Browsing "Personaggi"

Armatori, mercanti e navigatori veneziani: gli artefici del mondo globale!

nace mercantile.jpgmercanti_veneziani-filtered.jpgEnrico Dandolo.jpgL’inizio della Storia di Venezia coincide con l’inizio dell’economia mercantile: per merito del Doge Enrico Dandolo, nel 1200, in seguito alla conquista di Costantinopoli  e grazie alla bolla d’oro, trattato con cui i Veneziani trovarono l’appoggio di Bisanzio per espandere i propri interessi nel Mediterraneo, la Serenissima divenne il referente più autorevole nell’intermediazione dei vari mercati, acquisendo così un ruolo determinante per quanto riguardava l’interescambio tra le varie popolazioni di quel bacino.

I fattori più importanti che concorsero a formare questa assoluta superiorità marittima di Venezia furono, all’interno della Repubblica, i capitali patrimoniali d’investimento, con l’industria e la gestione dei mezzi navali, ed il mirato intervento amministrativo-politico dello Stato.

mercanti veneziani 3.pngmercanti_carpaccio.jpgmercanti veneziani 2.jpgmercanti veneziani.jpgMercanti -contrattazione.jpgLa Repubblica concedeva prestiti per finanziare affari di commercio marittimo, scritti in un contratto di commenda o colleganza. Il finanziatore e il mercante armatore partivano insieme all’equipaggio, ed il capitale investito doveva poi essere rimborsato, le spese ripartite sull’esborso delle tasse e per le spese varie.

All’inizio del 1200 si formarono le prime compagnie commerciali denominate ” Fraterne”, che erano per lo più a conduzione familiare, in cui i soci partecipavano con il capitale e l’attività personale. Tra di loro erano solidali con gli impegni presi da ciascuno di essi, e dividevano per quota i profitti e le perdite, e tutto questo sotto il controllo dei Provveditori di Comun alle Mercanzie.

Nel 1400 le strutture della Finanza Pubblica si perfezionarono accanto ai tradizionali sistemi di imposizione indiretta fiscale denominati ” dazi”.

Canaletto - S. Giacometto.jpgBanco di Pegni.jpgAi prestiti obbligatori richiesti dai cittadini allo Stato, risultati poi insolventi, crearono Chiesa di San Giacometto e il gobbo.jpgdocumenti-per-la-storia-ecnomica-dei-secoli-xiii-xvi.jpgulteriori debiti pubblici delle casse veneziani, si decise così di costituire il “Monte Vecchio”, che poi venne sostituito dal ” Monte Nuovo”, Nuovissimo e di Sussidio.

Vennero in seguito introdotte le tasse dirette, chiamate ” decime”: I mercanti potevano pagarsi l’un l’altro mediante una scrittura semplice d’accordo tra le parti presso i “Banchi da Scripta” o ” Banchi da Giro” . Verso la metà del 500 venne creato un Banco a Piazza di Rialto completamente pubblico che contribuiva ai finanziamenti per il mercato interno dello Stato: la sede di questi banchi era il Campo di San Giacometo, dove si svolgeva l’attività vera delle finanze dei mercanti e dello Stato.

Doge Andrea Dandolo.jpgNel 1284 il Governo autorizzò la coniazione di monete d’oro e d’argento: Il Ducato aureo pesava 3,65 grammi d’oro a 24 carati, e in seguito venne denominato ” zecchino”, e questa moneta divenne battuta e famosa in tutta Europa; accanto a questa moneta aurea la Zecca veneziana coniò anche monete d’argento, e tutto sotto il rigido controllo delle leggi emanate dal Governo.

Gasparo Balbi - libro.jpgNicolò de Conti.jpgCarta di cesare Federicci.jpgI mercanti veneziani dettero lustro alla Serenissima, e svelarono scoperte determinanti per l’Europa: oltre a Marco Polo nel 1400 Nicolò de Conti di Chioggia viaggiò in Asia Meridionale, nel 1500 Gasparo Balbi e Cesare Federicci visitarono le Indie.

Accanto ai mercanti i viaggiatori Veneziani furono famosi e richiesti in Europa: Alvise da Mosto offrì il suo operato ai Portoghesi, Spagnoli e Inglesi, esplorando le coste dell’Africa; Sebastiano Caboto attraversò l’Oceano Atlantico e scoprì le coste della Florida e lo Stretto di Hudson, e al servizio del Re di Spagna esplorò le coste orientali mercanti veneziani 1.jpgAlvise Da Mosto.jpg220px-Sebastian_Cabot.jpgdell’America del Sud fino a risalire il Ruo Paraguay: In questa esplorazione diede il suo nome ad uno stretto nel passaggio tra l’Oceano e il Golfo di San Lorenzo, e fra l’isola di Capo Breton e quella di Terra Nova.

Mercanti, navigatori, persone avventurose ed eccezionali di cui ho già parlato, ma non abbastanza per dare il senso vero dell’accellerazione e della propulsione che seppero e poterono dare attraverso le loro imprese alla conoscenza del mondo!!

 

 

 

Il pranzo di Leccardo

confetti.jpgbanchetto speciale.jpgGiovanni Garzoni.jpgCà GTarzoni.jpgEnrico III.jpgEnrico III di Francia.jpgSiamo a fine anno, e per stasera si preparano cenoni, come da tradizione, e per questo motivo mi piace illustrare un banchetto in onore di Enrico III,  organizzato dal doge Alvise I Mocenigo, la cui descrizione ci viene lasciata dal Garzoni  ci è necessaria per comprendere appieno  lo sfarzo e la ricchezza dei banchetti ufficiali veneziani, che dettarono legge per tutte le altre corti d’Europa.medievali banchetti.jpgcredenzierei a Venezia.jpgcoppieri.jpgpentole.jpgPer poter realizzare i conviti  erano necessarie figure specializzate come cuochi, scalchi, trincianti, credenzieri, bottiglieri inservienti vari, che dovevano possedere una grande cultura professionale  con tanti modi per cuochi attenti al loro lavoro.jpginsegnamento ai coppieri.jpgpoter trasformare la materia prima  in cibi  eccellenti, avendo a disposizione una vasta gamma di attrezzature, come pentole, casseruole, mestoli e coltelli.piatto.jpgpiatto 2.jpgscalchi del 1400.jpgSala del Maggior Consiglio.jpgSala del Maggio °Consiglio 2.jpgAlvise I Mocenigo.jpgSi spiega così la stupefacente ricchezza dei banchetti veneziani  del cinquecento  dei quali ho già fatto cenno, o come banchetto 4.jpgquello descritto nel 1574 da Marsilio della Croce nella sua Historia della pubblica et famosa entrata in Venezia del Serenissimo Enrico III, e precisamente quella parte che riguarda il banchetto offerto in onore del re di Francia  nella Sala del Maggior Consiglio  in Palazzo Ducale.piatto decorato.jpgbanchetto in sala.jpgargenetira.jpg” Nella sala del gran Consiglio addobbata di cuoi d’oro dalle pitture a basso, che faceva maggior ornamento, al capo della quale dalla banda del tribunale dove c’è la sede del principe, vi era apparata una credenza d’argento di meravigliosa grandezza e bellezza, e d’inestimable prezzo,  per li molti vasi, coppe d’orto e piatto d’oro e d’ argento, che vì erano, quali non furono adoperati , ancor che si mangiasse in argento.Dall’altro lato della sala si stava posto un tavolato alto circa due braccia con alquanti gradi ai piedi, , e nel messo di esso vi era un quadro come sogliono usare tutti i gran principi, sopra il quale vi era posta la tavole per Sua Maestà, coperta da un baldacchino di broccato d’oro molto ricco.

posateria preziosa.jpg” Data l’acqua per le mani fu tenuta la salvietta dal Signor duca di Savoia, la Sua
Maestà sedette quasi a mezo della tavola in faccia della sala, lasciando luogo a destra ai Coppieri et alli gentil’huomini della bocca, che la servivano: alla sinistra nella medesima faccia sedeva il cardinale et il Principe,  dal canto poi della detta tavolasedevano li signori Duchi di Savoia e di Ferrara, e si fece la credenza a S. Maestà solamente.

Alla destra del re sopra il tavolato più spatioso vi erano due altre tavole, l’una alla destra, l’altra all sinistra, alla prima sedevano il Nunzio Apostolico, li ambasciatori, li sei consiglieri del Principe con i tre Capi XL, et alla seconda il Signor Duca di Nivers, il Signor Don Alfonso d’Este, et un signor di qualità francese, a due altre tavole poi molto più lunghe e poste più in basso del piano ordinario sedevano li carissimi Senatori della Repubblica.

zuccherini 3.jpgstoviglie preziose 3.jpgIl banchetto fu cautissimo e famosissimo per la molta copia et la varietà di preziosissime vivande, e tra queste confettini e zuccari diversi in gran numero, che ascendevano a mille et dui vento piatti, che dell’uno e dell’altra ve n’era abbondante quantità, sendo stato fatto il preparamento per il mangiare di tre millia persone, che non si poteva desiderare  ne immaginare apparato maggiore.

Qualche anno prima Andrea Calmo dava alle stampe una commedia intitolata ” El Saltuzza”nella quale Leccardo, un simpatico sbafatore, vagheggiava in questo modo un suo pranzo…

tavoli.jpgil Saltuzza di Andrea Calmo.jpgcibi per il banchetto.jpg” Oh lodato sia Bacco con tutti gli dei, che han triomphato al mondo e che mi hanno fato gracia  che niun mi ci oppone’, a questo mio convito, qual è più gloriosa vita de la mia, è pasciuto questo mio corpiciuolo, tutti li secoli sono pasciuti per me, io sono patrone, madonna, servitore, fantesca, scalco, cuoco, e infine sono io stesso de gli invitati, o come saprei ben governare una mensa, se mi ci venisse dato il carico, ponerei le vivande ordinariamente, come fa un valoroso e prode capitato di un esercito a prima giunta io ci farei venire in loco de la fanteria l’insalata, il rafano, il cresciuto lesso, lengue et salsicce, con diversi bocaloni de preciosi vini invece de tamburi, le canaglierie la carne de vitello, le supe pesce.jpgpiatti antichi.jpggrasse, gli polastri e li capretti allessi, gl’uomini darme lomboli, caponi, pernice, galli d’India, fasani e pavoni arrostiti, gli ragazzi saccomani, venturieri la salsa, la mostarda, gli cedro, le melarancie, il sapor d’uva, il codognato, le torte, viene poi il gubernatore, coletrale, collonelli, intendono la malvaggia, le ostriche, il marzapano e il confetto, di le artiglieria e arcobusi non parliamo, che per elle dopo il pranzo si scroccano di sotto e di sopra senza remissione, e godi finchè Iddio ci lascia vita, e appetito, io vo pigliarmi un schiantellino de tribiano, con due bocconi de sopresciata fin che gli caponi finiscono di cucinarsi, o che dolce, e beato vivere a l’altrui spese! “

E alla soddisfazione di Leccardo e a suoi sogni desidero augurare a tutti voi un anno riucco di sorprese felici, di propserità e di serenità! Auguriu di cuore, Piera-

 
 

 

Un grande pittore tra le grandi famiglie di artisti veneziani: Francesco Guardi

canaletto3.jpgGiovanni_Battista_Tiepolo_061.jpgA Venezia vissero, lavorarono e prosperarono famiglie di pittori: basta pensare ai Tiepolo, padre e figli, e la stessa era imparentata con i Guardi: Antonio Pellegrini aveva sposato una sorella di Rosalba Carriera, Sebastiano e Marco Ricci erano zio e nipote, come pure il Canaletto e Bernardo Bellotto, e Pietro ed Alessandro Longhi erano padre e figlio.

Gian Antonio Guardi 1.jpgGian Antonio Guardi.jpgTra tutte queste famiglie, in onore anche alla mostra che viene ora Gian Antonio Galli 3.jpgprorogata al Museo Correr, desideravo parlare dei Guardi: figli di Domenico, pittore,  lavorarono presso la sua bottega Gian antonio (1699-1762) e Francesco(1712-1793). Dei due il più famoso e conosciuto fu Francesco, a cui la mostra è dedicata, ma non è giusto trascurare il primogenito.

Giovanni_Antonio_Guardi_002.jpgDivenuto a diciassette anni erede della bottega del padre, e nominato, nel 1753 Socio dell’Accademia delle Belle Arti e muore nel 1760. Tipico rappresentante dell’arte rococò, al tramonto alla metà del settecento, in cui i personaggi si alternano nel quadro in un’atmosfera irreale, suggerita dall’invenzione decorativa dove ogni sentimento viene declamato con con arcadica tenerezza e sottile languore.

Il suo capolavoro sono i pannelli che coprono il parapetto dell’organo della Chiesa dell’Angelo Raffaele, meraviglia per la forza di concentrazione di ogni elemento stilistico e la fusione con l’atmosfera, tuttsa vibrante e vaporosa nell’esaltante accostamento del paesaggio con la figura, tra i toni rosa dorato  e azzurro cielo, lacche rosse e bleu cobalto fusi in una sensibilissimma gamma cromatica.

I personaggi non sono plastici, anzi, come tutto il paesaggio sono esse stesse atmosfera, liberate del loro peso, della propria struttura , tutte, fino all’ultima figuretta del quadro sulla linea dell’oriuzzonte in una irreale lontananza.

Francesco Guardi 4.jpgFrancesco Guardi -ritratto di Pietro Longhi.jpgFr_Guardi_Fiori_.jpgfrancescoguardi1.jpgFrancesco Guardi, durante il tirocinio nella bottega del fratello guarda con occhio attento gli altri pittori dell’epoca, in particolare Marco Ricci, Michele Marieschi e il Canaletto. Attraverso le loro opere ha un’indicazione per scoprire una realtà nuova mediante una osservazione diretta della natura che il Guardi sa trasfigurare volta per volta secondo un inconfondibile estro creativo, portato ad una liricità aerea, vibrante ed emotiva.

Francesco Guardi 5.jpgFrancesco Guardi Il ridotto.jpgPoco tempo dopo il 1750 si avverte una svolta nella pittura veneziana: nel 1747 Bellotto era partito per Dresda, nel 1755 Canaletto tornava dopo un lungo soggiorno a Londra, nel 1762 Tiepolo partiva per la Sopagna, in questo tempo si matura una crisi che era nell’aria e che investe oltre che il costume anche l’arte.

Francesco-Guardi.jpgFrancesco Guardi vive a modo suo questa evoluzione prediligento Francesco_Guardi_042.jpginterpretazioni tutte proprie delle luci e delle gamme cromatiche più impensate per afferrare le vibrazioni atmosferiche più intime e sognanti.

Le vedute di Francesco Guardi si distinguono nell’inquadratura, nei rapporti prospettici, nell’intenswità lirica del colore che assume rispetto alla nitida lucidità e alla cristallina compostezza di quelle del Canaletto. D’altro canto il fluire della fantasia è serrato e conciso, non si perde nel sogno , è peerfettamente composto entro la forma, specchio del proprio tempo , come nelle opere di Scarlatti e di Vivaldi.

Francesco-Guardi,-un-invito-al-Museo-Correr001big.jpgFrancesco Guardi Concerto di Dame.jpgNel 1782, già settantenne, riceve l’incarico dall’Ispettore alle Belle Arti di documentare, attraverso una serie di quadri le cerimonie svoltesi ai SS. Giovanni e Paolo  in onore di Pio VI e le feste in onore dei principi russi Paolo Petrovitz e Maria Teodorowna, parenti dello zar, chiamati i Conti del Nord.

D’una grazia mondana e da minuetto ci appare il noto “concerto”(ora alla Pinacoteca di Monaco): sulla sinistra, sotto un palco, scorgiamo un’orchestra d’archi composta da donne e al di sopra un coro femminile con le partiture in mano. Nel centro, sullo sfondo rosso del pavimento , appaiono le figure delineate con la stessa grazia con cui è concepita la decorazione della sala, daI lampadari, dalle specchiere, e dagli ornamenti ed affresco al soffitto.

francescoguardi1.jpgIn tutto ciò si può notare un soffio di sentimento, quasi una sorta di capriccio e di estro di espressione nata li per li , ed espressa senza nessun diaframma, per cui la pittura si compiace di sè stessa staccandosi dagli schemi obbligati, diviene “divertimento” in senso mozartiano, suggerito dal tema di Venezia, pieno di magie ed incanti.

 

 

Il miracolo di S. Marco a Venezia: il ritrovamento delle reliquie!

23-Tintoretto-il-trafugamento-del-corpo-di-San-Marco.jpgtrafugamento_corpo_san_marco.gifTutti, bene o male, conoscono la storia del’arrivo delle reliquie di S. Marco a Venezia: furono due mercanti, Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, che trafugarono le spoglie ad Alessandria, e celato in una cesta contenente carne di maiale, considerata impura dai musulmani, venne portato a Venezia.

Sembra comunque che Venezia fosse la meta finale del corpo di questo Santo, che giunto a Roma assieme all’Apostolo Pietro venne da questi inviato in Italia Settentrinale: ad Aquileia Marco convertì Ermagora, che poi divenne primo vescovo di quella città, quindi, partito per destinazione Alessandria d’Egitto venne costretto da una tempesta ad approdare alle isole Realtine, il fulcro della nascente Venezia. Addormentatosi egli sognò un angelo che gli diceva ” Pax tibi Marce, evangelista meus”, e gli promise che in quell’isola egli avrebbe riposato fino all’ultimo giorno.

L'arrivo dell spoglie di S . Marco a Venezia.jpgIn seguito raggiunse Alessandria ,dove dopo essere diventato vescovo, subì il martirio che lo portò alla morte il 25 aprile  de 78 circa. Ed è qui, appunto, che i mercanti veneziani presero il suo corpo e con astuzia, lo portarono a Venezia.

Era l’829, e l’onore di poter ospitare le spoglie di un evangelista spinse lo stato veneziano a costruire una degna chiesa per poterlo ospitare ed esporre al culto di tutti i veneziani: S. Marco è quindi anche il patrono dei cestai, visto l’insolito mezzo con cui venne portato nella Serenissima.

Nel 1063 ebbe inizio la costruzione della chiesa, che subì, purtroppo, un incendio, tanto che l’edificio venne ricostruito….e nel 1094 era finalmente pronto per essere consacrata a Dio e a S. Marco.

300px-Basilica_de_San_Marco.jpgPurtroppo però, durante i lavori di restauro, si scoprì che la teca contenente la preziosa reliquia era scomparsa: questo provocò grande cordoglio dal Doge alla popolazione veneziana: vennero organizzate novene, preghiere, processioni e invocazioni al Divino per poterla ritrovare.

Il 25 giugno 1098, giorno della consacrazione, accadde un miracolo rimasto negli annali di Venezia, ma raccontato in modo diverso: sembra che nel momento culminante della celebrazione da una colonna della Basilica apparve un braccio, ad indicare il luogo tanto cercato; altri raccontarono che apparve il Santo in persona, ma Giacomo Casanova racconta, nelle sue memorie, che sulla colonna contenente i sacri reperti apparve l’immagine del Leone alato, simbolo proprio di S. Marco.

Tintoretto il rirovamento delle relkiqie.jpgSan Marco.jpgComunque sia, subito dopo si provvedette a forare la colonna indicata, e miracolosamente le reliquie  riapparvero: come racconta Casanova, fu così che la Serenissima salutò S. Todaro, per affidare le sue fortune e il suo orgoglio all’evangelista. Per secoli S. Marco venne così festeggiato il 25 Aprile, (giorno della morte) e il 25 giugno, giorno del suo miracoloso ritrovamento, con la medesima pompa ( Venezia curava con fasto e con solennità le proprie cerimonie).

Ora si festeggia soltanto il 25 aprile, ma con entusiasmo e con una tradizione straordinaria, dolce e romantica che rendeva e tutt’ora rende omaggioi alle donne veneziane, ma di questo vi parlerò il 25 aprile.

L’alchimia e la mitologia in Chronos a Venezia a Palazzo Bembo-Boldù.

Campiello S. Maria Nova.jpgChronos.jpgNella serie meravigliosa di costruzioni e chiese che si possono ammirare a Cannaregio, , dopo avere visitato  S. Maria dei Miracoli, proprio poco più avanti, subito dopo il ponte di S. Martia Nova,  girando nella prima calle a sinistra ci troviamo in Campo di S. Maria Nova,luogo delizioso , e, se alziamo gli occhi , ci accoglie festosa la magnificenza di Palazzo Bembo-Boldù : Splendida la costruzione che sorprende chi lo guarda con una statua , in una nicchia a forma di conchiglia di S. Giacomo , segnale tra gli alchimisti rosacrociani della ricerca della conoscenza e da questa dell’evoluzione della natura e dello spirito umano,  di un uomo tozzo, peloso e quasi animalesco, che regge davanti a se il disco del sole.

saturno-01.jpgE’ l’immagine di Chronos ( o Saturno), il Dio del tempo, quello stesso Dio che mangiava i propri figli appena nati, a cui Rea, sorella e moglie nascose Zeus. Questi,  una volta cresciuto lontano, tornò dal padre, gli fece bere una pozione per cui Chronos vomitò tutti i figli mangiati ( gli altri dei), per poi ucciderlo.

Il simbolismo è chiaro: la nascita del tempo, ma anche l’evoluzione che viene cadenzata dal sorgere del sole, ed al suo tramonto, per poi rinnovarsi ancora ed ancora, in una sorta di eternità nel cambiamento e nel procedere con l’evoluzione.

La statua venne ordinata e posta da Giammatteo Bembo, nipote del celebre Pietro Bembo, che fece inscrivere in latino questa frase: Finchè girerà questo (cioè il sole) Zara, Cattaro,Capodistria, Verona, Cipro, Creta, culla di Giove, faranno testimonianza delle mie azioni.

3579293-Basement_of_the_statue_three_faces_Venice.jpgPalazzo Bembo Boldù in Campiello S. Maria Nova.jpgLa mitologia, i simboli alchemici, e le tre teste, sotto i piedi di Saturno -Cronos , a ricordare l’egemonia di Venezia sui popoli del mediterraneo legata proprio alla concezione rosacrociana che dal primitivo ( l’uomo peloso come viene raffigurato Saturno) con l’evoluzione del tempo ha portato e avrebbe continuato a portare l’espansione non solo politica, ma anche  e sopratutto culturale di questa Repubblica che fu culla delle comunicazioni, della scienza, delle arti e del culto della giustizia!

La drammatica storia del cavaliere templare e la corte Morosina-

corte-morosina.JPGcorte-morosina-venezia.JPGsangiorgioinalga2.jpgIsola-San-Giorgio-in-Alga-2.jpgCorte Morosina: una corte dove sorge Palazzo Morosini, e che fa parte di un percorso che porta alla Corte del Milion ed alla casa di Marco Polo (ora attuale Teatro Malibran)…sembra conservare il dramma di un giovane Cavaliere templare che, al ritorno da una Crociata incontrò un erede dei Morosini.

Il cavaliere, orgoglioso ed ardimentoso, aveva nascosto nell’elsa della sua spada une reliquia , un pezzo del legno della Santissima Croce che voleva Corte_morosini_01-thumb.jpgla vera storia dei cavalieri templari.jpgportare al prevosto di Colonia, sua città natale.

Nella nave che li riportava in occidente  dalla terra santa egli strinse amicizia con il nobile veneziano Morosini,  ed al loro approdo a Venezia il Morosini invitò il cavaliere presso il suo palazzo per riposare prima di raggiungere la sua meta. Le fece così conoscere sua sorella, donna di grande bellezza, dolce ed affascinante. Ci volle poco perchè il cavaliere si corte-morosina-arco-bizantino.JPGinnamorasse di lei, ed a lei confidasse il suo segreto ed il suo orgoglio.

Ma un mattino , al risveglio, scoprì che il nobile era fuggito con quella che non era sua sorella ma la sua amante, portandosi via la reliquia. Il giovane impazzì quasi dal dolore e dalla delusione, e si racconta che ogni notte il giovane si aggirasse per quelle calli ed i campielli alla ricerca forsennata dei traditori e della reliquia che con tanto amore e non senza rischi aveva portato con sè, per donarla alla sua città.

Poi, un mattino, davanti all’arco del portale vennero ritrovati l’elmo, lo scudo, l’armatura vuota e la spada (senza elsa) dello sfortunato cavaliere templare, e da allora non si seppe più nulla di lui.

Se entrate in corte Morosina, sopra l’arco di ingresso potete osservare una patara corte-morosini-bas-relief-francesca-zambon.jpgraffigurante un elmo ed uno scudo…si dice  a ricordo del coraggioso cavaliere, così crudelmente tradito e scomparso misteriosamente!

Un simbolo delle varie, possibili vicende umane che hanno percorso nei hotel luna baglioni.pnghotel-luna-baglioni-venezia_large.jpgluna-hotel-baglioni-venezia_051120091430116341.jpgsecoli una città simbolo dell’incontro tra oriente ed occidente, porto sicuro per i cavalieri templari che, raggiunto il suo Porto,crearono una sede importante, come la scuola che divenne poi locanda della Luna, per diventare poi albergo baglioni, ed ora è uno dei più importanti hotel veneziani chiamato Hotel Luna Bagloni, e dopo aver custodito un tesoro (così si dice) nell’isola di S. Giorgio in Alga,  presero diverse strade per raggiungere i conventi da cui, come consacrati come corpo militare, erano legati dal giuramento d’onore.

 

 

Le ore ai tempi di Casanova: un metodo tutto veneziano di calcolare il tempo.

Giacomo Casanova 4.jpgJereome Laland.jpgBasta leggere attentamente l’autobiografia di Giacomo Casanova per scoprire usanze diverse da quelle attuali, ed alcune anche molto simili, ( la descrizione del letterato, imbroglione, mezzo stregone e anche istinitivamente medico, antesignano dell’uso dei preservativi che utilizzava all’epoca), per rendersi conto della differenza che fino alla fine del 1700 c’era nel calcolo e la denominazione delle ore a Venezia ed anche in Italia.

La testimonianza più sconosciuta ma curiosa si deve a Jerome Laland che nel suo “Vojage d’un francois en Italie (vol.7) (1755-1756) racconta dell’usanza di contare le ore in Italia, nonostante gli orologi, che probabilmente si lalande.jpgadeguavano a tali usanze, visto che consideravano  visibilmente dall’una alle ventitre, e trovò una logica in tutto questo poichè venivano considerate come ore valide alla società quelle che, grazie alla luce del sole, erano destinate al lavoro delle persone.. ore di luce, ore di lavoro,,e poi la notte, senza orari e senza limiti..per poi rinnovarsi i lividi bagliori  dell’alba.

orologio di Venezia.jpgIl segreto stava nel considerare da quando partiva l’una, e quando finivano le ventiquattrO: il concetto di orario veniva definito in base alle ore di luce, quando era possibile vedere, e lavorare. Dopo il tramonto del sole, da mezz’ora a quarantacinque minuti dopo , in base alle stagioni, calavano le tenebre: ed ecco che allora venne considerata l’ora zero da questi momenti, legati al tramonto, e conseguentemente al battere delle campane l’Ave Maria”.

Casanova 1.jpgCasanova.jpgtorre-orologio2.jpgPer cui, regolandoci a Venezia spesso il mezzogiorno odierno veniva considerato alle ore 19. Capitava che la mezzanotte veneziana veniva battuta alle nostre attuali 7,45. Ecco che allora l’ora zero cambiava  continuamente : a Gennaio veniva considerata alle 17 attuali, a Febbraio alle 17,45, a marzo alle 18,30, aD aPRILE ALLE 19,30, MAGGIO, 19,45. gIUGNO 20,15, luglio alle 20,17, AD Agosto 19,30, a Settembre 18,30. ottobre 18.50. novembre 16,50 e a Dicembre alle 16,45.

Poi, alla fine del 700 anche l’Italia e Venezia, nella fattispecie, si adeguarono ad un nuovo calcolo del tempo codificato, con ventiquattr’ore suddivise in dodici diurne e dodici notturne, denomonato sistema europeo.

Tanto c’è ancora da conoscere e da scoprire delle consuetudini e della cultura di questa meravigliosa città-Stato che, attraverso i suoi straordinari artisti, scrittori, poeti, musici ci ha lasciato una testimonianza della sua eclettica, unica e fantastica capacità di codificare e vivere la sua vitsa e quella dei suoi abitanti.

Il Palazzo degli eretici a Venezia: fucina delle scienze

Palazzo Ducale.jpgLa Venezia del seicento si trovava in politica internazionale a dover prendere gravi prese di posizione da altre potenze europee: innanzi tutto dallo Stato Pontificio, la Spagna e gli Asburgo che sentivano l’esigenza di estendersi verso il mare.

Il mito di Venezia, vista la spettacolarità delle sue cerimonie ( da riferirsi all’aspetto Bizantino della Repubblica)  affascinava le altre nazioni, tanto che lo scrittore francese Jean Bodin arrivò a scrivere: a Venezia, la douceur del libertè ….est plus grande…qu’en lieu du monde”.

San Lorenzo Giustiniani.jpgMa questo non poteva nascondere l’impegno spirituale e religioso che la Repubblica aveva espresso dai tempi ancora di San Lorenzo Giustiniani e Vincenzo Querini, e poi infine con Gaspare Contarini, il più fervido di tutti, nel primo cinquecento, verso una riforma cattolica poco prima della clamorosa rottura di Lutero.

La via di Lutero doveva portare alla scissione della Chiesa, quella di Contarini sboccò necessariamente nella riforma cattolica: Contarini era laico e per lui la riforma della chiesa  consisteva nel rinnovamento degli uomini secondo lo spirito della verità e di Grazia.

Paolo Sarpi.jpgdoge Nicolò Contarini.jpgL’episodio sorto per l’arresto di due sacerdoti macchiatisi di reati comuni portò all’interdetto della Repubblica di Venezia ed alla fiera protesta del doge Leonardo Donà, nella linea indicata con energia dal sacerdote Paolo Sarpi e costituì una miccia su una antica e latente condotta di tensione in campo politico tra lo Stato Pontificio e la Serenissima.

teatro anatomico.jpgFabrici d'Acquapendente.jpgLeonardo Donà.jpgEd in questa atmosfera e linea di pensiero, completamente laico, che si ritrovarono le migliori menti italiane: alcuni insegnanti presso l’Università di Padova, come Fabrici d’Acquapendente che fu uno dei pionieri dello Studio dell’Anatomia e che fece costruire il primo teatro anatomico, all’Università, ideato dallo stesso Paolo Sarpi, Galileo Galilei che per diciotto anni insegnò anch’egli a Padova (dal 1592 al 1610).

E nel Palazzo sul Canal Grande a San Luca Andrea e Nicolò Morosini crearono Palazzo Contarini Martinengo.jpgun luogo di incontro di primissimo piano: Palazzo Martinengo,ora Giovanni Fraqncesco Sagredo.jpgsede dell’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Venezia, in stretto rapporto con la cultura francese. Tra i frequentatori si contano Paolo Sarpi, Leonardo Donà, Nicolò Contarini, Giovanni Francesco Sagredo, uno degli interlocutori del Dialogo dei massimi sistemi di Galileo, che rappresentava ” Messer Buon Senso” e Galileo Galilei. In una sua lettera indirizzata al Granduca di Toscana Cosimo II, poco prima di diventare cieco, Galileo Galilei scrisse tra l’altro: ” siccome io son pieno d’infinito stupore, così infinitamente rendo grazie a Dio che si sia compiaciuto di far me solo per primo osserevatore di cosa così ammiranda ,a tutti i secoli occulta”.

Giordano Bruno.jpgGaspare Gozzi racconta che nel 1592 vi era capitato anche Giordano Bruno, ed egli non aveva certamente tralasciato di parlare dei fatti francesi per cui allora aveva vivo interesse°

° G. Gozzi ” il doge Nicolò Contarini” Venezia 1598: per un’ampia documentazione sulle riunioni accademiche di scienze e letteratura che si tenevano nell’ammezzato del Palazzo di Andrea Morosini, senatore della Repubblica e insigne storiografo, si veda l’articolo: Un ridotto scientifico di Venezia  al tempo di Galilo Galilei” di Antonio Favero all’archivio storico , Venezia 1898, pag. 189.

Nel processo per eresia svoltosi a Roma, Giordano Bruno ammise di aver partecipato alle riunioni culturali nella ” Casa di S.Luca sul Canal Grande di Andrea Morosini  e di aver “ragionato” su alcune librerie veneziane.

Gioedano Bruno 1.jpgA Venezia ebbe occasione di scrivere alcune sue opere, tra cui ” Le sette arti liberali ed inventive”.

libro di Galilei.jpgGalileo Galilei.jpgcannocchiale.jpgGCannocchiale di Galileo.jpgalilo Galilei ebbe l’opportunità di presentare il suo primo cannocchiale proprio sul Campanile di San Marco, a Venezia: egli presentò un ” nuovo artefizio di un occhiale canato, che permette di avvicinare gli oggetti, tanto  che ” quello che è distante nove miglia ci apparisse come se fosse lontano un miglio solo, cose che per ogni negozio ed impresa marittima, o terrestre, può essere di giovamento inestimabile; potendosi in mare a assai maggior lontananza del consueto scoprire legni, et vede dell’inimico, si che per due hore, et più di tempo possiamo prima scoprir lui, che egli scopra noi: (Archivio di Stato  giugno, luglio, agosto 1609.

 

 

 

La cappella di S. Marco a Venezia e la nascita del melodramma.

cappella a San Marco.jpgcantgori a San Marco.jpgNel 1500 il teatro, assieme all”architettura, la pittura e  la scultura, erano le arti più seguite ed amate a Venezia, alla quale, verso la fine del secolo si aggiunse anche la musica.

L’immagine del Giorgione suonatore di liuto nei concerti campestri  delle Veneri di Tiziano accanto alle melodie dell’organo restano emblemi della civiltà del Rinascimento a Venezia:il legame delle arti con la musica , nella composizione unitaria del melodramma, costituisce la sintesi Giovanni_Gabrieli.jpgGiorgione-tre-filosofi.jpgmusica.jpgdeterminante di tutto lo sviluppo del Rinascimento a Venezia: le arti figurative, la scenografia e la letteratura fatta sopratutto di immagini e di sentimenti, si trasformano d’incanto nell’unità suprema, inafferrabile e aerea della musica, nella tendenza sopratutto a trasfigurare la passione nell’esaltazione lirica più sognante che realistica, nella declamazione che si abbandona con piacere all’oinda del sentimento e delle tenerezze affettive.

La musica a Venezia aveva il proprio centro nella Basilica di San Marco : il servizio più curato e costoso per la basilica era quello della cappella ducale, ritenuta sempre il centro più importante artistico della Repubblica.

Angelo mnusicante di Giovanni Bellini.jpgangelo musicante.jpgI libri delle spese della basilica di S. Marco riportano delle cifre enormi per i maestri di cappella, per i cantori ed i suonatori di strumenti. Gli asrtisti che ne facevasno parte eerano alle dirette dipendenze dei tre più importnti procuratori  di S. Marco che avevano la responsabilità della Piazza e della Basilica, tanto più che il doge era las suprema autorità di questi luoghi che gli appartenevano di diritto.

La regolazione diretta del governo dogale  anche dello stesso servizio liturgico, diede alle composizioni sacre di S. Marco
una larga indipendenza di cui la Serenissima era gelosa e che era riconosciuta in parte anche da Roma.

La storia della musica nel contesto della storia della civiltà di Venezia e fu veramente importante e determinata dalla scuola marciana per la musica strumentale e per la creazione di un nuovo genere tanto fortunato a Venezia: il melodramma.

Giorgione-tre-filosofi.jpgsuonatrice.jpgLa presenza frequentissima degli angeli musicanti nella pittura veneziana su tavola e ad affresco dal trecento al quattrocento proviene dalla costante rappresentazione della musica in quest’epoca, essa viene intesa con un senso soave di magia e quindi per la sua dolcezza trasferita agli angeli, come qualcosa che non appartiene alla sfera terrestre ma la sfiora appena e ha il potere di avere un’immagine di quella celeste.

Quando la musica è investita dalla forza del pensiero umanistico , alla fine del quattrocento, s’avverte il trapasso anche in pittura:  “S. Agostino 1806-Giovanni_Bellini_-_Pala_di_St_Giobbe.jpgmusica 1.jpgnello studio” nella Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni , eseguito da Carpaccio nel 1502 è circondato da preziosi manoscritti miniati, dalle statue rinadscimentali e gli innumeerevoli oggetti che denunciano la disposizione della mente alla ricerca umanistica, ed ha i suoi piedi due partiture musicali, di cui una di carattere profano e l’altra di carattere sacro. Quella di carattere profano , che cominciava già a diffondersi nelle prime opere di stampa di Ottavio Petrucci, potrebbe coinsiderarsi una primizia del genere strumentale tipicamente veneziano.

musica 2.jpgmusica.jpgVittore_Carpaccio_Agostino-1024x677.gifArte, pittura e musica alla base della cultura del popolo veneziano e che ha permeato completamente la natura di questa città.

 

 

Venezia e il capolavoro dell’arte vetraria del Rinascimento: la coppa nuziale Barovier!

250px-Barovier.jpgcoppa nuziale Barovier.jpgTra i tesori più preziosi dell’arte vetraria del rinascimento spicca, ricoverata presso il Museo del Vetro a Murano la mitica ” Coppa Barovier”: frutto dell’inventiva, delle ricerche e dell’arte di un grande maestro di quest’arte: Angelo Barovier che la creò nel 1460 circa.

Discendente del mitico Jacobello Barovier, grande artigiano vetraio (1295), venne definito dal suo contemporaneo Ludovico Carbone: optimum artificem crystallinorum vasorum”, e a lui venne attribuita  l’invenzione de cosiddetto “cristallo veneziano” un vetro particolarmente pulito e trasparente, anche grazie ad una sua composizione di una pasta di vetro chiamata calcedonio.

img_stampafornace.jpgS. Giorgio MMaggiore.jpg1974-Chiesa_di_San_Giovanni_Elemosinario-Venice-Italy.jpgUomo intelligente e curioso assistette ( secondo le affermazioni di Padre Giovanni Antonio , monaco benedettino del Convento di S. Giorgio Maggiore) alle lezioni tenute al ginnasio realtino da Padre Paolo Godi, detto il Pergolano, pievano della chiesa di S. Giovanni Elemosinario e cultore dell’arte alchemica, e che la collaborazione dei due uomini avviò alla realizzazione di vetri colorati e della loro pittura a smalto “primus et autor et inventum colorum tam insignum ac varie conunistorium, quibus hodie quoque ac vitrearii artifices Muriani utuntur”.”

coppa nuziale la parte della fontana.jpgAltre ricerche, sempre collegate a questo argomento le svolse per la realizzazione di vetri colorati da finestra. Tra le sue innumerevoli cariche: Camerlengo della comunità di Murano, lettore apostolico e segretario papale , ed infine cancelliere del Patriarca di Venezia.

Figlio della antica arte “alchemica” che gli venne tramandata dai suoi avi, che dal centro di Venezia si ritirarono in un’isola come Murano sia per timore dei possibili incendi ( i tetti di paglia delle case e dei palazzi erano particolarmente soggetti a questi eventi), ma anche consci che così isolati avrebbero potuto conservare al meglio i preziosi segreti legati alla loro scienza e alle loro ricerche.

Questa persona strordinaria venne sepolta alla sua morte nella chiesa di Fondamenta della Fornace.jpgChiesa_di_Santo_Stefano_(front)_and_the_Chiesa_di_San_Pietro_Martire_(back)_Murano-Venice.jpgCoppa-Barovier.jpgSanto Stefano a Murano, anche se la sua tomba non c’è più visto che la chiesa è andata in parte distrutta, ma il ricordo di questo uomo speciale e la serie dei suoi capolavori rimane a testimonianza di un’arte delicata, particolare e, come già detto per la Coppa Nuziale, un pezzo raro e prezioso dell’arta vetrariA!!!

Dedico questo mio scritto alla mia fantastica mamma, pittrice per piacere ma disegnatrice di mappe per lavoro, che per prima mi fece conoscere questo gioiello d’arte, orgogliosa com’era di aver contribuito con le sue decorazioni in smalto a riprodurre poche e preziose riproduzioni, naturalmente legali della splendida coppa nuziale e di cui vogilo donare l’immagine . che resprime fascino ed un’intima sensualità…dolce, piccolina, elegantissima, a cui lego quella di mio padre,  Enrico, che insieme a lei formò una coppia veneziana legata alla cultura, (avevano l’abbonamento alla Fenice, e, senza che mi rendessi conto, egli mi fece amare e conoscere l’opera lirica e la musica classica in genere. !

Di loro sono fiera e mi piace condividere questo mio orgoglio, veneziana, figlia di veneziani….allevata ed istruita in questa cultura da una coppia incredibilmente affascinante!mammma.pngbabbo.png