò da Ponte a Venezia.jpgLorenzo Cappello.jpgSalone della biblioteva marciana.jpgDa ricordare sono anche i ritratti della nobiltà Veneziana, come il doge Nicolò da Ponte o il busto di Lorenzo Cappello: eseguì anche le volte degli stucchi della “scala d’oro”del Palazzo Ducale e dello scalone della biblioteca Marciana.

Rispetto alla fama di scultori ed artisti venziani Alessandro Vittoria non è ricordato come giustamente merita, ma rimane comunque vicino agli occhi ed al cuore dei veneziani e di chi ha visitato o visita Venezia, per l’espressività, il vigore e la bellezza delle sue opere, che ne fanno uno dei massimi artisti che ha donato il suo talento alla Serenissima…..ricambiato comunque da chi d’arte si intende e ama Venezia e le sue meraviglie.

 

 

Venezia e i suoi Palazzi “galleggianti”: le sue fondazioni!

fondazione edificio veneziano.gifVenezia è una città unica, anche solo per le sue costruzioni. Le fondazioni degli edifici veneziani seguono, dai tempi più remoti, sempre lo stesso sistema: a fondazione indiretta, si direbbe oggi.

La zona da edificare viene dapprima solidificata, piantando dei pali di legno appuntiti (larice o rovere), corti e nodosi, fino a raggiungere uno strato di terreno detto “caranto”, di particolare consistenza. La posizione dei pali viene effettuata secondo un allineamento multiplo, lungo la striscia di terreno sopra la quale si eleveranno i muri.

fondazioni edifici venezuani 1.jpgfondazioni.pngSe lo strato di caranto è troppo profondo e i pali non arrivano del tutto o in parte a conficcarvisi, la sotto fondazione può essere fatta per costipamento. In tal caso i pali vengono piantati su tutta la superficie sopra la quale poggerà l’edificio, prima chiudendo il perimetro con una fitta palificata e procedendo poi all’interno con un disegno a spirale verso il centro della zona.

Questo procedimento è usato quando l’edificio da sostenere è molto pesante, per esempio i campanili o le chiese, come quella della Salute.

Sopra le teste dei pali vengono fissati due strati incrociati tra loro di tavoloni di legno di larice. Sopra questo speciale zatterone viene elevata la fondazione vera e propria, costituita da un muro a plinto, cioè a zoccolo con le pareti leggermente inclinate a strati abbastanza regolari in blocchi di pietra d’Istria. Si raggiunge così il livello del piano terra . Sopra il muro di pietra vengono poste o le colonne o i pilastri o i muri dell’edificio.

Con tale tipo di fondazione soltanto la parte in pietra d’Istria resta a contatto con l’acqua salsa e l’aria, mentre le parti in legno restano conficcate nella melma o nel caranto, subendo col tempo un processo di mineralizzazione che anzichè marcire le rendono più resistenti.

pali di venezia.jpgIl peso degli edifici di Venezia è sostenuto dunque direttamente o indirettamente  dal “caranto”, strato geologico che risulta alquanto compatto, ma che presenta una resistenza piuttosto modesta in confronto a terreni di fondazione di altri luoghi. Lo strato di argilla mista a sabbia che compone il caranto è per sua natura relativamente elastico anche per il fatto che sotto di esso vi sono ad una certa profondità strati di torba, falde acquifere o lenti di gas naturale.

Gli edifici di Venezia e della laguna in genere, costruiti su un fondo di natura così instabile e per di più con strutture di fondazione fatte buona parte in legno, più che appoggiare sul terreno si può dire che vi galleggino. E’ probabile quindi che i primi edifici furono costruiti in legno e con una tecnica assai vicina a quella delle imbarcazioni.

fondare-gli-edifici_clip_image005.gifL’intelligenza, la scienza, la capacità e la volontà di condividere con il mare e la laguna questo insieme di isole ha dato a Venezia e ai Veneziani la meraviglia di nuovi modi di concepire metodi diversi, unici e straordinari per creare una città assolutamente unica in tutte sue le sfaccettature, unica e straordinaria!

La più antica spezieria veneziana , famosa per la sua Theriaca: La Testa d’oro!

teriaca allo Struzzo d'oro.jpgtesta nd'oro.jpgDella theriaca, l’antiveleno più famoso di Europa nel settecento , ho raccontato in abbondanza: nell’aspetto dialettale era chiamata triaca, ed era uno dei più famosi e richiesti preparati medicamentosi della Serenissima. La ricetta era segreta, e veniva preparata con erbe medicinali, preparati galenici e veleno di vipera dei colli berici, che non aveva ancora sviluppato le uova.

Fu preparata dagli speziali veneziani in base ad una ricetta che si rifaceva a preparazioni dei greci e degli arabi, e veniva chiamata Theriaca Andromachi, dal greco Andromaco. La spezieria più famosa per la preparazione di tale medicamento e rimedio antiveleno fu La testa d’oro, a Rialto, che deteneva anche l’autorizzazione di poter preparare veleni.

In una descrizione storica del 1760 si narra che si dovette aumentare la produzione del medicamento visto l’aumento di richieste in tutta Europa.

teriaca 2.jpgpreparazione della Theriaca a Rialto.pngsolco per la preparazione della Theriaca in Campo S. Stefano.pngGli addetti magazzinieri “garzoni”pestavano i vari ingredienti in un calderone posto all’esterno della spezieria (il solco di tale calderone è ancora visibile davanti alla farmacia in campo S. Stefano. Gli antichi garzoni degli spezieri erano vestiti con una giubba bianca, braghe rosse , una sciarpa gialla ed un berrettino azzurro con bordo giallo ed una piuma rossa.

Il medicinale era stato ben studiato nella sua composizione medicamentosa, e portò molti benefici con la guarigione da molte farmacia alla testa d'oro 1.pngfarmacia alla testa d'oro.pngmalattie in fase iniziale, comne la peste, la tisi, abbassava la temperatura in casi di febbre alta, combatteva le punture di scorpione e i morsi di vipera, oltre che a contrastare la rabbia nei cani, e sanava i mali di stomaco., Si narra che aiutasse anche la vista e che ridonasse la serenità.

Altra spezieria, di cui non rimane più traccia e famosa per la sua teriaca fu o Struzzo d’oro, sul ponte dei bareteri.

pone dei bareteri.jpgOra purtroppo, della più famosa spezieria di Venezia che chi scendeva dal Ponte di Rialto per raggiungere il fondaco dei Tedeschi o Campo S. Bartolomio rimane solo la preziosa immagine della testa d’oro, con incisioni intorno per illustrare la capacità degli spezieri veneziani, la profondità delle loro conoscenze dovute oltre che agli studi, anche al rapporto così stretto e proficuo con le culture orientali ed antiche: questo è il meraviglioso mondo di Venezia.

Cartografia veneziana da FràMauro alla sala dello scudo a Palazzo Ducale.

mappamondo d fra Mauro.jpgmappamondo-di-Fra-Mauro-Venezia.jpgLa cartografia a Venezia nacque con il “cosmografo incomparabile”, come era chiamato Frà Mauro e tiene conto in tutto attraverso cinquemila didascalie e delinea con straordinaria accuratezza l’immagine del mondo come era conosciuto dalla sua città, con Gerusalemme al centro, tra il colore ambrato della pergamena , l’azzurro del mare, dei fiumi e dei laghi, l’oro delle scritte più importanti, i cartigli in rosso delle didascalie poste negli intervalli del mare e della terra, in una fittissima trama di disegni di città con alte MAPPAMONDO_DI_FRA_MAURO__06_1_1.jpgmura , di castelli dorati, di templi, di oasi verdi, di montagne in rosa e in azzurro, di regge favolose nello stile del gotico fiorito, con prospettive illusorie che ricordano alcuni deliziosi frammenti di affreschi del Pisanello.(per immergersi in questo mondo basta andare alla Biblioteca Marciana!).

In seguito lo studio delle carte geografiche , dai primitivi portolani ai successivi sviluppi cartografici diffusi dall’arte della stampa, fu tenuto in grande onore a Venezia, punto di convergenza di una così larga rete di viaggiatori mercanti come troviamo nelle famiglie di Marco Polo, dei Sanudo, dei Da Mosto e dei Caboto.

Sala dello scudo 3.jpgSala dello scudo 4.jpgUna grande sala del Palazzo Ducale, la sala dello scudo , era già nei primi decenni del Cinquecento dedicata alle carte geografiche, eseguite da uno dei maggiori cartografi del Rinascimento, Giacomo Gastaldi, con il consiglio e l’esperienza di Giambattista Remusio, che negli stessi anni fu cancelliere della Repubblica, segretario del Senato e prezioso scrittore di storia della navigazione e dei viaggi.

Sala dello scudo.jpgsala-dello-scudo.jpgLa sala dello scudo è ancor oggi decorata da carte geografiche rifatte nel settecento in sostituzione a quelle distrutte, con una decorazione di pittura legata all’arte e alla geografia che tramandano l’antica predilezione di Venezia per la cartografia, base prima per una repubblica marinara per la conoscenza del mare e delle terre allora conosciute.

La fortunata successione delle grndi scoperte sala-scudo-nuova.pngattuata nella seconda metà del quaqttrocento e la prima metà del cinquecento spostano le normali rotte di navigazione , ma già dai primi anni del quattrocento l’attività commerciale aveva avuto un oriuentamento nuovo rispetto al secolo precedente per un largo scambio di ricchezza , dovuto ad un più diffuso benessere e per l’aperta concorrenza con Venezia di altri centri importanti mercantili francesi, catalani, fiamminghi e inglesi, che facevano sentire il loro peso nella diramazione del mercato nternazionale, tanto che la Serenissima dal regime di monopolio di alcune merci dovette passare ad un regime di più sentita rivalità.

sala-scudo-globi.jpgIn questa fase di eccezionale maturazione di avvenimenti e spostamento di equilibrio economico inizia il più lento ed inesorabile declino di Venezia che durerà per più di tre secoli, nell’epoca stessa in cui la città si abbellisce d’arte e diviene uno dei più importanti centri di cultura al mondo.

Le isole ospedali a Venezia

S.. Servolo a Venezia.pngl_isola_di_san_servolo_main_image_object.jpgLa Serenissima, con la lungimiranza e la capacità di agire in modo scientifico e organizzato per la salute sociale, dedicò almeno tre isole per patologie diverse, tra cui quelle relative alle malattie mentali, e, oltre al lazzaretto nuovo e il lazzaretto vecchio, dedicate alle patologie endemiche, anche alle malattie infettive. Vennero quindi definite isole dei pazzi e isole delle epidemie.

Le isole dei pazzi a Venezia. La prima, il cui nome originale era S.Servilio, ma che venne modificato in S. Servolo è situata tra l’isola di S. Giorgio Maggiore e il Lido, ospitava conventi di monache e frati, e fin dal 1725 divenne ricoveri per i malati di mente facenti parte di famiglie nobili, per poi ospitare anche gente comune.

Isola di S. Clemente a Venezia.jpgDal 1797 divenne manicomio maschile, che vennero ospitagte nell’isola di S. Clemente. Ora l’istituto è chiuso ed è diventato sede della Venice Internetional University.  La chiesa fu opera del Temanza, e costruita nel 1747, e la sua particolarità di avere due campanili, e per questo motivo tale definizione “due campanili”venne attribuita a persone che erano state ricoverate in manicomio.

S.Clemente invece fu nel XII secolo ospedale per i pellegrini diretti in Terrasanta: fu sede di monaci ed eremiti e dal 1834 divenne ospedale psiachiatrico femminile. Ora, purtroppo, l’ospedale e la chiesa del XVII secolo sono chiusi,

280px-Santa_Maria_della_Grazia.jpgPosta subito dietro l’isola di S. Giorgio Maggiore questa isola portava il nome di Cavana o Cavanella, anch’essa sempre sede di istituti ecclesiastici, nel 1200 fungeva da ospedale per i pellegrini provenienti dalla Terrasanta. Nel quindicesimo secolo divenne Santa Maria delle Grazie, o della Grazia, per un’immaqgine di una madonna ritenuta miracolosa portata da Costantinopoli,

Dal 1600 fino alla fine della Repubblica era il punto di partenza dei pellegrinaggi che ogni anno , il 17 luglio salpavano al tramonto festeggiando con luminarie e cibi, per recarsi ad Assisi. Alla fine dell’ottocento divenne lagrazia.jpgvenezia-isola-san-clemente.jpgsede di un ospedale specializzato nelle malattie infettive a cui si sono rivolti tanti veneziani fino a qualche anno fa. Ora l’ospedale è chiuso.

La funzione degli ospedali li collocati fanno ancora parte del ricordo della vita dei veneziani attuali, e tutto questo perchè sono stati presidi importanti e ultramoderni per l’epoca preposti alla cura di patologie non proprio chiare ne perfettamente conosciute, ma che, come tali, hanno dotato la Serenissima di capacità di affrontare situazioniu ordinarie e straordinarie, degne di un grande paese.

 

Il Magistrato alle Acque nella Venezia del ‘700, centro europeo dell’ingegneria ed architettura moderna.

Fusta del Canaletto.jpgIl settecento veneziano, prodromo purtroppo del declino della serenissima, fu, come il cinquecento, uno dei più grandi secoli per questa Repubblica: operarono Tiepolo, Canaletto, Guardi, Goldoni, Gozzi, Vivaldi, ed operarono degli architetti, precursori dell’architettura razionalista neo-classica, e quindi dell’architettura moderna.

Il Magistrato delle Acque a Venezia fu il centro di studi interdisciplinari nel senso più moderno ed operativo: tutta una tradizione tecnico-funzionale dell’architettura nacque e si sviluppò a Venezia, contrapponendosi, fin dal cinquecento, a quella di tipo aulico di origine principesca del Rinascimento.

Questo tipo di architettura era legato al “ramo dei servizi pubblci” ( Pevnser), e quindi diversa sia sul piano formale che ideologica a quella del barocco e del Rococò delle grandi corti europee ( stili che comunque riprenderò in un altro mio post).

Francersco Algarotti.jpglodoli_tp_web2.jpg220px-Coronelli_Portrait_2.jpgAndrea Tirali (1657-1753)può essere considerato il padre di questa tradizione razionalista e illuminista veneziana, che si affermò in seguito in tutta Europa. A lui si affiancarono architetti cone Lodoli, Algarotti e Memmo, e scienziati – tecnici come il geografo Vincenzo Coronelli e il matematico Bernardino Zendrini, oltre architetti come Scalfarotto, Lucchesi, Piranesi e Temanza, che in qualche modo prese il suo testimone, libro dedicato a Temanza.jpgproseguendo il suo disegno, tutti funzionari del Magistrato delle Acque della Serenissima nella prima metà del seicento.

” E’ in questo ambiente che nasce quell’architettura neoclassica  che sperimenta nuovi materiali e rivaluta, sul piano estetico, la ricerca tecnico scientifica degli ingegneri (G. C. Argan).

Il Tirali, figlio di muratori e muratore lui stesso , percorse durante la sua lunga carriera tutti i gradi del Magistrato delle Acque: vice proto ( 1688) Proto (1694) e Soprastante dell Opere straordinarie ai Lidi (1726): stretto collabioratore ed amico di Zendrini operò come tecnico delle acque alla realizzazione di ponti, rive, pozzi, fognature, argini e fortificazioni, e operò il restauro della pavimentazione della Piazzetta dei Leoni.jpgPiazzetta dei Leoni a S. Marco, e studiò persino “casselle per le scovazze da metter sul molo” ( E. Bassi, architettura del 600 e 700 a Venezia).

Opera di Bernardino Zendrini - Murazzi.jpggoethe.jpgLo stesso Gothe, che osservava tutti i particolari notò durante la sua visita a Venezia nel 1786 che i “tombini della Piazzetta di S. Marco costruiti con lo stesso buon sistema della Piazza Grande”: per dedicarsi poi alla visita ai Murazzi a Pellestrina.

Del Tirali furono la sistemazione del Forte di S. Felice (1702), la chiesa della Trinità con l’annessa scuola dei Battuti (1703) e Palazzo Grassi (1703-1714) a Chioggia, e la piccola chiesa ottogonale di S. Maria del Soccorso, e quella di S. Vito a Pellestrina.

Chiesa della SS. Trinità a Chioggia.jpgForte di S. Felice.jpgSin dal 1720 il Tirali studiò, in collaborazione con Bernardino Zendrini le difese a mare, che erano ancora impostate sul vecchio sistema di “palade” sia di dighe fatte di pali, costosissime per la loro manutenzione “lima veramente logoratrice e fatale per il pubblico erario” secondo una scrittura del Magistrato delle Acque dell’epoca.

Nacque così l’idea dei Murazzi, che sarà definitivamente pozzolana 1.jpgimpostata dallo Zendrini dopo il 1735, il quale suggerì di usare la pozzolana, un tipo di cemento sconosciuto allora, e che ” si indurra all’acqua in modo tale che diviene in brevissimo tempo non dissimile dalla stessa pietra”.

Fu Tommaso Temanza che nel suo Zibaldone ci da la conferma che ” furono di lui (Tirali) opera li due pezzi di argine di pietra viva sopra il litorale di Pellestrina; cioè al Lido dopo il Caroman alle Magre”.

Targa ai Murazzi di Pellestrina.jpgErede di questa grandiosa opera di ingegneria  idraulica fu appunto il Temanza, quando fu nominato Proto ai Lidi. Egli scriveva, assumendo questa carica: “le opere a pozzolana erette sinora a Caroman ( Pellestrina) eccitano la curiosità degli stranieri e vederle, e saranno un giorno una delle cose meravigliose della Dominante”.

L’arditezza tecnica, la purezza formale fanno di quest’opera, costruita in Pietra d’Istria e formata da un’alta muraglia verso la laguna ed a larghi gradoni che discendono verso il mare
rafforzati da grossi massi posti come scogliera artificiale per rafforzare il manufatto contro la forze delle onde.

dalla laguna al mare.jpgMurazzi a Pellestrina.jpgNella parte meridionale di Pellestrina, verso Caroman, costituiscono una semplice cresta in marmo, lunga circa 3 Km. senza alcun sostegno apparente di terra, in bilico tra le acque tumultuose dell’Adriatico e la liscia superficie della laguna.

Il complesso dei Murazzi si estende tuttora dalla spiaggia di Sottomarina di Chioggia, murazzi del lido.jpglungo tutta la costa di Pellestrina, per riprendere poi sul litorale di Malamocco mfino al centro del Lido, per un totale di 19 Km..

Murazzi a Malamocco.jpgA commentare il significato dell’opera il Magistrato delle Acque volle apporvi una lapide: ” Ut sacra aestuaria / urbis et libertatis sedes/ perpetuum conservantur / colosseas moles/ ex solido marmore / contra mare posuere / curatore aquarum/ an. Sal. MDCCLI / ab. Urbe cond. MCCCXXX.

Proprio nel momento del lento declino di Magistrato delle Acque.jpgMurazzi di Malamocco.jpgVenezia i suoi tecnici, i suoi artisti erano tra i più aggiornati ed avanzati di Europa. E lo scritto di Goethe  si rifà proprio a questa muraglia quando dice: “Tutto ciò che ci circonda è pieno di nobiltà e l’opera grandiosa e veneranda di forze umane riunite è un monumento maestoso non di un solo principe, ma di tutto un Popolo.