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La leggenda dell’usuraio e la sua anima fiammeggiante a Venezia

Fondamenta Antonio Canal.jpgUna piccola storia,ma che fa parte delle leggende di Venezia: Bartolomeo Zenni era un vecchio usuraio che viveva in fondamenta Canal a Cannaregio. La notte del 13 Maggio 1437, durante un furioso incendio (uno dei tanti che tormentò Venezia) egli cercò di salvarsi, recando con sè una pesante borsa carica d’oro e gioielli: tutti gli averi che l’usuraio si era procurato lucrando sulle persone in necessità.

Tutta la zona era in fermento, e Bartolomeo venne chiamato in aiuto dai vicini per salvare i propri figli, ma invece di accorrere in soccorso dei bambini preferì cercare di mettere in salvo i suoi averi.

Ma il sacco era talmente pesante che non riusciva a sollevarlo, e fu costretto a trascinarlo fino al vicino Canale, per salvarsi dalle fiamme: ma il sacco cadde in acqua e con esso lo stesso Zenni: entrambi scomparsero nelle acque.

Dopo qualche giorno i superstiti videro l’usuraio che trascinava il suo prezioso e pesantissimo carico : egli repirava a malapena e chiedeva a chiunque di dargli una mano per portare con lui l’oneroso fardello: alcuni lo evitarono, altri si allontanarono, e solo quelli che pensarono di dargli comunque, per pietà e carità, una mano, fuggirono alla vista  di quel corpo che mentre camminava bruciava.

Campo dell'Abazia.jpgCampo S. Fosca.jpgChiesa di Santa Fosca.jpgSi narra che l’anima di Bartolomeo Zenni finirà di bruciare e sarà liberata soltanto quando qualcuno lo aiuterà a portare il sacco pieno dei suoi preziosi, sul percorso che va dal Campo dell’Abazia alla Chiesa di S. Fosca, per donare tutti i suoi averi ai poveri!

Chiunque di notte si trovi a passeggiare in quella zona, e incontri un’anima disperata e in preda alla fiamme potrà capire e decidere se porre fine a quel tormento, o lasciare per secoli che lo Zenni paghi la sua colpa!

La commovente e taumaturgica Madonna dell’Orto a Venezia: tra misticismo ed arte!

Chiesa della Madonna dell'orto.jpgNel magico luogo della Misericordia a Venezia, oltre che alla Vergine arrivata da Rimini, in barca, vi è un’altra statua taumaturgica, e famosa per i veneziani: la mitica Madonna dell’Orto.

Nel 1355 fra Tiberio da Parma, generale dell’ordine degli Umiliati fece costruire una chiesa, dedicata a S. Cristoforo martire. Nel frattempo, nel 1377 allo scultore Giovanni de Santi, facente parte della parrocchia di Santa Margherita, venne commissionata una statua raffigurante la Vergine con il Bambino dal Parroco di Santa Maria Formosa.

Lo scultore lavorò una pietra tenera, e ne trasse un’immagine molto delicata ma semplice, ed il committente la rifiutò. Fu stemma_Umiliati.gifmadonna_miracolosa.jpgcosì che il De Santi decise di mettere la statua nel suo giardino.

Poco dopo, ogni notte prima la moglie dell’autore, poi anche gli altri abitanti li vicino si resero conto che l’immagine emanava strani bagliori: naturalmente tutti accorsero per richiedere grazie e miracoli, e così avvenne: la Statua si era dimostrata miracolosa, e per richiesta popolare il vescovo decise che il De Santi avrebbe dovuto cedere l’immagine miracolosa ai frati della Chiesa di San Cristoforo, che l’acquistarono per centocinquanta ducati d’oro, offerti dai confratelli della Scuola.

Nel 1414 il Consiglio dei Dieci concesse alla Chiesa di San Cristoforo, l’uso, ormai comune , della dedica alla Madonna dell’Orto.

Attualmente questa semplice e commovente statua si trova a fianco dell’altare della Cappella di San Mauro, dove è conservato il SS. Sacramento.

interno 2.jpgAll’ingresso della cappella, sull’architrave della porta è esposta una piccola Madonna col Bambino, autore sempre il De Santi: il Bambino reca un cartiglio con la scritta:” Abie in mente fra de dir ognio di una mesa per lanema de quelo che mese mia mar equa”, una esortazione ai frati di ricordarsi con una messa dello scultore che li è stato sepolto, oltre che a Tiberio da Palma.

S. Lorenzo Giustiniani di Gentile Bellini.jpgDopo gli umiliati, nel 1461, subentrarono alla guida della Chiesa i Canonici Regolari di San Giorgio in Alga ( isola dove si dice che sia conservata una parte del tesoro dei Templari), di cui faceva parte San Lorenzo Giustiniani, che divenne il primo patriarca di Venezia nel 1451.

Nel 1483 fu collocato il portale opera di Bartolomeo Bon e nel 1503 il Campanile, unico nel suo genere, Madonna dell'Orto.jpgsormontato dalle Statue del Redentore e dei quattro Evangelisti, opera di Pietro Lombardo.

interno Madonna dell'Orto.jpgIl Tintoretto, che abitava poco distante dalla Chiesa, dette il suo contributo con dieci opere, e, alla sua morte, venne qui sepolto.

Nel 1622 il Patriarca Tiepolo commissionò il ciclo raffigurante i Santi e Beati veneziani, unica raccolta iconografica di questo tipo.

Nel 1668 ai Canonici vennero sostiutiti i Cistercensi di Torcello, e tintoretto_self.jpgVerrocchio-Madonna.jpgquando anche questo ordine venne allontanato la Canonica venne affidata al Clero secolare divenendo rettoria della Parrocchia di San Marziale Vescovo.

Attualmente, oltre che la Chiesa, di tutto quello che fu l’edificio del Monastero rimanse il meraviglioso Chiostro formato da tre lati, costutuiti da dieci arcate sui lati lunghi e nove su quello corto, ritmati da 26 colonnine di pietra d’Istria e in marmo di Verona la cui base è analoga alla lavorazione delle dieci colonne che fomano la navata della Chiesa.

Misteri della fede, strane statue, due Madonne miracolose a poca distanza, anzi, nella stessa Parrocchia, bellezze architettoniche…per chi ha voglia di vedere, di bearsi gli occhi e l’anima: ecco un’altra meta legata al misticismo ed alla bellezza dell’arte: misticismo, arte….sono elementi elevati e meravigliosi dello spirito umano.

Doge Pietro II Orseolo e l’inizio dello “Stato de Mar” – Venezia, Regina dell’Adriatico

150px-Doge_Pietro_OrseoloII.pngAlla fine del decimo secolo Venezia cominciò a perseguire una via espansionistica legata all’Adriatico. Questa strada non venne più abbandonata, accompagnata in seguito da una politica espansionistica anche continentale.

Basilio II di Bisanzio.jpgOttone_3.jpgBasilio e Costantino -Crisobolo.jpgIl Doge Pietro II Orseolo , giovane ed intelligente dette il via ad un suo progetto, dopo aver composto i dissidi interni e pacificate le diverse famiglie nobili in nome della dignità nazionale. Egli comprese che soltanto la potenza economica, sussidiata dall’azione militare nei limiti imposti dalle necessità, poteva dare sicurezza, prosperità e grandezza allo Stato.

Con gli Imperi di Occidente e di Oriente stabilì rapporti amichevoli, normalizzandoli con Ottone III (diploma del 992) e regolarizzandoli con Bisanzio mercè il “crisobolo”( sigillo d’oro) di Basilio e Costantino, che stabiliva condizioni di favore nel commercio marittimo.

Pietro II Orseolo.jpgUna volta assicurata la pace interna, con una legge promulgata nel 997 che condannava ogni sedizione, e regolati i rapporti internazionali per il libero sviluppo dell’espensaione veneziana nel continente e in Adriatico, Pietro II Orseolo si prese cura della sicurezza della navigazione, per agevolare gli scambi mercantili.

L’egemonia economica sull’Istria, stabilita dagli accordi del 933 era fino ad allora molto precaria e ridotta a ben poca cosa, mentre la pressione della Croazia sulla Dalmazia rendeva difficile la vita ai Veneziani che vi risiedevano.

fiume Narenta.jpgIl disimpegno di Bisanzio per quest’ultima regione significava libertà d’azione per Venezia che, tra l’altro, era in continua lotta con i Pirati Narentani che infestavano le coste, per cui solo con la forza si poteva raggiungere il necessario equilibrio adriatico, raggiungendo una fattiva e concreta fedeltà delle genti rivierasche.

dalmazia1.jpgAgli inizi del 1000 l’Orseolo allestì una flotta che partì da Equilio, diretta a Pola. Era la risposta veneziana alle popolazione Dalmate che volevano liberarsi della servitù slava.

Dopo aver sostato a Grado e a Parenzo il doge Orseolo raggiunse Pola, e proseguì verso sud-est, toccando Ossero, Veglia, Arbe, Zara, Traù, Spalato, Curzola, Lagosta e Ragusa.

anfiteatro romano a Pola.jpgLe città istriane resero omaggio a Pietro II e giurarono fedeltà a Venezia. La spedizione non si svolse, tuttavia, del tutto incontrastata: vi furono resistenze armate da parte degli abitanti di Curzola e Lagosta, dove si annidavano i pirati narentani.

Con questa fortunata spedizione, approvata da Bisanzio, Pietro II Orseolo prese il titolo di ” Duca di Dalmazia” che integrava quello di “Doge di Venezia”.

Istria e Dalmazia.jpgMa non si era trattato di una vera e propria conquista territoriale, perchè i veneziani miravano solamente a raggiungere il dominio del mare. Sotto il profilo giuridico gli ordinamenti rimasero quelli locali, e si raggiunse così l’unità della costa dalmato-bizantina, con l’estromissione dell’influenza slava, per cui una modifica era avvenuta soltanto dal punto di vista politico-militare.

La supremazia di Venezia dell’Adriatico era così assicurata, con l’acquiescenza dell’Impero greco per il quale il dogado dell’Orseolo era diventato un potente alleato.

Per riconoscenza verso Bisanzio il doge inviò nel 1002 una spedizione in soccorso di Bari, assediata dai Saraceni, ristabilendo l’equilibrio nel basso Adriatico. A sancire l’alleanza tra Venezia e Bisanzio il figlio del Doge, Giovanni, sposò Maria, la nipote dell’Imperatore Basilio II.

il doge Pietro II Orseolo.jpgLe imprese dalmata e Pugliese contribuirono a portare alla città uno sviluppo demografico e urbanistico e alla prosperità e splendore.

Ottone Orseolo.jpgGiovanni e Maria Orseolo.jpgAlla morte di Pietro, nel 1008, gli succedettero i figli Giovanni ed Ottone.

Con Pietro Orseolo scompariva una singolare figura di capo a cui, tra l’altro, va attribuita l’istituzione della cerimonia detta “benedizione  del mare”, nel giorno dell’Ascensione: una festa nazionale durante la quale il Vescovo di Olivolo tracciava, davanti ai dignitari , al clero e al popolo, il segno della Croce sulle acque della Laguna, a testimonianza della potenza e della grandezza di Venezia.

Questa festa diverrà in seguito quella più completa e significativa dello “sposalizio del Sposalizio del Mare del Guardi.jpgmare” quando il Doge dal Bucintoro getterà in acqua l’anello d’oro pronunciando la formula rituale: ” desponsemus te, mare, in signum veri perpetuique dominii”.

Da allora Venezia diverrà una forte e temuta potenza, attribuendosi il titolo di Serenissima, Repubblica forte ed illuminata.

Lug 19, 2010 - Tradizioni    5 Comments

Il mitico Caffè Florian a Venezia

Procuratie a Venezia.jpgMolti furono (e ne abbiamo già parlato) i caffè famosi nell’antica Venezia, nei quali si incontravano persone nobili e benestanti, professionisti ed intellettuali. Le botteghe del caffè venivano nominate anche “botteghe da acque”. In città, nel 1683 fu aperta la prima bottega sotto le Procuratie in Piazza San Marco e dopo poco ne sorsero a centinaia.

Il primo veneziano a nominare il caffè fu Gian Francesco Morosini, negli anni in cui era Bajlo (console) a Costantinopoli.

Francesco Morosini.jpgporta ottomana.jpgSulla ” Relazione della Porta Ottomana” letta e descritta nel 1585 in Senato si racconta che il popolo Turco raccontava alla Signoria Veneziana che era in uso bere sovente la nera bevanda bollente, nelle botteghe o nelle strade, ricavata da semi macinati.

Pianta del caffè.jpgcaffè.jpgPiantagioni di caffè.jpgI Turchi affermavano che questa bevanda aveva delle qualità energetiche per cui, chi la assumeva, non sentiva necessità di dormire. Il nome deriva dall’arabo “qhahau”pronunciato alla Turca “Kalvè”, per altri il nome deriva dalla località Etiope nominata Caffa, e in Etiopia ci sono le migliori piantagioni di caffè.

Caffè Florian 1.jpgNel 1653 fu introdotto a Venezia ed in tutta Europa, anche perchè i turco.jpgsultano ottomano.jpgveneziani si erano accorti che per i turchi era facile rimanere svegli durante la notte, per cui c’era il detto “noi veneziani semo svegi perchè i turchi no i dorme mai”.

 Caffè Florian 2.jpgA Venezia questo chicco venne chiamato caffè e fu diffuso dagli Arabi, trasportato nel fondaco dei Turchi, sestier de Santa Crose, e servito tramite le prime botteghe.
Nel 1720 il Caffè Florian divenne il più famoso luogo in Venezia e in tutta Italia, ubicato nelle Procuratie, davanti a Palazzo Ducale, in Piazza San Marco.

Rimase per molto tempo in gestione allo Stato della Repubblica di Venezia, Il primo gestore fu Valentino Floriano Francesconi, detto il ” caffeter” il quale veniva stipendiato mensilmente dallo stato.

Caffè Florian.jpgcaffè Fllorian 3.jpgcaffè a Venezia.jpgIl gestore denominò il locale “Caffè Venezia Trionfante”.

Dopo la caduta della Repubblica Floriano lo denominò ” Caffè Florian”. Qui si ebbe il centro della intellighentia e della cultura caffè florian 8.jpgCarlo Goldoni.jpgCarlo Gozzi.jpginternazionale: frequentatori dal 1700 in poi furono Giacomo Casanova, Carlo Goldoni, Carlo e Gaspare Gozzi, Lord Byron, Goethe, Moore, Parini e Silvio Pellico.

Goethe.jpgNel 1858 il Caffè Florian venne restaurato e le decorazioni delle Caffè in Etiopia.jpgsalette furono ispirate ai diversi cicli della vita, delle scienze, delle arti, delle stagioni e degli uomini illustri.

Silvio Pellico.jpgStorico caffè Florian.jpgGaspare Gozzi.jpgCaffè Florian 10.jpgcaffè florian 5.jpgcaffè Florian 4.jpgCasanova.jpgAll’interno del Caffè Florian , nella calda atmosfera delle sale lussuose ed affrescate, rimangono i ricordi dei Grandi Personaggi passati tra queste mura per godere dell’atmosfera del salotto – caffè nel salotto più bello del Mondo.

Giu 8, 2010 - Tradizioni    10 Comments

Venezia e le sue navi: la potenza d’Europa!

Arsenale%20di%20Venezia%20XVI%20Secolo.jpgL’Arsenale: imponente e alacre laboratorio per la produzione della flotta veneziana, e non solo, anche delle navi mercantili già nel 1100 riuscì ad allestire in cento giorni cento galere da utilizzare nelle guerre con l’Impero d’Oriente.

Nel xv secolo il Doge Mocenigo scrisse nel suo testamento: (4 aprile 1423): 3.000 navigli da carico, tra grandi e piccoli, con 17.000 marinai, 300 navi con 8.000 marinai……” voi avete veduto tra galere grosse e sottili ogni anno 45, marinai 11.000″.

Data la necessità di avere sempre pronta una flotta per ogni evenienza, si costruì un certo numero di navi già arsenale-di-venezia.jpgarmate. A questo scopo, verso la fine del 400 , fu cinto di mura lo specchio d’acqua a nord dell’ARsenale nuovo, come si può osservare da una pianta di Jacopo de Barbari.

Non si vedono navi in sosta, come nel Bacino di San Marco, ma la celebre raffigurazione dell’incisore, sempre esatta per tutte le altre zone della citta, per l’Arsenale non presenta inesattezze, ma una certa qual reticenza, dovuta naturalmente a necessità legata da segreto militare.

Per la costruzioni delle varie parti delle navi la Serenissima aveva costante bisogno di diversi tipi di legno: la montello3.jpgForesta del Cansiglio.jpgboschi del Cadore.jpgquercia per l’ossatura ( albero che venne definito “colonna sacra del mare”, il larice e l’abete per il fasciame, gli alberi ed il pennone, il faggio ed il frassino per i remi, il noce per i timoni.

Per l’approvvigionamento del legname la Repubblica potè usufruire della sua espansione in terraferma, e dell’acquisizione dei boschi del Montello e del Cansiglio nelle prealpi venete, e nelle numerose vallate del Cadore.

I boschi venivano curati e controllati, sorvegliati da ” I Provveditori” e “Sovraprovveditori” nominati tra i Patroni dell’Arsenale: la scelta degli alberi da abbattere era compito dei “proti”, e per gli  alberi abbattuti  venivano piantati nuovi alberi da far crescere: i tronchi venivano fatti scorrere lungo il Piave, fino ad arrivare in laguna.

Le principali navi costruite nell’Arsenale erano di due tipi principali: navi a remi e navi a vela.

galera bastarda.gifgalera immagine.jpggalera.jpg800px-modello di Galera sottile.jpgTra le navi a remi vi erano le galere, e tra queste diverse versioni: galere sottili, galere grosse, Galere del Capitano General, o quelle da “Provveditore d’Armata, quindi le galere “bastarde” dette galeotte, alle galere da mercanzia.

Convogli di galere da mercanzie ( mude) erano conosciuti già dal 1200. Le galere erano fornite di due o tre vele triangolari, ma la loro velocità galere.jpgera costituita dai remi che prima erano governati da un solo vogatore, ma a partire dal 500 , diminuendo i remi, vennero affidati comunque a tre vogatori.

Un nuovo tipo di nave a remi venne costruito, in gran segretezza, tra il 1526 al 1529, in un apposito reparto dell’Arsenale: denominata “Quinquireme Faustina” la nave era dotata di 200 remi su cinque ordini, aveva una lunghezza di oltre 28 passi (circa 50 metri)ed era armata con trecento tra cannoni ed armi di vario genere.

Nonostante le buone prove date in mare queste navi vennero cancellate dalla produzione perchè troppo costose.

navi-grosse-2-navi-tonde-e-2-galee-da-jacopo-de-barbari-p.jpguna galeazza e due galee.jpgLa nave tipica da trasporto invece era la “cocca”, una nave rotonda che andava esclusivamente a vela, e disponeva di un equipaggio estremamente ridotto (circa 15 uomini), ed aveva una capacità di carico notevolmente superiore a quella delle galere.

Molte cocche si vedono ormeggiate nel Bacino di San Marco nelle stampe di Jacopo de Babari, una si vede in costruzione all’Arsenale, e nei quadri del Carpaccio si nota spesso un tale tipo di nave che presentava tra l’altro una particolare bellezza costruttiva, una vera architettura sul mare.

lA-bATTAGLIA-DI-lEPANTO.jpgBattaglia di Lepanto.jpg1lepanto.jpgGaleazza.jpgLe più famose ed osannate comunque furono le Galere grosse, o ” Galeazze”, per le quali venne costituito un reparto apposito all’Arsenale, chiamato “vasca delle Galeazze” le cui possibilità, efficacia e potenza vennero utilizzate nella Battaglia di Lepanto, in prima fila, pronte a combattere contro il nemico, La Battaglia di Lepanto.jpge uscite vincitrici come forte e predominante era il valore navale della Serenissima.

Mag 26, 2010 - Tradizioni    1 Comment

Lo sfoggio della potenza a Venezia: le Processioni religiose.

Particolare della Processione del Doge nella domenica delle palme.jpgNell’apparato legato alla liturgia ma anche allo sfoggio di potenza e di ricchezza, le processioni a Venezia costituivano per la nobiltà ed il popolo veneziano momenti di gran giubilo: spettacoli in cui le scuole, gli ordini religiosi, il patriziato, la Signoria e lo stesso Doge potevano far sfoggio di quanto più prezioso possedevano in un’aria di festa e di composta solennità, quasi un rituale che si inquadrava nelle architetture nel fasto e nel colore tutto orientale della città.

Numerosi sono i quadri che immortalano questi momenti, dipinti da grandi pittori come Gentile Bellini e Giovanni Mansueti.

diari di Marin Sanudo.jpg200px-Marin_Sanudo_Inscrizione.jpg250px-Gentile_Bellini_004.jpgMa molto meglio è poter seguire la descrizione tramandataci da Marin Sanudo, attraverso i suoi diari, di una solenne processione svoltasi in Piazza San Marco, che ebbe luogo il 10 ottobre 1511, in occasione della Lega Santa , promossa da Giulio II di Spagna, l’Inghilterra, gli Svizzeri e Venezia, contro il re di Francia.

Piazza San Marco appariva animata dagli stendardi al vento, in un tripudio di colori sullo sfondo di Palazzi ornati da ricche stoffe appese alle finestre, da gonfaloni sgargianti e tappeti orientali.

Marin Sanudo.jpgPersino le statue degli Apostoli nella Basilica di San Marco  erano adornate di paramenti sacri, tra il luccichio dorato delle coperture di festa delle balaustre, i velluti rossi decorati in oro e di broccato sui pulpiti, ed i tesori più preziosi della chiesa bene in vista.

Mariegola della Scuola S. Giovanni Evangelista.jpgNella processione appariva prima la Scuola grande della Misericordia, con i candelieri dorati ed il baldacchino di velluto posto sopra il porta reliquie, tra le quali la famosa icona d’argento donata dal Cardinale Bessarione; seguiva la Scuola della Carità con il cappello di porpora del Cardinale sul vassoio, poi la Scuola di San Giovanni Evangelista, quella di San Rocco, che aveva come emblema il 59__mariegola.jpgCrocefisso e non lo stendardo, ultima la Scuola di San Marco.

dono del Cardinale Bessarione a Venezia.jpgCardinale Bessarione.jpgLo storico narra che per decreto del consiglio dei dieci non potevano sfilare più di cinquecento confratelli popolari per scuola, a parte quella di San Marco (600) secondo la concessione fatta in seguito all’incendio della sede nel 1485.

Il corteo di ogni scuola era  preceduto da ventisette bambini: ” putini piccoli vestiti in modo de anzoleti, quali tutti portavano arzenti in mano”.

Un altro personaggio sfilava davanti ad un’altra scuola, e rappresentava la Giustizia, con la spada nella mano destra e la bilancia d’argento in quella sinistra. Altri portavano doni fatti alla Scuola, come il piccolo trono d’argento donato dalla duchessa Beatrice Sforza a Gian Antonio Dandolo.

portatori dei vessilli nella processione.jpgAl centro, sotto il baldacchino, spiccava la croce astile delle scuole, accanto alle immagini ed alle reliquie dei protettori, perfino la Pace e la Misericordia  erano personificate da due fanciulle che recavano due motti in latino.

Facevano seguito le immagini dei re di Inghilterra e Spagna, del Papa con due cardinali, mentre il re di Francia era circondato dalle fiamme e portava una scritta che recitava: Signore aiutami perchè sono bruciato in questa fiamma.

Dopo le Scuole grandi era la volta degli ordini religiosi che recavano reliquie, argenti ed immagini con iscrizioni, tra cui un “San Marco” che dice: ” Son Marco Evangelista tuo tutore, ch’è sempre davanti a Dio e Protetore. Non creder figlia mia m’abi smendicato: la tua corona illesa t’ho servito cessa i sospir, cessa li to pianti che felice ti farò più ch’a inanti”

Giovanni+Bellini+-+Doge+Leonardo+Loredan+.jpgProcessione reliquia della Santissima croce a S. Lio.jpgProcessione dell'XI secolo a Piazza San marco.jpgIntanto suonavano le campane, mentre gli artiglieri delle navi alla fonda sparavano a salve ( “soni di tromba e pifari e trazer di artillerie da li nobili erano in porto”).

Naturalmente quello vestito più lussuosamente era il Doge, Leonardo Loredan (vestito di un manto di ristagno d’oro fodrà di armellini e con il bavero di armellini el soto vesta de veludo cremixi e in capo havìa bareta di restagno d’oro, ma avanti li era portata una confeteria, la bareta ducal di zoie”).Lo seguivano i procuratori, i membri del Consiglio dei Quaranta e del Consiglio dei Dieci e centocinquanta patrizi (“s’chè fu bellissimo veder tanta nobiltà”).

Processione con il Doge a Venezia.pngProcessione in Piazza San Marco.jpgLa Processione, iniziata alle 16 finì alle 21 ( ” et con gran jubilo et leticia di tutta la terra et a confusion de rebelli”).

Tutto lo sfoggio di una Repubblica allora solidissima, ricca e potente che poteva ostentare tanto sfarzo ed opulenza, a metà tra occidente ed oriente: uno spettacolo imponente e magnifico.

Ago 25, 2009 - Tradizioni    6 Comments

Il Gobbo di Rialto e il Palazzo dei Camerlenghi

270px-Palazzo_dei_Camerlenghi.jpgCi troviamo a S. Polo, abbiamo appena attraversato il Ponte di Rialto, lasciandoci alle spalle il fondaco dei Tedeschi. Scendendo il ponte, che curiosamente utilizza tre file di gradini una diversa dalle altre, per cui ci può salire o scendere con un passo più ampio, con una piccola pausa ogni tre pedate più ampia, e  altre due, con piccoli passi stretti e cadenzati. Scendendo dal ponte quindi, li dove inizia il fantastico mercato delle verdure e del pesce di Rialto, ecco che incontriamo, sulla facciata del Palazzo dei Camerlenghi ( Lombardo) in Riva del Vin,ora sede del Tribunale di Venezia.  tre capitelli curiosi legati, nella loro storia, alla sfiducia dei veneziani che quel capitelllo 1.jpgponte, che prima era in legno, sarebbe stato poi ricostruito in pietra d’Istria.

capitelo 2.jpgPer costruirlo ci vollero tre anni, dal 1588 al 1591) e  le fondamenta , costituite da circa 10.000 palafitte per cui  che per raccogliere i fondi allora necessari all’opera (250.000 ducati) fu costituita una lotteria.

Lasciandoci il ponte alle spalle ci troviamo così nell’isola del Rio Alto, il cuore imagesCA7CO2MA.jpgeconomico dell’antica Serenissima.

Qui un tempo si trovavano cambisti, mercanti di tutti i paesi e si scambiavano diverse merci incredibili, dalle stoffe di Fiandra, agli scialli, agli abiti, alle tende di seta, ai profumi , i balsami orientali, il muschio, il sandalo, l’incenso e le spezie preziose.

Sotto i portici c’erano gli orefici che trattavano turchesi, smeraldi, cristalli di rocca, lapislazzuli ecc.

imagesCA7TO92Z.jpgA tutte queste merci si aggiungevano  le verdure , la frutta, il pesce, le gabbie con i polli, insomma possiamo immaginarci cosa significava aggirarsi tra quei profumi, quei colori povenienti da ogni angolo del mondo.

Ancora oggi ci troviamo avvolti in queste medesime sensazioni aggirandoci tra le bancarelle, inspirando i profumi delle verdure dell’estuario come le castraure (piccolissimi carciofi amari e saporiti),e zucchine minuscole con il fiore, tutte provenienti da S. Erasmo.

imagesCA7ZC599.jpgSe poi, alla fine delle bancarelle guardiamo alla nostra sinistra ecco la chiesa che viene considerata la più antica di Venezia, dedicata a S. Giacomo.

imagesCA9CP526.jpgimagesCAFSXJYW.jpgSi parla di una prima costruzione nei pressi del Rio Alto  intorno al V° secolo, legata ai primi insediamenti. L’edificio attuasle risale all’XI°, XII° secolo, poi subì diversi interventi di restauro.

Sulla facciata un grande orologio (1410) sovrasta il portico gotico tipico delle Chiese antiche.

Di fronte troviamo la colonna del bando , chiamata il Gobbo di Rialto, così detta per la struttura che regge i gradini.

imagesCAGJ545I.jpgSi tratta di una colonna di porfido portata a Venezia da Acri nel 1291,

imagesCAS2X2YP.jpgLa scaletta che porta alla sua sommità serviva agli araldi per leggere le condanne  e la lista dei cittadini messi al bando è sostenuta da una statua ricurva  per cui la sua inconsueta posizione fu chiamata il Gobbo.

Durante il Medio Evo i ladri erano condannati a correre nudi da San Marco a Rialto tra due file di gente che menava frustate.

La colonna del Gobbo era quindi considerata il traguardo  e costituiva la fine del tormento, al punto che, arrivati alla colonna i delinquenti la baciavano e l’abbracciavano.

imagesCA153PDZ.jpgimagesCAVOX74J.jpgS. Giacomo za Rialto.jpgA metà del 500 invalse l’uso di appendere alla colonna poesie satiriche e libelli contro il degenerare dei costumi dello Stato e del Clero. Assieme al “Sior Rioba” in Campo dei Mori alla Madonna dell’Orto, il Gobbo diventò una sorta di Pasquino veneziano

 

Filastrocche veneziane

filastrocche 1.jpgfavole e filastrocche.jpgDi una cultura fanno parte integrante le filastrocche e le ninnenanne cantate ai bambini, ed anche le filastrocche cantate dai bambini nei momenti di gioco: per chi ha voglia e a chi va, leggerle è una cosa bellissima, per me, è un ritornare indietro alla mia infanzia, spero che tutto ciò sia gradito, anche perchè sono convinta che tante filastrocche siano collegate ad altre recitate con altri dialetti ed in altre regioni: tanto per capire che l’Italia, almeno nei suoi bambini, è sempre stata unica ed unita!

Pantalone.jpgSO e e so sesantanove                                 Su e giù, sessantanove
case nove da fitar                                        case nuove da affittare
daghe a papa al vecio                                  dai la pappa al vecchio
maschere veneziane.jpgdaghea col scucier    dagliela con il cucchiaio

Ea befana vien de note       La Befana viene di notte  
coe scarpe tute rote            con le scarpe tutte rotte
col vestito da romana          con il vestito da romana
viva, viva la befana            viva, viva la Befana.

Piova Piova vien                             Pioggia pioggia vieni
che te vogio tanto ben                     che ti voglio tanto bene
che te vogio tanto mal                     che ti voglio tanto male
piova piova va in Canal                   pioggia pioggia vai in Canale.

Caregheta d’oro                               Seggiolino d’oro
che porta el me tesoro                      che porta il mio tesoro
che porta el me bambin                    che porta il mio bambino
caregheta, careghin                          seggiolina, seggiolino!

Din don campanon                             Din Don campanone
7 muneghe sul balcon                        sette monache sul balcone
una che stira                                     una che stira
una che ava                                      una che lava
una che fa capei de pagia                   una che fa cappelli di paglia
una che speta so mari0                      una che aspetta suo marito
una che fassa il pan bogio                  una che prepara il pane bollito
sensa olio, sensa sal.                        senza olio e senza sale
Sue rive del canal                             Sulle rive del Canale
passa do fanti con do cavai bianchi     passano due fanti con due cavalli bianchi
passa ea guera!                               passa la guerra
tutti so per tera!                                tutti giù per terra.

Questa se a storia                             Questa è la Storia
del Sior Intento                                 del Signor Intento
che dura tanto tempo                        che dura tanto tempo
che mai no se destriga                      che non sa cavarsela mai
vustu che tea conta                           vuoi che te la racconti
o vustu che tea diga?                        o vuoi che te la dica?

Gira, gira volta                                Gira, gira volta
Piero se volta                                  Piero si volta
casca na sopa Piero se copa            cade un ramo, Piero si ammazza
casca un sopin                                 cade un rametto
Piero fa un Tomboin                         Piero cade
casca un sopon                                cade un grosso ramo
Piero fa un Tomboeon.                     Piero fa un grosso capitombolo.

 
Pum pum d’oro
la lila lancia
questo sogo
se fa in Francia
lelo, lelo mi
lelo , lelo ti
pum pum d’oro
sta soto ti!

Veneziani gran Signori
Padovani gran dottori
vicentini magnagatti
veronesi..tutti matti!

 

Mag 22, 2009 - Luoghi, Tradizioni    2 Comments

Venezia e la pesca dell’oro in Canal di Cannaregio

Palazzo Labia.jpgPalazzo Labia a San Geremia.jpgPalazzo Labia esterno.jpgPalazzo Labia, ora sede della Rai del Veneto, a cinque minuti dalla Stazione di Santa Lucia, possiede due facciate: la prima sul Campo S. Geremia (vicino all’omonima chiesa) , e l’altra rivolta verso il Canal di Cannaregio, una delle più importanti vie d’acqua della Repubblica, seconda solo al Canal Grande.

Qui il famoso pittore Giovanbattista Tiepolo dipinse, nel Salone a lui ora dedicato, il celebre ciclo ispirato dalle vicende di Antonio e Cleopatra.

Proprietaria del Palazzo fu una famosa famiglia di origine spagnola, proveniente dalla Catalogna che  arrivò a Venezia nel XVI secolo, stabilendosi definitivamente ed entrando relativamente tardi a far parte delle Palazzo Labia interno.jpgPalazzo Labia interno 3.jpgPalazzo Labia stampa.jpgCanale di Cannaregio 3.jpgfamiglie Patrizie Veneziane, ma,  forse proprio per questo motivo, dimostrandosi una delle esponenti più ricche e sfarzose della nobiltà della Serenissima.

La voce di popolo del 1700 narra che i Signori Labia organizzassero spesso sontuosi banchetti, con molti invitati e  famosi per lo sfarzo e la ricchezza veramente memorabili.
Canal di Cannaregio.jpgEd in questi banchetti apparecchiassero le ricche  tavole con vasellame e posate fatte d’oro fine, stoviglie che alla fine del pasto il padrone  di casa, per divertire gli ospiti cominciava a gettare nel Canal Regio, incitandoli  a fare il medesimo gesto.

Ma alla fine della baldoria, quando tutti gli invitati se ne erano andati, gli stessi proprietari ordinavano ai servitori di gettarsi in acqua per riprenderli almeno in parte .
rete da pesca.jpgposate d'oro.jpgoggetti d'oro 3.jpgvasellame d'oro.jpgoggetti d'oro 2.jpgoggetti d'oro 1.jpgTuttavia alcuni pezzi , gettati in canale dalla famiglia e dagli ospiti invitati a farlo al grido di “le abia o non le abia sarò sempre Labia ” non venivano  recuperati
 perchè i servitori se ne guardavano bene da tuffarsi nelle fredde acque, soprattutto in inverno, ed allora i Labia decisero di escogitare un sistema per lo meno geniale:  Specialmente nel periodo autunnale ed invernale nel Rio Regio di Canal Grande venivano stese delle reti da pesca, con cui una parte degli oggetti preziosi veniva comunque recuperata.

 

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