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Le Scuole di Venezia

270px-Scuola_nuova_della_Misericordia_%28fianco%29.jpg270px-Scuola_vecchia_della_Misericordia_%28Venezia%29.jpgA Venezia con il termine Scuola si intendeva sia un’antica istituzione di carattere associativo – corporativo, sia la costruzione stessa che tale corporazione ospitava.

Dall’undicesimo secolo si erano formate delle confraternite laiche che eleggevano un Santo protettore, ed alle quali aderivano cittadini di ceto medio.

Le corporazioni o confraternite dei nobili invece venivano chiamate Scuole Grandi.Nel 1261 la Repubblica istituì due magistrature, che oltre ad altri compiti, avevano anche quello di approvare le Mariegole, ossia gli atti istitutivi delle Scuole stesse.

mariegola in archivio storica.jpgmariegola.jpgA presiederle erano i Guardian Grandi, il Capitolo era l’organo che riuniva i confratelli, la Banca e la Zonta erano organi con incarichi direttivi, ed erano formati da quattordici persone circa.

Scuola Dalmata di SS Giorgio e Trifone.jpgEsistevano quindi le Scuole dei lavoratori stranieri, Albanesi, Dalmati, Schiavoni,Greci ed altri, che fornivano ai loro confratelli aiuti spiriturali e materiali nelle difficoltà.

Scuola Dal.jpgScuola dalmata.jpgLa Scuola Dalmata, per la completezza ed il buono stato di conservazione oltre che per la presenza della  Storia dei Santi Giorgio, Gerolamo e Tritone e due vicende evangeliche dipinte dal Carpaccio, si distingue per bellezza.

Mariegola della Scuola Grande dei Carmini.jpgmariegola -galeone.jpgMariegola della Scuola di S. Michele Arcangelo.jpgle mariegole.jpgMariegola dei bocaleri.jpgLe Scuola formate dagli artigiani, di alcune delle quali abbiamo già parlato,  la Mariegola era una sorta di albo professionale ( ad esempio la Scuola dei calegheri, dei mureri o muratori, dei battiloro (orafi).

Le Scuole Grandi invece si dedicavano per lo più alla devozione di un Santo, o alla Penitenza ( dei Battuti) e, dopo la metà del 400 la differenza di importanza venne sancita dal Consiglio dei Dieci. Le Scuole grandi infatti erano composte da nobili ricchi, ed erano finalizzate alla beneficenza e scritta.jpgall’assistenza, ed il notevole afflusso di denaro rendeva gli edifici ricchi di opere di pittori e scultori importanti come il Tintoretto (Scuola Grande di S. Rocco) Paolo Veronese (Scuola GRande di S. Marco, ora l’attuale ospedale dei SS. Giovanni e Paolo )e Jacopo Palma il Giovane, ed erano arricchite misticamente da reliquie.

Le Scuole dei Battuti ebbero un ruolo fondamentale nel sostenere gli sforzi bellici della Serenissima.

Nel XVI secolo si elencavano sei Grandi Scuole:

270px-Scuola_vecchia_della_Misericordia_%28Venezia%29.jpgScuola Grande id San Giovanni Evangelista.jpgScuola Grande di San Marco.jpgScuolas grande di S. Maria della Carità.jpgScuola Grande di S. Teodoro2.jpgScuola Grande di S. Teodoro, del 1258
Scuola Grande di S. Maria della Carità, del 1260
Scuola Grande di S. Marco del 1261
Scuola Grande di San Rocco.jpgScuola Grande di S. Giovanni Evangelista del 1261
Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia  del 1308
Scuola Grande di S. Rocco del 1478.

Secondo Marin Sanudo il Giovane (1466 – 1536) grande cronista dell’antica Venezia, le Scuole minori, veri laboratori di apprendistato dove si insegnavano i vari mestieri erano 210, altre fonti parlano addirittura di 400.

I regolamenti per la costruzione delle Scuole erano molto precisi, e gli architetti vi si dovevano assolutamente attenere: Il Palazzo doveva avere due grandi stanze, una a piano terra, dove si svolgevano le funzioni, e l’altra al primo piano, dove si riunivano i confratelli, e da questa stanza si poteva accedere attraverso una porticina alla stanza detta dell’Albergo, dove veniva conservata la Mariegola.

Scuola grandde ca.jpgscuola fdei Carmini.jpgScuoa Carmini.jpgCarmini.jpgUn discorso a parte per la Scuola Grande dei Carmini ( Confraternita dei Pizzoccheri dei Carmini) che ebbe vita travagliata per la costruzione dell’edificio, certo non una delle migliori opere del Longhena, del 1594, ma che ebbe il sospirato ricoscimento dal Consiglio dei Dieci nel 1767, anche per merito di uno dei più bei quadri mai dipinti da Tiepolo: la Madonna del Carmelo che consegna lo scapolare al Beato Simone Stock.

Le Schole erano quindi le sedi delle corporazioni, con regole precise, ed erano alla base della vita di questa città Stato fondata sull’opera ed il lavoro degli artigiani, veri artisti, che furono gli artefici della sua bellezza e ricchezza, in armonia con i mercanti che procuravano   merci e materiali pregiati che la resero internazionale ed aperta alle idee di importanti scenziati, artisti ed intellettuali italiani ed europei, in un fervore di idee e conoscenza.

Le meravigliose scie delle barche veneziane: i merletti!

sirena.jpgsirena005.jpgA raccontare la nascita dell’arte del merletto a Venezia vi sono due leggende: una racconta di un pescatore innamoratissimo della sua bella fidanzata che , inoltrandosi in mare aperto verso oriente udì il canto delle sirene: stravolto dall’impeto che provava verso questa musica ammaliatrice si fece forza e resistette: questa sua forza colpì molto la regina di questi esseri marini, che, volendolo premiare per il suo amore così intenso e perseverante decise di fargli un dono: con un colpo di coda sfiorò la chiglia della barca, e la schiuma del mare che si formò divenne un velo nuziale.Il giorno del matrimonio del pescatore e della sua fidanzata tutte le donne ammirarono con meraviglia quel velo leggero come una schiuma del mare, e decisero di cercare di riprodurre tale meraviglia.

fiori di merletto.jpgL’altra leggenda narra di un vogatore che, dovendo partire per la guerra, donò alla sua amata una pianta marina da lui colta, una sorta di fiore che si sviluppava in petali, arabeschi, strano ed irreale, fiabesco!.
In attesa del suo amato la fanciulla passò il tempo realizzando una rete da pesca per il suo bel rematore che, in tempo di pace era pescatore. Al ritorno del suo uomo la fanciulla, le mani tremanti, fece cadere la tela appena finita, e questa si dispiegò facendo vedere il fiore marino da lui donatole.

Si sa comunque, al dilà di queste due romantiche leggende, che l’arte del merletto nacque del 1400, e si espanse quando la dogaressa Dandola Dandolo Malipiero.jpgmerletti.jpgMalipiero fondò una vera e propria scuola: si ebbe così la prima tecnica, denominata “punto in aria” eseguita con ago e filo e che realizzava disegni geometrici, fiori, volatili e ricami.

Da queste scuola ecco che la tecnica le Zitelle a Venezia.jpgchiesa di S. Zaccaria.jpgCosimo III de Medici.jpgvenne realizzata e insegnata anche presso gli ospizi come quello delle Zitelle, alla Giudecca o il Convento di Monache a San Zaccaria che ricevette la visita da Cosimo de Medici, Granduca di Toscana, dove le religiose che li dirigevano davano l’opportunità alle fanciulle più sfortunate di essere alloggiate e nutrite, oltre che ad imparare un mestiere. meerletto ad ago.jpg03_%20ventaglio%20Pellestrina%20sm.jpglamerlettaia1-150x150.jpgNel 1600 nacque anche la tecnica di “punto a rosette”.

Questa preziosa arte venne coltivata poi con maggiore impegno a Burano, a Pellestrina ed anche a Chioggia, e faceva parte della corporazione dei Merciai.

Sicuramente le trine di meerlettaia venezianja.jpgmrerlettaie.jpgmerletto 1.jpgBurano sono tra le più preziose, delicate e fantastiche, anche se col tempo si perse un pò la passione e la voglia di questa forma creativa, ma ora, fortunatamente, sembra che ci sia da parte di alcune donne la curiosità, l’interesse e la voglia di rinnovare dei capolavori, trine delicate, spume di laguna, fiori  preziosi talmente belli e delicati da stupire chiunque li veda: basta andare al museo del merletto di Burano.jpgmerlettaia di Pellestrina.gifmerletto in un abito.jpgmerletto-venezia_large.jpgmerletto3.jpgmerletto veneziano ad ago.jpgmerlettaie veneziane 1.jpgMerletto a Burano e si potranno ammirare capolavori leggeri come nuvole, e come tali, capaci di far sognare!

 

 

Feb 23, 2012 - Mestieri, Società veneziana    2 Comments

La famosa Theriaca di Venezia

imagesCADEY40V.jpgLa Triaca o Theriaca è stata considerata l’antidoto per eccellenza per combattere i veleni, soprattutto quelli di vipera.

Il nome deriva dal greco Therion usato per chiamare così gli animali velenosi.

Mitridate.jpgLa composizione di questo antidoto si rifà al contravveleno usato da Mitridate, il re del Ponto, il quale usava assumere giornalmente un pò di antidoto per diventare in seguito resistente a qualsiasi veleno. E fu proprio alla composizione di tale antidoto che si rifece Andromaco, il medico di Nerone, che aggiunse a questa ricetta la carne della vipera: nacque così la Theriaca Magna o  ” Theriaca Andromachi.

insegna per la triaca.jpgimagesCALZ19VN.jpgtriaca 2.jpg3 Triaca.jpgNel tempo la theriaca veneziana divenne famosa in tutto il mondo conosciuto (anche il Gran Kan della Cina volle ampolle di questo antiveleno), e famose furono le botteghe degli speziali che li componevano: Tre Torri, Allo Struzzo e Alla Testa d’oro. Testimonianza del valore di questa preparazione si può ricavare dalle memorie di Giacomo Casanova che, trovandosi ad Augusta in Baviera incontra e ospita più volte alla sua tavola una compagnia teatrale, la compagnia Bassi, e qui il capocomico, in segno di ringraziamento dona al celebre avventuriero , presentatosi come medico: ” un dono di prestigio, la famosa theriaca veneziana, che potrete vendere a due fiorini la libbra”.

La preparazione dell’antidoto a Venezia veniva fatta in pubblico assumendo quasi toni di festa. Tutt’ora, davanti all’antichissima Farmacia in Campo S. Stefano vi sono i segni degli incavi circolari dove venivano posti i mortai in bronzo, se vi capita andate e vedrete i solchi nei masegni.

Spezieri.jpgLe spezie che venivano usate erano il pepe lungo, il Phu (valeriana) l’oppio, il cinnamomo, lo zafferano, la mirra, il balsamo orientale e la malvasia (il vino) alcuni aggiungevano anche polvere di mummia.

lo speziale.jpgimagesCA8G8RMD.jpgLa possibilità da parte dello Spezier veneziano di ottenere facilmente gli ingredienti, visti i rapporti commerciali con l’oriente, rese questa scienza particolarmente famosa specialmente in europa.

Della triaca faceva parte  la carne di vipera raccolta sui colli Euganei, in un particolare periodo dell’anno, e veniva usata la vipera femmina ma non gravida.

Come ho detto, a Venezia la preparazione veniva fatta pubblicamente, alla presenza comunque dei “Ministri di Giustizia Triaca 3.jpge dei Signori Dottori del Collegio dei Periti dell’arte dello Spezier e dei molto nobili apparati”.

imagesCABIWF80.jpgimagesCA2LW3XI.jpgimagesCABS3LOI.jpgDiversi Spitali di altre  città, come Camaldoli e MIlano mandarono qui i loro speziali per imparare, specialmente da quello che era considerato il più competente di tutti: Giorgio Melichio, proprietario della Teriaca Lo Struzzo, il quale nel 1591 scrisse: Avvertimento di compostazione de’ medicamenti per uso dello Spezier.

A Venezia comunque le farmacie erano considerate veri e propri luoghi di culto.

Inizialmente l’arte venne considerata una vera e propria confraternita con uno statuto unico; fu solo nel XIV secolo che si divisero di due rami: gli spezieri da medicine e gli spezieri da grosso o venditori di spezie.

Simbolo della Triaca 1.jpgimagesCAKFK8OW.jpgteriaca.gifLo speziale si impegnava con un giuramento solenne a “non dare  nè a far dare  ne insegnare a fare medicine velenose.

La vendita dei veleni fu limitata alle due spezierie principali di S. Marco e di Rialto, e solo dietro la presentazione della bolletta rialsciata dai Giustizieri Vecchi, che ne dettava la qualità, la quantità e le varie caratteristiche.

Le farmacie, più che un luogo di vendita di medicinali erano un vero e proprio ritrovo, ove i nobili discutevano e si confrontavano.

La storia dele spezierie veneziane è importante per comprendere come questa civiltà si rapportò alle Farmacia_san%20servolo.jpgFarmacia_san%20marco.jpgaltre culture completamente diverse, con l’intento di trarne il meglio  e di acquisire le spezie Farmacia_insegne.jpge le merci più originali  e rare per il proprio mercato Farrmacia.jpgfarmaceutico.
Di come con esse abbiano affinato le proprie conoscenze scientifiche  e terapeutiche per servire la Serenissima e renderle il meritato onore.

 

Colori a Venezia

imagesCAD5I2S4.jpgTiontoretto.jpgTiziano.jpgGiorgione.jpgVenezia, nel 500 e nel 600 era una città tutta colorata ed affrescata esternamente. I pittori più famosi come Giorgione, Tiziano, Tintoretto e Paolo Caliari detto il Veronese avevano decorato e dipinto le facciate dei palazzi, le pareti, i portali delle chiese.

Fondaco 2.jpgInterno fondaco dei Tedeschi.jpgFondaco dei Tedeschi.jpgPurtroppo ora non è rimasto nulla di tutto questo, salvo alcune decorazioni nel fondaco dei Cà d'oro 1.jpgTedeschi (animali, angeli, colonne, teste, corpi e trofei) e del chiostro di S. Stefano, che sono ora ricoverate presso la Cà d’Oro.

Campo S. Stefano.jpgIl Campo S. Stefano era tutta una scenografia ripresa sulle facciate, tre dipinte dal Giorgione, Palazzo Loredan.jpgPPalazzo Barbaro.jpgbellavite .basso S. Maurizio.jpguna con gli affreschi del Tintoretto, il Palazzo Loredan dipinto  dal Salviati e Palazzo Barbaro Baffo decorato da Sante Zago e Palazzo Morosini dall’Allense..

Quei due secoli sono stati un brulicare di dipinti, di decorazioni, una Venezia appunto tutta colorata e scenografica.

casa del Giorgione.jpgIl primo a dipingere la propria casa a S. Silvestro fu il Giorgione, che poi decorò il Fondaco dei Tedeschi, nani-barbaro.jpglasciando una facciata al Tiziano che vi raffigurò la Giuditta e un compagno di Calza.

imagesCAZZ39IB.jpgPalazzo Soranzo.jpgPisani Gritti.jpgGiorgione si prodigò anche per il Pisani-Gritti ed il Soranzo, ma il primato di pittore più prolifico spetta al Tintoretto, che affrescò una dozzina tra case e palazzi: il più noto è il Palazzo Soranzo dell’Angelo, dove raffigurò una battaglia tra cavalieri.

Palazzo Erizzo.jpgPalazzo Cappello.jpgIL Pordenone affrescò invece il Chiostro di S, Stefano, con scene tratte dai due Testamenti, mentre il Veronese decorò Palazzo Erizzo, Bellavite, Cappello e Nani-Barbaro. Dei grandi murales antelitteram di cui ora, a quattrocento anni di distanza, si cerca di recuperare quel poco, anzi pochissimo che è rimasto.

Solo immaginare lo scintillio dei vari colori riflessi sul Canal Grande, le figure dipinte con maestria, tutto, in questa nostra città era motivo e forma d’arte: uno scenario straordinario di cui tutti i veneziani facevano parte, come i personaggi di un quadro di Canaletto, con la loro gioia di vivere, il loro entusiasmo e la loro capacità di creare un’unico, meraviglioso dipinto: qualcosa di questi colori è comunque rimasto, anche se i bagliori dell’acqua riflessa sui vetri molati, sulle decorazioni d’oro già da sole possono cambiare e rendere unica la luce che inonda questa straordinaria città – Repubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Venezia ed i suoi gondolieri!

i remeri.jpggondolieri.jpgDapprima definiti barcaioli quando la gondola divenne il mezzo di trasporto più usato dai ricchi e nobili veneziani,  venne coniato il termine “gondolieri”. Ogni famiglia aristocratica aveva fra i suoi dipendenti il “gondoliere de casàda”, che era ben pagato e che comunque era stabilmente a disposizione in ogni ora del giorno e della notte . Si prendeva cura della Remeri.jpgtraghetto 3.jpggondola, e conosceva segreti  ed incontri di ogni componente della famiglia, comprese le relazioni ed i vizi ( gli incontri romantici avvenivano spesso sotto il “felze” chiuso, con soltanto un lumicino a rischiarare gli amanti clandestini e i giocatori incalliti).

Altri gondolieri invece si dedicavano al traghetto, trasportando da una riva all’altra del “Canalazzo” mercanti ed avventori, artigiani e lavoratori.

S.Silvestro.jpgAlla-chiesa-di-San-Silvestro-Papa-a22869037.jpgBarcaioli e gondolieri si ritrovavano sotto ua medesima organizzazione, chiamata “Fraglia dei barcaioli” (fratellanza dei barcaioli), che era suddivisa al suo interno da varie faglie di traghetto, ed i loro rappresentanti venivano chiamati “gastaldi “, i quali dovevano tenere i conti della fratellanza e presentarli alle autorità, oltre a far rispettare le regole stesse della fraglia.

La Mariegola (insieme di regole che guidavano le confraternite di tutti i mestieri) definiva ad esempio le disposizioni per il soccorso ai gondolieri poveri o malati, le varie tariffe sui trasporti, o le disposizioni in materia di ordine pubblico.

canaletto 1.jpggondolieri.jpgLe fraglie avevano anche il compito di affittare i “posti barca” ai gondolieri, e per questo dovevano pagare una piccola tassa  allo Stato, chiamata “insensibile”, e contribuire alla manutenzione ed allo scavo dei canali; la categoria inoltre doveva garantire una sorta di “protezione civile”, ed alcuni dei suoi membri erano autorizzati a portare armi con licenza del Consiglio dei Dieci.

Vittore_Carpaccio_002.jpggondoliere.jpggondliere.jpgLa corporazione dei gondolieri aveva come Scuola la chiesa di S. Silvestro, sotto la protezione di S. Giovanni Battista, luogo di riunione per discutere delle tariffe, delle assunzioni e della vita sociale della categoria, ed il mestiere generalmente era trasmesso di padre in figlio.

Mestiere unico ed i suoi protagonisti immortalati da grandi pittori in una realtà che era ed è unica al mondo: uno Stato che ha fatto partecipe della propria vita e della propria crescita ogni persona ed ogni categoria, creando una coscienza civile che non è sicuramente comune in qualsiasi altro Stato nel mondo. Fantastica Serenissima!

 

L’origine degli occhiali e i maestri vetrai a Venezia

nobile veneziano con occhiali.jpgocchiali 1.jpgLa prima descrizione degli occhiali nacque a Venezia, esattamente nel 1284, e si tratta del Capitolare, cioè dello statuto dell’arte dei Cristalleri, in cui si definiva testualmente che gli “oglarios” dovevano essere fatti di buon cristallo e non di vetro.

Seguì un successivo documento , datato 1301 , in cui si ribadisce l’attenzione e la cura con cui le lenti venivano controllate e approvate in base alla qualità, elemento determinante, e la costruzione dei supporti di cui tali lenti dovervano  essere inserite.

occhiali antichi 4.jpgocchiali%20vista.jpglente diingrandimento.jpgSembra che i grandissimi maestri vetrai, ancor prima di locarsi nell’isola di Murano per la sicurezza contro gli incendi ( situazioni abbastanza frequenti considerati i tetti in paglia delle abitazioni e che queste fossero accostate le une alle altre) avessero scoperto e verificato che il cristallo puro, leggermente arquato, potesse ingrandire gli oggetti osservati.

astuccio per occhiali del crivelli a Parigi.jpgocchiali con swtanghetta.jpgA questo seguì la consapevolezza che si dovesse costruire un supporto con cui reggere queste lenti di cristallo, e magari farle reggere da sole, senza doverle portare agli occhi con un manico, ma costruendo strutture che scavalcassero il naso, e si posassero sopra le orecchie.

Nel capitolato del 1284 venne anche coinsiderata la differenza tra gli occhiali “roidi da ogli”, e le lenti di ingrandimento: lapides ad legendum.

Seguirono altri capitolati, come quello del 1330 , in cui vennero definite le dizioni: rodoli de vero per gli ogli da leser, e lapides ad legendum.

Calle della occhialeria.jpgSS. Pietro e Paolo con occhiali.jpgSi sa che l’ultima fabbrica di occhiali chiuse a Venezia nel 1788, e di questa è rimasta la denominazione della Calle: Calle delle occhialerie”.

E gli artisti, attenti alle realtà da cui traevano ispirazione, ebbero modo di testimoniare questi nuovi elementi, trasportati anche con episodi del passato, come il quadro dei SS. <Pietro e Paolo, in cui fa bella foggia di sè uno splendido e direi attualissimo paio di occhiali.

Venezia, città stato quasi levantina, strana, orientale e unica, è unica anche nell’aver apportato tanti elementi moderni ed attuali quando ancora altri stati occhiali%20vista.jpgpersona con occhiali.jpgastucci per occhiali a Venezia.jpgmonocolo-con-ingrandimento-10x-con-supporto-reggente.jpgeuropei ed altri comuni erano rimasti legati al passato, frutto, questo , dell’apertura completamente laica al pensiero scientifico e religioso, e aperta a qualsiasi pensiero o idea! città che si pensa antica, ma che è nata e rimarrà moderna ed attuale!

 

La caccia in Laguna a Venezia ed i noccioli di ciliegia.

archibugio.jpgA Venezia era molto diffusa la caccia in laguna, per cui gli archibugi erano largamente utilizzati da ricchi e poveri. L’unica differenza tra le due categorie era il costo del piombo: i nobili e ricchi potevano acquistare le “palle di piombo” dei vari calibri per le pistole, gli schioppi a pietra focaia ad avancarica e per i moschetti.

Le armi ed i proiettili venivano acquistati presso le “Armerie” controllate dalla “Quarantia Criminal” (l’attuale Polizia di Stato) e registrati come laguna%20venezia-300.jpgcaccia inb laguna 1.jpgLA%20caccia%20in%20Laguna.jpgproiettili.jpgacquisto di proprietà individuale: durante il periodo di caccia, visto il largo consumo, i nobili potevano far colar il piombo per le munizioni, contrassegnandole con un apposito stampino personale.

Ma i poveri, che ben potevano ricavare dalla caccia, venuti in uomo con moschetto.jpgnoccioli di ciliegia.jpgpossesso di un’arma da fuoco ma non avendo la possibilità di acquistare le munizioni si ingegnarono alla grande: ebbero la geniale idea di creare proiettili dai noccioli di ciliega, ben puliti ed idonei per “calibro” ad essere utilizzati con la polvere da sparo.

palle%20archibugio.jpgproiettili in terracotta.jpgIl nocciolo molto duro della ciliegia divenne quindi il più economico ed il meno controllabile da parte della Quarantìa Criminal. Per le cacce in laguna si crearono quindi noccioli di ciliegia, proiettili in terracotta, per i calibri più grandi gli ossi delle pesche, normalmente utilizzati per lo schioppo, denominato in dialetto “schioppeton”.

Il fucile, che assomigliava molto all’archibugio, lungo fino a 2,70 metri veniva posizionato e ben legato alla prua della barca, aveva un avancarica con una grossa canna, all’estremità era a tromba, con l’accensione a miccia o a pietra focaia. Per caricarlo serviva polvere nera e poi una gran quantità di proiettili o di terracotta, o noccioli di ciliegia o di pesca o di sassi.

Disegni-Caccia-in-Laguna.jpgcacciatore.jpgIl suo sparo era micidiale per il bersaglio a peli d’acqua per la caccia palustre. Dalle descrizioni storiche con un colpo di schioppeton ben mirato si poteva uccidere un intero stormo di anatre, arrivando a raccogliere da un minimo di quindici ad un massimo di trenta volatili.

Per i ricchi e nobili la caccia era un divertimento, mentre per i poveri era un modo come un altro per sbarcare il lunario: come si suol dire la fame aguzza l’ingegno, per cui per loro questa attività diventava veramente una necessità e non certo uno sport …l’unica scusa reale per arrivare ad uccidere delle creature libere ed indifese.

 

 

Le prime camere oscure a Venezia e i vedutisti: meraviglioso Canaletto

Carlevaris.jpgNel 1700 nasce a Venezia, legata all'”epoca dei lumi” una modifica sostanziale della pittura: la veduta. Fra i vari indirizzi della pittura veneziana del 700  nasce dal proposito di un’osservazione più intima ed immediata della realtà, e per primo Luca Carlevaris (1663-1729) fece uso della “camera oscura”.

Carlevaris, ritenuto insigne matematico  “mathematicae cultor egregius”nel suo ardore scientifico di ricerca.

La camera oscura era un apparecchio molto carlevaris-carlevarijs-luca-ca-le-fabricche-e-vedute-di-venez-1885493.jpg02-01_camera2.jpgrudimentale eseguito sui principi di quella che sarebbe stata in futuro la macchina fotografica, per ottenere mediante un gioco di specchi la visione prospettica il più possibilmente esatta.

La “veduta” del settecento nasce dall’antica predilezione del paesaggio che è costante lungo tutto il corso della pittura veneta; basta pensare alla Madonna di Giovanni Bellini , di Giorgione o di Tiziano senza un particolare camera oscura.giftaglio paesistico, che conserva dei precisi caratteri nell’incontro tra figura e ambiente naturale . In questa concezione tipica dell’epoca rinascimentale e barocca la figura umana è predominante, mentre il paesaggio assume il valore di una partecipazione corale della natura al significato umano e religioso dell’intera visione del quadro.

La “veduta” nasce come documento della realtà e cerca di cogliere una Carlevaris.jpgcarlevaris-carlevarijs-luca-ca-venice-a-view-of-the-molo-with-1144144-500-500-1144144.jpgillimitata profondità panoramica suggerita dalla illusione ottica della prospettiva, mentre la stessa figura umana è assorbita e diventa un modulo di misura della vastità spaziale ( P. Zampetti : i vedutisti veneziani nel 700″, catalogo della mostra a Venezia nel 1967).

Nel 1703 Luca Carlevaris pubblica un bel volume di centoquattro incisioni all’acquaforte di vedute veneziane : “Fabbriche veneziane ” che costituiscono 1586-piazza-san-marco-with-jugglers-luca-carlevaris.jpgMarco °ricci 1.jpgun documento prezioso per la città e per la storia della pittura veneziana del settecento. Il paesaggio di Venezia si presenta sotto angoli visuali diversi come pagine di un lungo racconto in cui partecipano le feste, i ricevimenti , le regatr, le partenze e gli arrivi del Bucintoro nel bacino di S. Marco.

Di poco posteriore è il bellunese Marco Ricci (1676-1730) nipote di Sebastiano Ricci. Qui al paesaggio Marco ricci.jpgMarco ricci 1.jpgsi aggiungre la passione per le antichità romane e le memorie che esse suscitano attraverso i monumenti. Le rovine classiche appaiono assieme al paesaggio in un’unità tra uomo ed evocazione della storia, frammenti palpitanti di vita inseriti nella natura.

Ma il vedutista simbolo di Venezia è Antonio Canaletto, che nasce nel 1697, soggiorna a Roma tra il 1719 e il 1720, poi dipinge le prime canaletto 1.jpgvedute che vanno moltiplicandosi per ordinazioni del console inglese Joseph Smith, e personaggi della nobiltà inglese. Dal 1740 al 1744 esegue le celebri incisioni, dal 1746 al 1753 soggiorna a lungo in Inghilterra, dove i suoi quadri ottengono grasnde successo.

Dal 1753 al 1768, anno della sua morte, risiede a Venezia ed è proprio durante quest’epoca che le sue vedute sono riprese da Francesco Guardi.

“Quanto al Canaletto”, scrisse Charles de Brosses nelle Lettere Familiari del 1739,” la sua specialità è di Canaletto 4.jpgCanaletto,_San_Cristoforo,_San_Michele_and_Murano.jpgdipingere le vedute di Venezia, e in questo genere supera supera tutto ciò che è mai esistito. La sua maniera è luminosa, gaia, viva, trasparente e mirabilmente minuziosa.”

La sua opera va osservata tutta insieme, pittura, disegno, incisione, per intendere la varietà e l’unità dei motivi, di tecniche, di esperienze che gradualmente e con sorprendente sicurezza conducono l’artista a questa nitidezza di visione così assoluta, specie CANALETTO.jpgCanaletto_(1697-1768),_Venezia,_campo_Santi_Giovanni_e_Paolo,_1741.jpgper quella felicità solare che egli sa dare alla veduta nelle angolature più diverse.

Venezia, nella tavolozza di Canaletto assume un aspetto ideale, illuminata da una luce tersa, lucida e penetrante in un’astmosfera che sembra purificata da una potenza nascosta che ha illimpidito ogni cosa, rese più espressive e ancor più incidenti le ombre , più largo e dispiegato l’arco del cielo.

canaletto_bucintoro.jpgPassano sotto i nostri occhi le sue immagini della laguna, di S. Marco, della riva degli Schiavoni, di S. Giorgio, del Canal Grande, della Salute, del Palazzo ducale, campi, palazzi, chiese, feste, regate, mercantili, botteghe, tutto immerso in questa incantata luce.

Nel 1700 nasce a Venezia, legata all'”epoca dei lumi” una modifica sostanziale della pittura: la veduta. Fra i vari indirizzi della pittura veneziana del 700  nasce dal proposito di un’osservazione più intima ed immediata della realtà, e per primo Luca Carlevaris (1663-1729) fece uso della “camera oscura”.

Carlevaris, ritenuto insigne matematico  “mathematicae cultor egregius”nel suo ardore scientifico di ricerca.

La camera oscura era un apparecchio molto rudimentale eseguito sui principi di quella che sarebbe stata in futuro la macchina fotografica, per ottenere mediante un gioco di specchi la visione prospettica il più possibilmente esatta.

canaletto-regatta.jpgLa “veduta” del settecento nasce dall’antica predilezione del paesaggio che è costante lungo tutto il corso della pittura veneta; basta pensare alla Madonna di Giovanni Bellini , di Giorgione o di Tiziano senza un particolare taglio paesistico, che conserva dei precisi caratteri nell’incontro tra figura e ambiente naturale . In questa concezione tipica dell’epoca rinascimentale e barocca la figura umana è predominante, mentre il paesaggio assume il valore di una partecipazione corale della natura al significato umano e religioso dell’intera visione del quadro.

La “veduta” nasce come documento della realtà e cerca di cogliere una illimitata profondità panoramica suggerita dalla illusione ottica della prospettiva, mentre la stessa figura umana è assorbita e diventa un modulo di misura della vastità spaziale ( P. Zampetti : i vedutisti veneziani nel 700″, catalogo della mostra a Venezia nel 1967).

carlevaris-carlevarijs-luca-ca-le-fabbriche-e-vedute-di-venez-1765357-500-500-1765357.jpgNel 1703 Luca Carlevaris pubblica un bel volume di centoquattro incisioni all’acquaforte di vedute veneziane : “Fabbriche veneziane ” che costituiscono un documento prezioso per la città e per la storia della pittura veneziana del settecento. Il paesaggio di Venezia si presenta sotto angoli visuali diversi come pagine di un lungo racconto in cui partecipano le feste, i ricevimenti , le regatr, le partenze e gli arrivi del Bucintoro nel bacino di S. Marco.

Di poco posteriore è il bellunese Marco Ricci (1676-1730) nipote di Sebastiano Ricci. Qui al paesaggio si aggiungre la passione per le antichità romane e le memorie che esse suscitano attraverso i monumenti. Le rovine classiche appaiono assieme al paesaggio in un’unità tra uomo ed evocazione della storia, frammenti palpitanti di vita inseriti nella natura.

Guardi.jpgMa il vedutista simbolo di Venezia è Antonio Canaletto, che nasce nel 1697, soggiorna a Roma tra il 1719 e il 1720, poi dipinge le prime vedute che vanno moltiplicandosi per ordinazioni del console inglese Joseph Smith, e personaggi della nobiltà inglese. Dal 1740 al 1744 esegue le celebri incisioni, dal 1746 al 1753 soggiorna a lungo in Inghilterra, dove i suoi quadri ottengono grasnde successo.

Dal 1753 al 1768, anno della sua morte, risiede a Venezia ed è proprio durante quest’epoca che le sue vedute sono riprese da Francesco Guardi.

Charles_de_Brosses_Comte_de_Tournai_et_de_Montfaucon_by_Charles-Nicolas_Cochin.jpg“Quanto al Canaletto”, scrisse Charles de Brosses nelle Lettere Familiari del 1739,” la sua specialità è di dipingere le vedute di Venezia, e in questo genere supera supera tutto ciò che è mai esistito. La sua maniera è luminosa, gaia, viva, trasparente e mirabilmente minuziosa.”

La sua opera va osservata tutta insieme, pittura, disegno, incisione, per intendere la varietà e l’unità dei motivi, di tecniche, di esperienze che gradualmente e con sorprendente sicurezza conducono l’artista a questa nitidezza di visione così assoluta, specie per quella felicità solare che egli sa dare alla veduta nelle angolature più diverse.

Venezia, nella tavolozza di Canaletto assume un aspetto ideale, illuminata da una luce tersa, lucida e penetrante in un’astmosfera che sembra purificata da una potenza nascosta che ha illimpidito ogni cosa, rese più espressive e ancor più incidenti le ombre , più largo e dispiegato l’arco del cielo.

canaletyto 1.jpgPassano sotto i nostri occhi le sue immagini della laguna, di S. Marco, della riva degli Schiavoni, di S. Giorgio, del Canal Grande, della Salute, del Palazzo ducale, campi, palazzi, chiese, feste, regate, mercantili, botteghe, tutto immerso in questa incantata luce.

 

Prendersi a pugni sul ponte

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Desidero accompagnarvi in un ipotetico percorso   lungo il sestiere  di  S.Croce, uno dei sei che formano la città. Gli altri sono Dorsoduro, S. Polo, Cannaregio, S. Marco  e Castello. I sestieri sono rappresentati a prua delle gondole come il pettine formato appunto da sei punte. Da Piazzale Roma proseguiamo verso i Tolentini, e con tranquillità, si arriva in Campo S. Barnaba  (proprio vicino ad una sede dell’università di Cà Foscari).

Siamo a Dorsoduro: eccoci quindi arrivati alla prima curiosità. Un ponte, sembra uno qualsiasi ma qualsiasi non è . Fino a qualche tempo fa era privo di spallette, e la sua sommità sembra un ring ai quattro lati sono impresse delle orme di piedi, dove venivano raffigurate, in un vero incontro di box. le postazioni dei contendenti. Non è l’unico ponte di questo tipo, ma è comunque un esempio della pragmatica lungimiranza del governo della Serenissima.

I membri dei vari sestieri covavano spesso inimicizie, invidie e diatribe con i componenti di altri sestieri: in questo caso erano i Castellani che non riuscivano sicuramente ad accordarsi con i nicolotti-

 Facile quindi prendere fuoco per una frase mal riferita, per una provocazione, ma, visto che l’omicidio era condannato8-Orma del Ponte dei Pugni.jpg con la pena di morte, i Dogi avevano scovato un rimedio giusto per tutti i mali: due contendenti di un Sestiere e due dell’altro si mettevano in postazione, i piedi posti sopra le orme scalfite sulla pietra e poi via, scazzottate a tutto spiano, che un po’ alla volta coinvolgevano anche trecento, quattrocento persone.

Essendo il ponte sprovvisto di spallette, chi veniva colpito in modo netto finiva in acqua, ma senza farsi male, perché il canale veniva costantemente dragato in modo che la nuotata contribuisse a ridare un po’ di lucidità ai contendenti, fino a quando, soddisfatti tutti, la disputa veniva dichiarata conclusa. Era un sistema molto saggio per far sfogare i livori senza violenze vere e proprie, in una città in qualche modo molto piccola, dovecomuque tutti dovevano e si sentivano chiamati a collaborare per la sua vita e per il suo splendore.

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La politica sanitaria a Venezia: esempio di lungimiranza e modernità.

620-LAZZARETTO-NUOVO.jpgTezonGrande.jpgLa Repubblica di Venezia pose sempre una estrema attenzione alla situazone igienica e sanitaria della popolazione, mediante un attento controllo delle navi, merci e stranieri che venivano fatti stazionare nell’isola del Lazzaretto Nuovo e qui, si provvedeva a misure di disinfezione sia delle persone che delle merci,( anche se nonostante queste misure si verificarono due grandi epidemie di peste).

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Il governo veneziano incoraggiava l’istituzione di impianti ospedalieri che talvolta assunsero destinazioni funzionalmentre specializzate.  Naturalmente per le case di Venezia le condizioni igieniche dell’agglomerato urbano venivano facilitate da una specie di  lavaggio nasturale dato dal flussoi e riflusso della marea lunbgo la fitta rete di rii e canali interni : questo fenomeno veniva tenuto in efficienza provvedendo al periodico scavo dei canali, per cui venivano destinati fondi impegnativi.

pozzo.jpgacquaroli.jpgEra inoltre favorita la costruzione e la manutenzione di pozzi che venivano installati in ogni campo o corte, e quando c’era siccità venivano riforniti di acqua dolce proveniente dai fiumi della vicina terraferma trasportata per mezzo di speciali barconi .

Nel campo specifico delle scienze mediche e naturale vennero pubblicati dall’editoria veneziana del 500 numerosi trattati che risveglavano l’interesse e la necessità di informazioni sulla materia stessa. Studi di anatomia venivano svolti a Venezia fin dal 1368; nei pressi di S. Giacomo dell’Orio la corte e il pontre dell’Anatomia indicano ancor oggi dove fosse ubicata la ponte dell'anatomia 1.jpgPonte dell'anatomia.jpgsede degli studi ed esperimenti, e nel 1507 fu costruito un vero e proprio teatro anatomico tra i più antichi d’Europa.

immagine dal ponte dell'anatomia.pngUn vicino edificio fu sede del “Collegio dei Medici”, e questo testimonia come in quella località fossero venute concentrandosi gran parte delle istituzioni di interesse medico.

Ponte delle Tette 1.jpgAnche il fenomeno della prostituzione veniva attentamente sorvegliato dalle autorità delimitando le zoner cittadine la cui denominazione toponomastica ancora oggi porta il ricordo di tale sorveglianza: il ponte e la calle delle tette a S. Polo, e qui le prostitute esibivano il proprio corpo col preciso scopo di attirare i marinai e gli stranieri, sostenute in questo dalle massime autorità che pensavano in quel modo di frenare la piaga dell’omosessualità diffusa tra gli equipaggi delle navi.

Alla fine del 500 la famosa cortigiana onesta e poetessa Veronica Franco fondò ai Carmini l’Ospizio del Soccorso, espressamente adibito a rifugio ed veronica-franco.jpgVeronica Franco.jpgOspizio del soccorso 1.jpgasilo delle donne che si erano date alla prostituzione, e che erano finite in miseria: l’edificio, di grandi dimensioni, tutt’ora esistente, ci fa desdumere che per tale istituzione vennero impiegati notevoli mezzi economici divenendo così una seria oprea assistenziale di permanente necessità sociale.

Non furono quindi solo gli ospizi, numerosissimi e importanti ad occuparsi della salute dei veneziani, l’unico elemento di Ospizio del soccorso ai Carmini.jpgtutta una politica veneziana intesa a salvaguardare la salute pubblica, ed i mezzi che vennero impiegati a questo scopo furono ingenti ed i criteri per metterla in pratica estremamente avasnzati per l’epoca: un altro esempio di quanto fosse moderna ed illuminata la Serenissima.