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Un’invenzione tutta veneziana: la Cassa Peòta.

Ville-Venete-da-Stra-a-Malcontenta-la-Riviera-del-Brenta-andrea-palladio-tiepolo-mira-3-550x365.jpg1203601812villa-malcontena.jpgI nobili veneziani passavano normalmente le loro vacanze estive in ville che facevano costruire lungo il fiume Brenta, o lungo il fiume Sile, ( descritte sapidamente da Goldoni con commedie come “le smanie della villeggiatura”) e si alternavano in visite reciproche, chiacchierando, sparlando e amoreggiando!

Ma tutte le popolane veneziane cercavano di divagarsi, almeno un giorno una volta l’anno Carlo_Goldoni.jpgCampoielloi.jpgPeota%20nella%20regata%20del%201628.jpgcon gite n barche chiamate “peòte” che risalivano i fiumi, concedendo il divertimento di una gita in luoghi aperti e ricchi di verde…la campagna appunto: queste gite venivano chiamate “garanghelli”: il termine garanghello venne chiaramente spiegato proprio dal fantastico Carlo Goldoni attraverso Anzoleto, nel mitico Campiello: Ghe lo spiegherò mi: se fa un disnar: “uno se tol l’insulto de pagar e el se rimborsa dopo delle spese a vinti soldi o trenta soldi al mese.”

peota.jpgCerto erano donne che non avevano molti mezzi, per cui, per finanziare questi svaghi inventarono un sistema geniale e profiquo per poter risparmiare denaro: La cassa peòta. Era un’organizzazione in cui veniva designata una cassiera la quale versava una piccola somma  iniziale, veniva quindi stabilita una quota che le componenti della Cassa dovevano versare per formare il capitale iniziale di questa piccola “banca”.

Ogni socia era poi impegnata a chiedere un prestito dalla Cassa, restituibile in rate settimanali entro circa sei mesi, versando un piccolo interesse, fianziandosi così il sospirato “garanghello” o per utilizzare la cifra per spese impreviste o per piccole spese voluttuarie e contribuendo ad umentare il capitale della Cassa; qualora non avessero avuto disponibilità sufficiente di denaro per la rata, veniva pagata una piccola multa, per restituire quanto dovuto in seguito.

Campoielloi.jpgLe riunioni in cui venivano consegnate alla Cassiera le rate o le multe tutte le componenti della Società mangiavano e bevevano in compagnia. Alla fine dei sei mesi i  denari ricavati dagli interessi e dalle multe venivano spesi per gite o per pranzi gioiosi in cui tutte si divertivano, in attesa di riprendere questo ingegnoso sistema per finanziare svaghi o per affrontare momenti particolari di necessità.

Le Casse Peòte sono continuate per secoli e dimostrano l’inventiva, lo spirito pratico e le capacità manageriali dei veneziani,  specialmente delle donne che erano le vere amministratrici dei salari dei mariti e con loro volevano comunque godere dei piccoli piaceri della vita, donne consapevoli del proprio acume, allegre e fornite di inventiva e intelligenza!

 

 

Colori a Venezia

imagesCAD5I2S4.jpgTiontoretto.jpgTiziano.jpgGiorgione.jpgVenezia, nel 500 e nel 600 era una città tutta colorata ed affrescata esternamente. I pittori più famosi come Giorgione, Tiziano, Tintoretto e Paolo Caliari detto il Veronese avevano decorato e dipinto le facciate dei palazzi, le pareti, i portali delle chiese.

Fondaco 2.jpgInterno fondaco dei Tedeschi.jpgFondaco dei Tedeschi.jpgPurtroppo ora non è rimasto nulla di tutto questo, salvo alcune decorazioni nel fondaco dei Cà d'oro 1.jpgTedeschi (animali, angeli, colonne, teste, corpi e trofei) e del chiostro di S. Stefano, che sono ora ricoverate presso la Cà d’Oro.

Campo S. Stefano.jpgIl Campo S. Stefano era tutta una scenografia ripresa sulle facciate, tre dipinte dal Giorgione, Palazzo Loredan.jpgPPalazzo Barbaro.jpgbellavite .basso S. Maurizio.jpguna con gli affreschi del Tintoretto, il Palazzo Loredan dipinto  dal Salviati e Palazzo Barbaro Baffo decorato da Sante Zago e Palazzo Morosini dall’Allense..

Quei due secoli sono stati un brulicare di dipinti, di decorazioni, una Venezia appunto tutta colorata e scenografica.

casa del Giorgione.jpgIl primo a dipingere la propria casa a S. Silvestro fu il Giorgione, che poi decorò il Fondaco dei Tedeschi, nani-barbaro.jpglasciando una facciata al Tiziano che vi raffigurò la Giuditta e un compagno di Calza.

imagesCAZZ39IB.jpgPalazzo Soranzo.jpgPisani Gritti.jpgGiorgione si prodigò anche per il Pisani-Gritti ed il Soranzo, ma il primato di pittore più prolifico spetta al Tintoretto, che affrescò una dozzina tra case e palazzi: il più noto è il Palazzo Soranzo dell’Angelo, dove raffigurò una battaglia tra cavalieri.

Palazzo Erizzo.jpgPalazzo Cappello.jpgIL Pordenone affrescò invece il Chiostro di S, Stefano, con scene tratte dai due Testamenti, mentre il Veronese decorò Palazzo Erizzo, Bellavite, Cappello e Nani-Barbaro. Dei grandi murales antelitteram di cui ora, a quattrocento anni di distanza, si cerca di recuperare quel poco, anzi pochissimo che è rimasto.

Solo immaginare lo scintillio dei vari colori riflessi sul Canal Grande, le figure dipinte con maestria, tutto, in questa nostra città era motivo e forma d’arte: uno scenario straordinario di cui tutti i veneziani facevano parte, come i personaggi di un quadro di Canaletto, con la loro gioia di vivere, il loro entusiasmo e la loro capacità di creare un’unico, meraviglioso dipinto: qualcosa di questi colori è comunque rimasto, anche se i bagliori dell’acqua riflessa sui vetri molati, sulle decorazioni d’oro già da sole possono cambiare e rendere unica la luce che inonda questa straordinaria città – Repubblica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Venezia ed i suoi gondolieri!

i remeri.jpggondolieri.jpgDapprima definiti barcaioli quando la gondola divenne il mezzo di trasporto più usato dai ricchi e nobili veneziani,  venne coniato il termine “gondolieri”. Ogni famiglia aristocratica aveva fra i suoi dipendenti il “gondoliere de casàda”, che era ben pagato e che comunque era stabilmente a disposizione in ogni ora del giorno e della notte . Si prendeva cura della Remeri.jpgtraghetto 3.jpggondola, e conosceva segreti  ed incontri di ogni componente della famiglia, comprese le relazioni ed i vizi ( gli incontri romantici avvenivano spesso sotto il “felze” chiuso, con soltanto un lumicino a rischiarare gli amanti clandestini e i giocatori incalliti).

Altri gondolieri invece si dedicavano al traghetto, trasportando da una riva all’altra del “Canalazzo” mercanti ed avventori, artigiani e lavoratori.

S.Silvestro.jpgAlla-chiesa-di-San-Silvestro-Papa-a22869037.jpgBarcaioli e gondolieri si ritrovavano sotto ua medesima organizzazione, chiamata “Fraglia dei barcaioli” (fratellanza dei barcaioli), che era suddivisa al suo interno da varie faglie di traghetto, ed i loro rappresentanti venivano chiamati “gastaldi “, i quali dovevano tenere i conti della fratellanza e presentarli alle autorità, oltre a far rispettare le regole stesse della fraglia.

La Mariegola (insieme di regole che guidavano le confraternite di tutti i mestieri) definiva ad esempio le disposizioni per il soccorso ai gondolieri poveri o malati, le varie tariffe sui trasporti, o le disposizioni in materia di ordine pubblico.

canaletto 1.jpggondolieri.jpgLe fraglie avevano anche il compito di affittare i “posti barca” ai gondolieri, e per questo dovevano pagare una piccola tassa  allo Stato, chiamata “insensibile”, e contribuire alla manutenzione ed allo scavo dei canali; la categoria inoltre doveva garantire una sorta di “protezione civile”, ed alcuni dei suoi membri erano autorizzati a portare armi con licenza del Consiglio dei Dieci.

Vittore_Carpaccio_002.jpggondoliere.jpggondliere.jpgLa corporazione dei gondolieri aveva come Scuola la chiesa di S. Silvestro, sotto la protezione di S. Giovanni Battista, luogo di riunione per discutere delle tariffe, delle assunzioni e della vita sociale della categoria, ed il mestiere generalmente era trasmesso di padre in figlio.

Mestiere unico ed i suoi protagonisti immortalati da grandi pittori in una realtà che era ed è unica al mondo: uno Stato che ha fatto partecipe della propria vita e della propria crescita ogni persona ed ogni categoria, creando una coscienza civile che non è sicuramente comune in qualsiasi altro Stato nel mondo. Fantastica Serenissima!

 

Arlecchino, dalle origini ai mille colori del Carnevale a Venezia

Delle maschere più famose, proposte dal grande autore veneziano Carlo Godoni, figura Arlecchino: nato nel bergamasco e dipinto come un servitore sciocco, ma rivalutato proprio dal grandissimo commediografo veneziano che lo ripropose come figura sveglia, fuba, maliziosa e vincente: quasi diabilica ..legata quindi alla sua origine.

Arlecchino nasce dalla “contaminazione” dello Zanni maschera di origine bergamasca con l’antico demone ctonio (cioè demone riguardante la terra), poichè questo era il nome di questo demone. Nel XII secolo Orderico Vitale nella sua ” Historia Ecclesiastica” racconta dell’apparizione di una “familia Harlechini” cioè una processione di anime maschera di Zanni.jpgZanni (Harlequin).jpgzanni personaggio.jpgInferno%2022_139-140%20Alichino%20e%20Calcabrina.jpgmorte guidate da un demone gigantesco.

Dante Alighieri evoca l’Alichino nell’inferno della sua divina Commedia, il quale appare come capo di una schiatta diabolica.

La nera maschera stessa che Arlecchino porta sul volto conserva un ghigno demoniaco.Il nome stesso deriverebbe dal germanico Holie Honig (re dell’inferno), trasformato poi in Hellekin, quindi in Harlequin. In tutta l’Europa centro settentrionale c’era la credenza pagana che nel periodo invernale, in occasione di ricorrenze maschera di Arlecchino.jpgparticolari come la notte di Valpurga si svolgesse una caccia selvaggia composta di spiriti dannati.

Tristano Martinelli.jpgArlecchino 1.jpgArlecchino.jpgCol tempo l’aspetto e il significato demoniaco diventano sempre meno importanti, e Arlecchino diventa lo Zanni un pò imbranato, quasi suonato: Son Arlechin batòcio, orbo de na recia e sordo de un’ocio ” (batocio inteso come batacchio della campana), a volte furbo, a volte sciocco, come potevano essere i servi nelle commedie di Plauto.

Arlecchino approda quindi alla commedia dell’arte: il primo conosciuto fu Alberto Naselli, conosciuto come Zan Ganassa, nella seconda metà del 1500, seguì poi Tristano Martinelli, nel 1600, il cui ritratto nelle gallerie dell’Accademia di Venezia assomiglia in modo inquietante al grande commediografo ed attore Eduardo del Filippo.

Marcello Moretti arlecchino 1.jpgMarcello Moretti.jpgAltri Arlecchini importanti furono Dominique Biancolelli,Evaristo Gherardi, Carlo Bertinazzi, Tommaso Visentini, ed in seguito Antonio Sacco, che per primo recitò nelle commedie del Goldoni e poi in quelle di  Carlo Gozzi Gli ultimi grandi e famosi Arlecchini: Marcello Moretti e il grande Ferruccio Soleri.

Furbo, sempre affamato, un pò imbroglione, tuttofare, questa maschera carica di brio è uscito ormai dalla Commedia dell’Arte e sembra aver preso una vita tutta propria,  la capacità di esprimere l’arguzia, l’allegria, la trasgressione e, con il suo costume fatto di pezze colorate come le mille sfaccettature Arlecchino di Ferruccio Soleri.jpgFerruccio Soleri.jpgFerruccio Soleri Arlecchino.jpgSoleri.jpgdell’animo umano l’immagine stessa del Carnevale.

Dic 15, 2011 - Alchimia, Personaggi    6 Comments

Cabala e Armonia Cosmica di Francesco Zorzi a Venezia

memorie degli uomini illustri di Asolo.jpgGiorgio%20Francesco%20Girolamo%20Tiraboschi%20Storia_della_letteratura_italiana%20frontespizio.jpgTiraboschi.jpgFranciscus Georgius Venetus, così come viene definito dall’Abate Girolamo Tiraboschi (1731-1794) nella sua “Storia della letteratura Italiana” (1772 -1782), nacque nel 1460 a Venezia da nobile famiglia, e gli fu dato il nome Dardi, che egli, nel 1480 circa, diventando Frate Minorita cambiò in Francesco, e morì ad Asolo nel 1540 annoverato tra gli uomini più illustri della città nel, saggio di Pierantonio Trieste da Pellegrino.

Ermete.jpgPico dell Mirandola.jpgEstimatore e studioso dei concetti esoterici di Giovanni Pico della Mirandola, egli divenne, con l’aiuto di studiosi ebrei della Serenissima, uno dei più grandi cabalisti.

Scrisse infatti ” Harmonia Mundi totius cantica tria “(Venezia, 1525) dedicato a Papa Clemente VII; questo trattato che concilia le Sacre Scritture alle idee di Platone e la cabala ( proseguendo in questo caso proprio l’opera del Pico), venne ristampato diverse volte e tradotto in varie lingue.

cabalà.jpgNella sua seconda opera ” In scripturam sacram problemata” ( Venezia, 1536) de Armonia mundi.jpgGiorgio%20Francesco%20De%20Harmonia%20mundi%20totius%20Cantica%20tria.jpg195px-Clement_VII__Sebastiano_del_Piombo__c_1531_.jpgalbero della vita.jpgcabala.jpgtratta ancora di Cabala e cabala cristiana.jpgPlatonismo. Entrambi i libri vennero messi all’indice, proprio perchè la cabala venne spiegata da Pico e da Francesco come una fonte di speranza a cui attingere per decifrare i misteri del mondo, e nella quale Dio appare oscuro, in quanto apperentemenre irrangiugibile dalla ragione.

Ficino.jpgErmete Tr.jpgTrismegisto.jpgIl loro pensiero si riallaccia a quello di Marsilio Ficino, cercando però di riconciliare l’Aristotelismo ed il Platonismo in una sintesi superiore, con elementi culturali e religiosi, come ad esempio la tradizione misterica di Ermete Trismegisto e della cabala.

Nonostante la censura degli inquisitori al frate non venne fatto nulla, anzi il Doge doge Andrea Gritti.jpgSanspvino.jpgAndrea Gritti lo incaricò di affiancare Jacopo Sansovino nell’ampliamento della Chiesa di S. Francesco della Vigna, che divenne in seguito una delle più importanti di Venezia.

L’origine della Chiesa nasce da un ospizio che i Francescani avevano in uso in prossimità di una vigna del Nobile Marco Ziani. Nel 1300 i monaci edificarono anche un convento e poi una chiesa di stile gotico che in seguito venne ampliata progressivamente nei due secoli successivi.

S. Francesco.jpg1.jpgS. Francesco della Vigna.jpgNel 1543 iniziarono i lavori di ampliamento, e ad Andrea Palladio venne affidata la ricostruzione della facciata.

Francesco Zorzi, così poi venne chiamato, si basò sulla cabala per arrivare all’estrema armonia: “Quello che si fa in quella Chiesa si fa con buone ragioni ” così scrisse il cabalista nel Memoriale con cui tutti i protagonisti di questa impresa (Doge compreso) dovettero confrontarsi.

Per la Chiesa vennero quindi rispettate le misure della Divina Sapienza, cioè il 3, il numero  primo e divino, il quadrato del 3, e il 27, il cubo del ternario: Questi numeri vennero scelti Palladio.jpgrispettivamente per la larghezza e la lunghezza della navata, così da ottenere una proporzione tripla col corpo della Chiesa.

Vigna 2.jpgpianta di S. Francesco della Vigna.jpgConcetti architettonici ed esoterici modellano ogni singolo volume ed elemento, fissando le proprozioni dell’edificio in rapporto con quelle del corpo umano, inseguendo le curve delle note musicali, fino a raggiungere un’armonia architettonica che fosse la perfetta riproduzione dell’armonia cosmica.

 

Le prime camere oscure a Venezia e i vedutisti: meraviglioso Canaletto

Carlevaris.jpgNel 1700 nasce a Venezia, legata all'”epoca dei lumi” una modifica sostanziale della pittura: la veduta. Fra i vari indirizzi della pittura veneziana del 700  nasce dal proposito di un’osservazione più intima ed immediata della realtà, e per primo Luca Carlevaris (1663-1729) fece uso della “camera oscura”.

Carlevaris, ritenuto insigne matematico  “mathematicae cultor egregius”nel suo ardore scientifico di ricerca.

La camera oscura era un apparecchio molto carlevaris-carlevarijs-luca-ca-le-fabricche-e-vedute-di-venez-1885493.jpg02-01_camera2.jpgrudimentale eseguito sui principi di quella che sarebbe stata in futuro la macchina fotografica, per ottenere mediante un gioco di specchi la visione prospettica il più possibilmente esatta.

La “veduta” del settecento nasce dall’antica predilezione del paesaggio che è costante lungo tutto il corso della pittura veneta; basta pensare alla Madonna di Giovanni Bellini , di Giorgione o di Tiziano senza un particolare camera oscura.giftaglio paesistico, che conserva dei precisi caratteri nell’incontro tra figura e ambiente naturale . In questa concezione tipica dell’epoca rinascimentale e barocca la figura umana è predominante, mentre il paesaggio assume il valore di una partecipazione corale della natura al significato umano e religioso dell’intera visione del quadro.

La “veduta” nasce come documento della realtà e cerca di cogliere una Carlevaris.jpgcarlevaris-carlevarijs-luca-ca-venice-a-view-of-the-molo-with-1144144-500-500-1144144.jpgillimitata profondità panoramica suggerita dalla illusione ottica della prospettiva, mentre la stessa figura umana è assorbita e diventa un modulo di misura della vastità spaziale ( P. Zampetti : i vedutisti veneziani nel 700″, catalogo della mostra a Venezia nel 1967).

Nel 1703 Luca Carlevaris pubblica un bel volume di centoquattro incisioni all’acquaforte di vedute veneziane : “Fabbriche veneziane ” che costituiscono 1586-piazza-san-marco-with-jugglers-luca-carlevaris.jpgMarco °ricci 1.jpgun documento prezioso per la città e per la storia della pittura veneziana del settecento. Il paesaggio di Venezia si presenta sotto angoli visuali diversi come pagine di un lungo racconto in cui partecipano le feste, i ricevimenti , le regatr, le partenze e gli arrivi del Bucintoro nel bacino di S. Marco.

Di poco posteriore è il bellunese Marco Ricci (1676-1730) nipote di Sebastiano Ricci. Qui al paesaggio Marco ricci.jpgMarco ricci 1.jpgsi aggiungre la passione per le antichità romane e le memorie che esse suscitano attraverso i monumenti. Le rovine classiche appaiono assieme al paesaggio in un’unità tra uomo ed evocazione della storia, frammenti palpitanti di vita inseriti nella natura.

Ma il vedutista simbolo di Venezia è Antonio Canaletto, che nasce nel 1697, soggiorna a Roma tra il 1719 e il 1720, poi dipinge le prime canaletto 1.jpgvedute che vanno moltiplicandosi per ordinazioni del console inglese Joseph Smith, e personaggi della nobiltà inglese. Dal 1740 al 1744 esegue le celebri incisioni, dal 1746 al 1753 soggiorna a lungo in Inghilterra, dove i suoi quadri ottengono grasnde successo.

Dal 1753 al 1768, anno della sua morte, risiede a Venezia ed è proprio durante quest’epoca che le sue vedute sono riprese da Francesco Guardi.

“Quanto al Canaletto”, scrisse Charles de Brosses nelle Lettere Familiari del 1739,” la sua specialità è di Canaletto 4.jpgCanaletto,_San_Cristoforo,_San_Michele_and_Murano.jpgdipingere le vedute di Venezia, e in questo genere supera supera tutto ciò che è mai esistito. La sua maniera è luminosa, gaia, viva, trasparente e mirabilmente minuziosa.”

La sua opera va osservata tutta insieme, pittura, disegno, incisione, per intendere la varietà e l’unità dei motivi, di tecniche, di esperienze che gradualmente e con sorprendente sicurezza conducono l’artista a questa nitidezza di visione così assoluta, specie CANALETTO.jpgCanaletto_(1697-1768),_Venezia,_campo_Santi_Giovanni_e_Paolo,_1741.jpgper quella felicità solare che egli sa dare alla veduta nelle angolature più diverse.

Venezia, nella tavolozza di Canaletto assume un aspetto ideale, illuminata da una luce tersa, lucida e penetrante in un’astmosfera che sembra purificata da una potenza nascosta che ha illimpidito ogni cosa, rese più espressive e ancor più incidenti le ombre , più largo e dispiegato l’arco del cielo.

canaletto_bucintoro.jpgPassano sotto i nostri occhi le sue immagini della laguna, di S. Marco, della riva degli Schiavoni, di S. Giorgio, del Canal Grande, della Salute, del Palazzo ducale, campi, palazzi, chiese, feste, regate, mercantili, botteghe, tutto immerso in questa incantata luce.

Nel 1700 nasce a Venezia, legata all'”epoca dei lumi” una modifica sostanziale della pittura: la veduta. Fra i vari indirizzi della pittura veneziana del 700  nasce dal proposito di un’osservazione più intima ed immediata della realtà, e per primo Luca Carlevaris (1663-1729) fece uso della “camera oscura”.

Carlevaris, ritenuto insigne matematico  “mathematicae cultor egregius”nel suo ardore scientifico di ricerca.

La camera oscura era un apparecchio molto rudimentale eseguito sui principi di quella che sarebbe stata in futuro la macchina fotografica, per ottenere mediante un gioco di specchi la visione prospettica il più possibilmente esatta.

canaletto-regatta.jpgLa “veduta” del settecento nasce dall’antica predilezione del paesaggio che è costante lungo tutto il corso della pittura veneta; basta pensare alla Madonna di Giovanni Bellini , di Giorgione o di Tiziano senza un particolare taglio paesistico, che conserva dei precisi caratteri nell’incontro tra figura e ambiente naturale . In questa concezione tipica dell’epoca rinascimentale e barocca la figura umana è predominante, mentre il paesaggio assume il valore di una partecipazione corale della natura al significato umano e religioso dell’intera visione del quadro.

La “veduta” nasce come documento della realtà e cerca di cogliere una illimitata profondità panoramica suggerita dalla illusione ottica della prospettiva, mentre la stessa figura umana è assorbita e diventa un modulo di misura della vastità spaziale ( P. Zampetti : i vedutisti veneziani nel 700″, catalogo della mostra a Venezia nel 1967).

carlevaris-carlevarijs-luca-ca-le-fabbriche-e-vedute-di-venez-1765357-500-500-1765357.jpgNel 1703 Luca Carlevaris pubblica un bel volume di centoquattro incisioni all’acquaforte di vedute veneziane : “Fabbriche veneziane ” che costituiscono un documento prezioso per la città e per la storia della pittura veneziana del settecento. Il paesaggio di Venezia si presenta sotto angoli visuali diversi come pagine di un lungo racconto in cui partecipano le feste, i ricevimenti , le regatr, le partenze e gli arrivi del Bucintoro nel bacino di S. Marco.

Di poco posteriore è il bellunese Marco Ricci (1676-1730) nipote di Sebastiano Ricci. Qui al paesaggio si aggiungre la passione per le antichità romane e le memorie che esse suscitano attraverso i monumenti. Le rovine classiche appaiono assieme al paesaggio in un’unità tra uomo ed evocazione della storia, frammenti palpitanti di vita inseriti nella natura.

Guardi.jpgMa il vedutista simbolo di Venezia è Antonio Canaletto, che nasce nel 1697, soggiorna a Roma tra il 1719 e il 1720, poi dipinge le prime vedute che vanno moltiplicandosi per ordinazioni del console inglese Joseph Smith, e personaggi della nobiltà inglese. Dal 1740 al 1744 esegue le celebri incisioni, dal 1746 al 1753 soggiorna a lungo in Inghilterra, dove i suoi quadri ottengono grasnde successo.

Dal 1753 al 1768, anno della sua morte, risiede a Venezia ed è proprio durante quest’epoca che le sue vedute sono riprese da Francesco Guardi.

Charles_de_Brosses_Comte_de_Tournai_et_de_Montfaucon_by_Charles-Nicolas_Cochin.jpg“Quanto al Canaletto”, scrisse Charles de Brosses nelle Lettere Familiari del 1739,” la sua specialità è di dipingere le vedute di Venezia, e in questo genere supera supera tutto ciò che è mai esistito. La sua maniera è luminosa, gaia, viva, trasparente e mirabilmente minuziosa.”

La sua opera va osservata tutta insieme, pittura, disegno, incisione, per intendere la varietà e l’unità dei motivi, di tecniche, di esperienze che gradualmente e con sorprendente sicurezza conducono l’artista a questa nitidezza di visione così assoluta, specie per quella felicità solare che egli sa dare alla veduta nelle angolature più diverse.

Venezia, nella tavolozza di Canaletto assume un aspetto ideale, illuminata da una luce tersa, lucida e penetrante in un’astmosfera che sembra purificata da una potenza nascosta che ha illimpidito ogni cosa, rese più espressive e ancor più incidenti le ombre , più largo e dispiegato l’arco del cielo.

canaletyto 1.jpgPassano sotto i nostri occhi le sue immagini della laguna, di S. Marco, della riva degli Schiavoni, di S. Giorgio, del Canal Grande, della Salute, del Palazzo ducale, campi, palazzi, chiese, feste, regate, mercantili, botteghe, tutto immerso in questa incantata luce.

 

I cicisbei veneziani, e l’amore a Venezia nel 700

Cicisbeo di Longhi.jpgI cicisbei o Cavalieri Serventi furono un fenomeno soprattutto italiano, molto criticato dagli stranieri, tra i quali Montasquieu , che visitando l’Italia nel 1728 ebbe a scrivere: ” non vi ho parlato dei cicisbei, è la cosa più ridicola che un  popolo stupido abbia potuto inventare; sono degli innamorati senza speranza, delle vittime che sacrificano la loro libertà alla dama che hanno scelto”.

Dall’alto della sua tracotanza Montasqiueu non aveva capito nulla del ruolo dei cicisbei, almeno nella Venezia tra il 1600 e oltre il 1700.

Non aveva capito, il grande pensatore, la funzione e le opportunità di cui poteva avvalersi il Cavalier servente stesso, la dama ed il suo legittimo marito, anche se il Goldoni, specialmente nella sua “Bottega dell’antiquario” ironizza su questa figura.

Damina_e_Cicisbeo.jpgNato come cavaliere  in grado di proteggere una donna nelle sue uscite il cicisbeo era un figlio della Nobiltà ed Aristocrazia Veneziana, ma figlio cadetto, per cui l’opportunità di far parte della Società, anche senza possedere denaro (l’eredità andava tutta al primogenito), era legata alla frequentazione con tale ambiente che poteva assicurargli una futura sistemazione.

PoussinArcadia.jpgL’accompagnatore veniva scelto in una cerchia di parenti od amici di pari censo, ed il suo nome veniva spesso indicato sul contratto di matrimonio. Il suo compito era quello di seguire la sua dama fin dal mattino, presenziando alla sua toletta del mattino, accompagnandola a passeggiare, trattenerla con la recita di versi o di musica. Spesso tali versi erano tratti dalla letteratura Italiana legata all’Arcadia: secondo la mitologia greca l’Arcadia del Peloponneso era un possedimento di Pan, la deserta e vergine casa del dio della foresta e la sua corte di Driadi, ninfe e spiriti della natura. Viene spesso identificata come un paradiso terrestre abitato solo da entità sovrannaturali, per cui immortali.

Il cicisbeo di Pietro Longhi.jpgIl Cicisebo di Pietro Longhi.jpgCasanova, nella sua autobiografia accenna spesso a recite di brani di autori come Gian Vincenzo Gravina, Francesco Petrarca e Pietro Metastasio (pseudonimo grecizzato di Pietro Trapassi), recite che si svolgevano come interludi di amplessi con donne colte e letterate.

A tavola il Cicisbeo sedeva accanto alla sua dama, le tagliava la carne, o la sera la accompagnava al tavolo da gioco.

In questa relazione tra dama e cicisbeo, apparentemente, non poteva esistere l’amore o altro, ma una galanteria ed una cura continua di un uomo che (secondo le vecchie consuetudini degli antichi cavalieri) porgeva alla dama del suo cuore…nulla più; qui di seguito trascrivo le indicazioni di comportamento del cicisbeo:

“A’ verso miei l’orecchio, et odi di quale cura al mattino tu debbi aver di lei, che spontanea o pagata a te donossi: Per sua donna qual di lieto che a parole certe, non sente testimoni, furono a vicende connesi i patti santi, e le condizioni di caro nodo”.

Giacomo Casanova.jpgNaturalmente, considerato che diversi matrimoni venivano combinati, non è da escludere che la dama ed il cicisebo intrecciassero una relazione d’amore tra loro, con il silenzioso beneplacito del marito, che aveva via libera per intrecciare altre relazioni: comunque sia, rimaneva salda l’integrità del matrimonio e soprattutto delle proprietà familiari.

Tra i cicisbei una buona parte furono abati (anche Giacomo Casanova, nella sua prima giovinezza divenne abate), ed alcuni di loro , per alleviare la noia degli obblighi monastici, si interessarono ad alcune monache.

Nei monasteri benedettini, specialmente, dove le figlie di famiglie nobili erano destinate ai voti, si svilupparono relazioni con abati e anche con persone esterne. Infatti, dalla descrizione di uno di questi monasteri lasciataci dall’abate guardi_parlatorio1.jpgPizzicchi,parlando del monastero benedettino ebbe a dire: “esse vestono leggiadrissime vesti, con abito bianco alla francese, il busto di bisso a piegoline, velo piccolo cinge loro la fronte, sotto il quale escono i capelli, arricciati e mirabilmente accomodati; seno mezzo scoperto e tutte insieme abiti da ninfa che da suora”.

Rievocando sempre Giacomo Casanova, nota fu la sua relazione con la famosa MM, suora del convento di Murano. Destini tristi di persone che non avevano alcuna intenzione di vestire abiti talari e monacali, la laicità stessa di Venezia, l’atmosfera che in questa città è sempre stata unica, magari vittima qualche volta di alcune ipocrisie, ma città viva, con persone vive…che consumavano i loro amori  tra i Palazzi e le gondole coperte dal loro felze, portando avanti una gioia di vivere, inizio, purtroppo della decadenza!!

 

 

Alessandro Leopardo e il cavallo di Bartolomeo Colleoni

Corte del Cavallo.jpgsan_marco--190x130.jpgVicino alla chiesa della Madonna dell’orto si può accedere alla Corte del Cavallo: il suo nome si deve al ricordo del luogo in cui un fantastico artista Alessandro Leopardo ( o Leopardi), realzzò e fuse il  maestoso cavallo del monumento dedicato a Bartolomeo Colleoni, monumento collocato davanti alla chiesa dei SS., Giovanni e Paolo, e che per la figura del Capitano di Ventura venne chiamato Andrea del Verrocchio.

Ma non da meno fu l’artista Leopardo che a Venezia ha donato la realizzazione dei pennoni che in Piazzetta S. Marco , realizzati proprio al bacino di S. Marco, caqvallo di colleoni.jpgcavallo e colleoni.jpgreggonoi le bandiere di Venezia.

Monumento al Colleoni.jpg

Egli collaborò anche alla realizzazione della tomba del Cardinal Zeno a S. Marco. Artista forte, prorompente, amato ed apprezzato ma poco ricordato dai libri d’arte. A Venzia invece è ricordato come Alessandro del Cavallo.

Colleoni.jpgil cavallo del momunemto alk §Colleoni.jpgAlessandro Leopardo, un brande artista che, se non troppo ricordato nelle guide turistiche o nei libri d’arte rimane sempre nel cuore e nella cultura dei veneziani: un tesoro artistico  che anche chi non ha avuto  l’opportunità di studiare vive e riesce a convivere quasi come un esperto ed amante d’arte con un dna tutto particolare: i veneziani hanno creato Venezia, e se Venezia è questa meravigliosa miniera di realizzazioni artistiche tutto il merito va agli artisti ma anche alla gente semplice ed agli artigiani.

 

Il pan de Megio e il doge Megioto a Venezia

Fondamenta del Megio con fondaco.jpgFontego del Megio.jpgIl sestiere di S. Croce conserva tra i suoi edifici il fontego del megio: era una magazzino costruito nel 1300 con approdo adiacente al Fondaco dei Turchi. Questo magazziono era destinato inizialmente allo stoccaggio del grano, ma in seguito vennero conservati anche cereali di meno valore destinati a riserva in caso di carestie, proprio per il pericolo delle truppe turche, tra cui il miglio (megio in veneziano).

A stivarlo nel fondaco ci pensò il Doge Pietro Loredan, uomo giusto,  giunto anziano al dogado, e persona di per sè semplice e pragmatica. Nel 1570 i Turchi Doge Pietro Loredan.jpgCalle del Megio.jpgarrivarono fino alle porte di Treviso, ed allora il Doge decise che per l’uso comune del popolo si dovesse confezionare pane di miglio.

miglio.gifpane di miglio 1.jpgLe restrizioni di questo tipo colpirono proprio la fascia più povera della popolazione che affibbiò l’appellativo di Doge paner di miglio.jpgMegioto al Loredan, il quale non visse certo a lungo. Morì infatti quello stesso anno, ed allora il popolo imventò un detto: “El Dose del Megioto che fa vendere el pan de megio ai pistori (panettieri) xe morto. Viva San Marco e la Signoria, xe morto el Dose de la carestia”.

Così la povera gente riuscì ad esorcizzare la paura dei Turchi, e a mangiare pane più buono: i veneziani ironici, sempre di buon umore e con la voglia di guardare avanti, scherzando anche sugli eventi più seri, e la storia dette loro battaglia di Lepanto 2.jpglepanto-1571.jpgragione: il 7 ottobre 1571 sconfissero i Turchi nella battaglia di Lepanto: il più grande vanto della Serenissima!

Carlo Goldoni: il narratore dello spirito veneziano

Carlo Goldoni.jpgIl più grande narratore ed interprete della Venezia del 700 nacque nella Serenissima il 25 febbraio  del 1707, e morì a Parigi il 6 Febbraio 1793.
Figlio di Giulio Goldoni e di Margherita Salvioni andò a vivere a Perugia dove il padre faceva il medico e studiò Filosofia a Rimini.

Scelse di laurearsi a Padova in Legge a causa dell’improvvisa morte del padre, quindi tornò a Venezia, intraprendendo la carriera forense.

Nel 1734 incontrò a Verona il Capocomico Giuseppe Imer, e, attratto com’era dal Teatro, ottenne dal ” San Samuele” di Venezia di scrivere i testi per il Teatro della famiglia Grimaldi. Stando a seguito della Compagnia della Commedia dell’Arte incontrò Nicoletta Conio, e la sposò.

Commedia di Carlo Goldoni.jpg225px-Casa_Goldoni.jpgE qui ebbe inizio la sua avventura di narratore di Venezia, della venezianità, del sapido gusto per la battuta pronta, della valorizzazione della donna che nella Repubblica era rispettata e tenuta in considerazione.

La prima commedia che scrisse per il Teatro San Samuele fu il Momolo Cortesan, a cui fece seguito ” La donna di Garbo”.Dopo l’abbandono della città  per via dei debiti che aveva accumulato, potè rientrare nel 1748, ed iniziò a scrivere commedie come; L’uomo prudente, la  Vedova Scaltra, La putta onorata, La buona moglie, La famiglia dell’antiquario ecc.

Ebbe modo di realizzare diverse Commedie per i Teatro Comico come: La Bottega del Caffè, ed altre. Non voglio fare un elenco di titoli, enorme e ricco, ma volevo soffermarmi sulla sua capacità di descrivere la realtà di una Venezia e dei veneziani, scritta con il linguaggio che i La Bottega del Caffè.jpgIl Campiello.jpgLe Baruffe Chiozzotte.jpgveneziani usavano tutti i giorni, e di utilizzare varie situazioni che si potevano riscontrare quotidianamente: meravigliose la sua “Bottega del Caffè”, il ” Campiello” le Baruffe Chiozzotte, scritte nel periodo in cui ha vissuto a Chioggia,” Una delle ultime sere di Carnevale”  ma in assoluto il suo descrivere la donna veneziana, il suo “morbin”, cioè quella vivacità di rispondere battuta a battuta, di sapersi destreggiare con le avances degli uomini, non facendo le bacchettone, ma districandosi con tatto, vivacità ed allegria, dando all’uomo stesso la sensazione di essere comunque conquistato e gradito: ” e lor Signori ancora profittino di quanto hanno veduto in vantaggio e sicurezza del loro cuore, e quando mai si trovassero in occasione di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della “Locandiera”, queste sono La locandiera.jpgle parole di Mirandolina, la protagonista di questo capolavoro.

200px-Baldassare_Galuppi_Memorial.jpg300px-Chioggia-Casa_Goldoni-DSCF0140.jpgNelle sue commedie furono utilizzati i personaggi della Commedia dell’Arte, ma non come improvvisatori (come Antonio Sacchi, che nell’Arlecchino, servitore di due padroni intepreta Truffaldino) ma gli attori iniziarono allora a seguire un testo, una trama ben precisa.

Le sue maschere preferite furono Pantalon de Bisognosi, Arlecchino e Brighella, che esprimevano proprio le varie sfaccettature dei personaggi che vivevano a Venezia, e che ne formavano il tessuto sociale.

Triologia della Villeggiatura.jpgSior Todero Brontolon.jpgGoldoni si espresse anche come librettista per opere serie, Come “Gustavo I° Re di Svezia, musicata da Galuppi, allievo di Benedetto Marcello e nato a Burano nel 1706, ed altre, mentre molte furono le opere giocose, sempre musicate dal Galuppi, come ” Il mondo alla roversa ossia Le donne che comandano” o il Paese della Cuccanga. Tra Galuppi ed altri musicisti scrisse circa 45 libretti di opere giocose, e quattro di opere drammatiche.

Da non dimenticare la triologia della Villeggiatura, gustosa e sapida “testimonianza” dei personaggi veneziani nelle ville della Riviera del Brenta.

carlo gozzi.jpgIl suo nemico feroce ed estremamente critico fu Carlo Gozzi, che lo accusava di volgarizzare e di distorcere la realtà veneziana, ma i veneziani, in cuor loro, sapevano e sanno benissimo che questo testimone, narratore..ironico, divertente ha colto l’anima di quella città e di quell’epoca, che comunque per alcuni versi rimane tale e quale ancor oggi…ad esempio LE DONNE VENEZIANE.

monumento a Carlo Goldoni 1.jpgmonumento a Carlo Goldoni.jpgDall’alto della sua statua, in Campo San Bartolomio, egli sorride a  coloro che  passano, magari con un colombo sul tricorno, ed ogni veneziano che passa li sotto, in cuor suo, gli sorride complice e gli strizza l’occhio!”