18/02/2013
Pozioni e malefici delle streghe veneziane

Ho già avuto modo di parlare delle streghe veneziane:contrariamente alla tradizione esse non professavano il culto del diavolo, ma lo evocavano quando dovevano mettere in atto le loro pozioni o i malefici e filtri vari, in genere amorosi, ma, che si sappia, nessun maleficio mortale.
Il demonio veniva pagato anche in anticipo per il suo aiuto gettando monete e sale sul fuoco o fuori dalla finestra: la raffigurazione del demonio era rappresentata per loro da quella della carta dei tarocchi. Il loro luogo di ritrovo era presso il museo ebraico al Lido, poichè era considerato denso di forze
occulte.

In genere le streghe appartenevano alla classe sociale più povera, e le ricette ed i segreti venivano tramandati di madre in figlia nella notte di Natale, o in punto di morte, e la stregoneria veniva considerata una vera e propria professione.
Tra le pratiche divinatorie vi era quella del "goto", il 

bicchiere: veniva riempito un bicchiere con acqua, e qui venivano posti dei fili bianchi e dei fili neri, quindi si scioglieva della cera vergine, e a seconda di come di ponevano i fili quando la cera si risolidificava, dalla forma stessa della cera veniva interpretato il futuro.
Altre pratiche erano quelle di guardare in un bicchiere d'acqua illuminato da una candela, o leggere la mano, o contare gli anelli della catena del camino.

C'era la pratica per conoscere se l'uomo amato fosse fedele, o se fosse possibile per una donna farlo innamorare di sè; era la magia del "buttar le fave": Si usavano nove fave, e su due di esse venivano segnati il maschio e la femmina, vernivano mescolate tutte insieme mentre la strega di turno recitava prima l'Ave Maria,poi un Pater noster, segnandole con una croce: Venivano fatte cadere assieme a della cera, della calcina, del carbone, e da come cadevano si poteva ottenere il responso richiesto.
Per pratiche di tipo "medico" (per procurare un aborto o per far venire le mestruazioni) venivano utilizzate pozioni a base di erbe velenose come l'erba sabina , che proveniva dal Cadore o dal Cansiglio, e il prezzemolo.

Data la particolarità della stregoneria veneziana, ed il particolare distacco che aveva la Serenissima dalla chiesa le malcapitate che vennero poste all'attenzione dell'Inquisizione non subirono nè torture nè tanto meno roghi: venivano tutt'al più messe alla berlina per qualche giorno, o al dover assistere alla Messa con una candela in mano: il bando dalla città per sei mesi o la fustigazione pubblica furono eventi rarissimi.
Nel 1500 vennero svolti circa 1600 processi per "strigaria, maleficio, arte nagica e superstizione"in cui gli esponenti dell'inquisizione non cercarono patti con il diavolo o fatture mortalio, per cui vennero alcune cosidderttte streghre vennero assolte altre invece dovettero pagare pegno, magari tramite una cauzione rilasciate anche da terzi.

Alcune delle pseudo streghe vennero accusate per interessi personali dei loro nemici, come la bellissima cortigiana Andriana Savorgnan che sposando nel 1581 il nobile Marco Dandolo mobilitò la famiglia dello sposo, preoccupata per il patrimonio familiare, ma i due sposi fuggirono a Roma, e qui la Savorgnan venne assolta.
Tra le streghe conosciute ( i nomi sono ricavati dall'archivio storico di Venezia) Dina Passarina, che conviveva con un frate francrescano e si avvaleva dell'aiuto di uno spirito costretto, contenuto cioè in un bicchiere di cristallo di rocca, di nome Altan; Elena Draga, aiutata dallo spirito Faraon, Giovanna , "strologa" indovina e guaritrice che più volte venne processata, dal 1552 al 1564, e messa ripetutamente al bando, che usava la divinazione del "goto", Lucia "furlana", sfregiata in viso, che si avvaleva dell'aiuto dello spirito " 
buranello", Giovanna Semolina che guariva la tigna, l'impotenza, e faceva l'aggiustaossi", Maddalerna Bradamante, della la " Nasina" ed altre.
L'unico stregone maschio conosciuto fu Francesco Barozzi, che non lasciò molta traccia di sè nel mondo esoterico della Repubblica.
La Serenissima, sempre disincantata, ironica, aperta a tutte le esperienze, anche perchè all'origine del "sapere" delle streghe vi erano esperienze popolari, naturali, conoscenza 

approfondita delle erbe e della natura, per cui Venezia esoterica raccolse in sè conooscenze di scienze naturali, fisica e chimica, accomunando un piccolo mondo di popolane a loro modo informate, di alchimisti ( chimici valenti) che diedero l'avvio a capolavori di conoscenza ed arte, come ad esempio l'arte dei maestri vetrai.
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18/10/2012
Lo spirito veneziano nel Listòn

In tutti i paesi del mondo c'è sempre stato un luogo dove i giovani andavano o continuano andare a passeggiare, uomini con uomini, e donne con donne, specialmente nei giorni di festa, per poter fare nuove conoscenze, visto che non era cosi' facile conoscere o almeno rapportarsi con persone di sesso diverso , nel contesto di regole sociali molto legate ad una struttura che poneva la conoscenza tra ragazzi e ragazze, finalizzata a fidanzamenti e conseguentemente a matrimoni.
Specialmente nel meridione questa regola sociale veniva chiamata "
struscio", mentre a Venezia , considerata la "morale" e la laicità di questa meravigliosa città, questo rito veniva chiamato " il listòn".
Nella Serenssima i rapporti tra uomini e donne erano privi di ipocrisia, non legati a regole dettate dalla Chiesa dell'epoca, regole dettate da una terribile limitazione della normale esigenza di sensualità che invece venne sempre riconosciuta e vissuta con malizia, con gioia e con consapevolezza,
specialmente da parte delle donne veneziane , donne assertive, vere, libere ed aperte al mondo, come la società, lo Stato di cui facevano parte.
I luoghi di incontri e di "parate"nacquero prima in Campo S. Stefano, nel 1500, e la definizione di "listòn" nacque dal fatto che il percorso in questo campo, ancora prato erboso, era tagliato da una pista (lista) in pietra d'istria su cui le dame e i cavalieri potevano passeggiare senza insudicare le scarpe, per poi, in attimi di pausa, potersi accomodare in sedie, naturalmente a pagamento, per continuare un gioco di seduzione e di divertimento. Ciò
accadeva nei giorni festivi e soprattutto nel periodo di Carnevale.
Queste passeggiate cominciavano in tarda serata e si protraevano fino all'alba, e continuavano questa serie di incontri e passeggiate anche all'erberia a Rialto.
Altri luoghi testimoni di quella "movida veneziana" furono Piazza S. Marco (dove le sedie venivano affittate per cinque soldi) le Zattere, le Fondamente Nuove, la Riva degli Schiavoni: l'immagine di cavalieri incipriati e di dame, riccamente vestite, scollate e decorate da monili fantasiosi e preziosi, specialmente in periodo carnevalesco è testimonianza di una città viva, aperta, disinibita e assolutamente priva di ipocrisie!

Meravigliosa Venezia e meravigliose le donne veneziane; donne vibranti , vive, allegre e consapevoli della loro frizzante e meravigliosa femminilità in una società in cui l'uomo e la donna avevano un rapporto paritario, ed in cui il rispetto e la cavalleria degli uomini, persone intelligenti e mentalmente aperte hanno creato un equilibrio fantastico tra il maschile e il femminile...nulla di più moderno di ora, anzi, oserei dire, molto più avanti nella consapevolezza della parità e anche della differenza fisiologica tra l'uomo e la donna, ma con il profondo rispetto e riconoscimento di queste differenze che non dividono, anzi, che rendono ancor più entusiasmante l'incontro e l'attrazione !
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02/09/2012
Le origini della Regata a Venezia, maschile e femminile
La prima domenica di settembre sia i Veneziani e chi, appassionato, guarda per televisione la regata storica di Venezia,assiste ad uno spettacolo fantastico, con i bagliori iridescenti della laguna, la luce unica e particolare che si trova solo in questa particolare città, e che i pittori hanno sempre apprezzato ed espresso nei loro quadri, una luce che da un alone di fiaba ad una città che è anche un centro attivo e moderno di attività, di arte, di lavoro, imprese, insomma, una città che tanti considerano museo, ma che è invece viva, cosmopolita e talmente attraente e talmente carica di cultura da renderla veramente unica al mondo.
Ed è proprio delle regate(termine derivante probabilmente da aurigare cioè gareggiare)a Venezia che voglio parlare: innanzi tutto della particolarità della voga alla veneta, dettata proprio dalla tipicità della Laguna e dei suoi fondali poco profondi, per cui barche dal fondo piatto, senza chiglia, e la necessità da parte del vogatore di poter
individuare i fondali più adatti dove muoversi, ed un solo remo, per poter navigare anche i rii più stretti: per cui vogatore in piedi con un solo remo, che dovendo essere utilizzato anche sui fondali più bassi, deve essere libero
per cui avere gli scalmi aperti, cioè la forcola.
Normalmente i regatanti erano tutti gondolieri o barcaioli, e si svolgevano come sfide. Ma la
prima regata che viene ricordata è quella indetta per celebrare la vittoria dei veneziani contro i pirati triestini che avevano rapito le fanciulle promesse spose dalla Chiesa di San Pietro di Castello( come già ho raccontato nel mio Post :quando il Sacro Graal era a Castello).
In seguito si svolsero regate importanti
in onore di ospiti illustri, capi di Stato, Beatrice d'Este nel 1493, la regina d'Ungheria nel 1502, Enrico Terzo di Francia nel 1574, ed altri. La Regata Storica di Settembre invece trae le sue origini dagli onori triubutati a Caterina Cornaro, già Regina 


di Cipro che aveva donato il suo Regno alla Serenissima, ricevendo poi in cambio la cittadella di Asolo.
Anche le donne disputarono le loro Regate. La prima sembra risalire al 1493, e lo fecero in onore di Beatrice d'Este, duchessa di Milano, e gareggiarono circa una cinquantina di donne che sfoggiavano leggeri e succinti abiti di lino.
Da allora si ebbe notizia, con il passare degli anni e dei secoli, di altre regate disputate, e dal 1740 al 1751 vi fu la prima
vera campionessa, tal Maria Boscola da Marina, originiaria di Chioggia la cui unica immagine è questa, al Museo Correr.
Ne
l settecento si cimentarono in questo sport anche le nobildonne, alcune delle quali allestirono
delle bissone a loro spese, donne sempre all'avanguardia e innamorate della loro laguna.
18:49 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: misteri, regata, maschile e femminile, s, pietro di castello, venezia nascosta | |
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17/07/2012
Donne veneziane: lo zengàle e l'arte de " tacàr botòn"

Le donne veneziane, sia nobili che popolane hanno sempre avuto un modo particolare di esprimere la propria femminilità: donne argute, decise, la battuta pronta, e consapevoli del proprio essere persone, oltre che donne.
A Venezia queste caratteristiche venivano definite con un termine " morbin": questo brio, questa vivacità, questo modo di sapersi districare tra le attenzioni degli uomini senza offendere, ma lasciando in qualche modo, aperta la strada per continuare a relazionarsi con gli altri senza per questo promettere nulla, esempio eclatante nella letteratura è la descrizione di Goldoni, occhio acuto e sornione sulla civilità veneziana, che seppe così magistralmente descrivere Marietta nelle " Morbinose " giovane allegra e piena di vita che fa credere per scherzo ad uomo di essere innamorata di lui , che cade poi, vittima felice del suo stesso gioco, e la " Locandiera", giovane donna energica inseguita da uno stuolo di ammiratori, che riesce in qualche modo a gestire queste attenzioni, fino a che non si arrende anch'essa all'uomo di cui si era innamorata!
Questo atteggiamento così disinvolto nelle relazioni sociali, che nulla aveva a che fare con l'essere facili, ma che rifletteva la concezione non ipocrita e bigotta che in altri Stati veniva imposta da unmodo di concepire i rapporti umani, era frutto di un atteggiamento mentale legato ad uno Stato laico, anche se la Religione veniva professata e vissuta quotidianamente (basti pensare alle centinaia di chiese che sono state erette nella Serenissima).

Nel 1761 fu concessa a tale Giovanni Zivaglio la licenza di "fabbricare fazzoletti come si usano nelle Indie e portati anche dalle donne dello Scià di Persia"! Tale "fazzoletto" venne chiamato " zendado, o zendàle, e altro non era che un grande scialle con lunghe frange confezionato in seta, in pizzo, e, per le popolane più povere, in lana, tutti di vari colori o delicatamente ricamati( dal 1848, quando venne proclamato il lutto per i caduti della lotta di liberazione diventarono rigorosamente neri), ed in seguito venne rinominato scialle (da Scià di Persia, appunto).
Con la loro eleganza e l'innata capacità seduttiva le popolane utilizzarono questo indumento che poteva essere aperto, avvolto, coprire la testa, o maliziosamente lasciare leggermente scoperte le spalle per un'innocente quanto attraente mezzo per far avvicinare i giovani da cui si sentivano attratte e che percepivano in qualche modo troppo timidi per esprimere loro la propria ammirazione: all'avvicinarsi del prescelto con un rapido gesto della mano prendevano un lembo dello scialle e lo facevano volteggiare 

per ricoprire la spalla, facendo svolazzare le lunghe frange ....le quali, quasi magicamente, andavano ad impigliarsi sui bottoni del futuro innamorato....piccole ragnatele colorate e delicate che impigliavano e imprigionavano il cuore dell'uomo.
Ecco da dove nasce il termine: attaccare bottone (tacàr botòn). Chissà quante storie d'amore sono nate in passato in questo modo: le nostre ave, occhi vivaci, sorriso allegro, sguardo malizioso ed uno scialle "malandrino".




Come al solito a scegliere era la donna!
23:21 | Link permanente | Commenti (5) | Tag: scialle, zengàle, attaccare bottone, donne veneziane, venezia | |
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16/06/2012
Alchimia e Cosmesi delle donne veneziane
Le donne veneziane hanno sempre voluto curare la propria bellezza, il biancore della pelle, la lucentezza della capigliatura, la capacità di tingere la chioma di biondo con dei riflessi considerati particolari, e conosciuti ed ammirati in tutta Europa.
Per fare questo venivano aiutate dagli spezieri, mezzi alchimisti e mezzi medici, ma anche cercando, con l'aiuto di un pò di conoscenza di erboristeria, di ottenere ricette per creme, detergenti e maschere di pulizia e nutritive per certi versi molto simili come concetto a quelle che si utilizzano tutt'ora.
Molto nota fu Isabella Cortese,nobildonna del XVI secolo che pubblicò un trattato ed una serie di ricette per dare alle sue contemporanee dei consigli utili e preziosi per rendersi ancora più belle; il trattato, chiamato "Secreti" ebbe un 
successo enorme, e si contano addirittura dodici edizioni. La Cortese era anche un'alchimista, e nel suo libro appare una nota
di una sua collega, Floriana Canale che aveva pubblicato un libro sugli 
esorcismi e gli scongiuri. Erano tutte e due conosciute dagli alchimisti dell'epoca, come Marie Meurdrac, il cui libro "la chimica caritatevole e facile a favor delle donne" venne tradotto e pubblicato.
Esse usarono quindi le loro conoscenze ed arti alchemiche per realizzare dei preparati utili ed
efficaci per la bellezza, il biancore della pelle, la lucentezza dei capelli delle loro contemporanee.
Ecco un rimedio per la pelle secca: Piglia albume de ova de gallina, lardo di porco raspato, oleo comune, aceto o varo agresti et mescola omne cosa insieme a modo de confetione, et con questo ugne la faccia e il collo, le mano diventeranno bianche et lucente come argento.
Per quanto riguarda il segreto della colorazione bionda, per cui le veneziane erano famose anche per i magnifici riflessi che riuscivano ad ottenere, ecco la ricetta: fiori di lupino con salnitro, zafferano ed altre sostanze, facendo asciugare i capelli al sole con un copricapo fornito di tesa per proteggere il bianco latteo della pelle.
Ed il biancore della pelle era una prerogativa a cui non si poteva derogare, ed ecco qui di seguito i segreti:
Distillasi un'acqua molto convenevole a far bianco e chiaro il viso in questo modo: trovate una lira di rose bianche, una di
fiori di ninfea et una di fiori di sambuco, altrettanto di fiori di gigli bianchi, gettatene via però quella parte gialla che vi è dentro, una lira di acqua di fragola, e tanta medolla di pane quanta vi parrà assai, dodici bianchi di ovo, due once di incenso maschio, colle quali mettete per una notte una lira di cerusa (biacca, dal latino cerussa) in polvere, ora in un lambico (alambicco, apparecchio usato per la distillazione, dall'arabo al-ambiq, e dal greco ambix, tazza) posate tutte queste specie cavatene acqua, la quale poi stia al sole, di questa vi lavate la mattina e sera senza asciugarvi, che vi lascerà la carne bianca e lucente.
Più facile questa: meschiate tartaro bianco con vino bianco, fiori di rosmarino, distillate insieme: che avrete acqua oltre ad ogni altra mirabile.
Vale parimenti la seguente: trovate 30 lumache bianche, due lire di latte di capra, tre once di grasso di porco o di capretto fresco, una dramma (dracma, moneta in uso in Grecia) di canfora, dopo questo distillate acqua, la quale sarà eccellente in nettàre e far bianca la vostra carne.
Distillansi molte acque semplici: queste sono acque di fiori di fava, acqua di fragola, acqua di rosmarino, acqua di latte di capra, di latte d'asina, di latte di donna, acque di fiore di persico (di pesca) di foglie tenere di salice: queste sono ottime per far bianca la faccia.
Laudano sommamente le donne l'acqua fatta di bianchi d'ova: perciocchè dicono che fa bianco lucente tutta la carne.
Per chi aveva la pelle grassa invece:
La mattina quando vi levate dal letto, estendetevi il saponetto per viso in su la faccia ( il saponetto era composto da tre libbre di sapone tenero di buon olio, una quarta di zucchero candi, una di borace, ed un quarto di una quarta di canfora), poi, quando sarete vestite, con un'imboccata di acqua bagnate un drappo con il quale ne laverete la faccia poco a poco, insaponando fino a che tutto si laverà e la faccia restererà lucente e pulita che questa saponetta la netta e si mangia le panne (lentiggini) e se la donna ha la pelle grassa la tenga per un'ora e sarà ben fatto.
Venivano utilizzate anche maschere di pulizia fatte con uova e farina di senape da togliere poi con un tonico detergente utilizzando dell'urina.
Contro i foruncoli e l'acne veniva usata la bardana, sia sotto forma di crema ( con l'aggiunta di grassi) che come decotto.


Famoso fu anche un certo Leonardo Fioravanti, alchimista e medico bolognese che forniva una serie di consigli che spaziavano dalla medicina alla magia, per arrivare alla cosmesi. Egli pubblicò a Venezia " De Capricci medicinali" nel 1564, un'oipera che ebbe una notevole diffusione, così come " I Libri Segreti" fatti stampare dal 1561 al 1580.
E non dimentichiamo il Conte di Saint Germain che nel 1700 rese felici le donne 


per i consigli e le pomate segrete che a loro donava, e che avevano la capacità di renderle non solo più belle, ma anche più giovani.
20:44 | Link permanente | Commenti (1) | Tag: mistero, misteri, cosmesi, alchimiste, isabella cortese, floriana canale, segreti, venezia | |
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06/06/2012
La magia del legame intenso tra Venezia e le bambine poi donne veneziane

Quando si è bambini tutto risulta più grande, sconfinato, aperto..libertà di correre, libertà di nascondersi: nulla è più bello che gocare a nascondino a Venezia: ci sono mille angoli, mille colonne, callette, androni, scalini da salire aiutati dalla penombra e dalle ombre proiettate dai barbacani, patere...tutto meraviglioso e carico di mistero.
Per cui essere bambini a Venezia è rimasto un elemento immutabile..correre senza pericolo di automobili e traffico: Venezia è una città per bambini, per artisti e per tutte le persone che pensano in libertà e quella libertà cercano. Nascere in questa città è una fortuna fantastica, e percepire e conoscere la sua storia, vivere sulla propria pelle le sensazioni meravigliose che fanno parte del suo fascino.


I bambini veneziani possono andare a spasso tranquillamente con il proprio cane, anch'esso felice padrone delle proprie scelte di direzioni e percorsi, o accocolarsi vicino ad una vera da pozzo accarezzando un gatto morbido e fascinoso, attorniato da colombi che si contendno con i passeri le briciole di pane, mentre i gabbiani, con il loro becco forte e potente in poco tempo distruggono i sacchetti delle immondizie spargendo i resti nei campi.
Ma è tutto fantastico, meravigliosamente fantastico crescere a Venezia, ritrovarsi in qualche bàcaro, godendo insieme della cucina easy, degli spritz aromatici, o anche di un ambiente è un momento di coesione che fa di una città un agglomerato di persone che si sentono veramente abitanti e partecipi di una città e di una cultura particolarmente unica.

Crescere, studiare, godere delle ambientazioni di questa meravigliosa città è stata l'armonia che ha scandito, con le sue note di barcarola, la mia vita di adolescente: la scuola di danza, il fantastico contorno che dalle finestre ampie e luminose creano l'atmosfera giusta per chi bambina e poi acerba adolescente si sfiancava alla sbarra ogni giorno, fatica, controllo del proprio corpo, attenzione ma anche languido abbandono alla musica che per noi bambine, al confine del divenire donne era l'elemento conduttore della nostra crescita, del corpo e della mente e, sopratutto, nell'incominciare ad apprezzare gli ampi 
saloni cinquecenteschi in cui il movimento libero era vera libertà, motivi di ispirazione, di dolcezza , di languore vero e vibrante : dalle finestre entravano l'aria e la luce aperte alla laguna, la sensazione di falso torpore, di falsa sonnolenza di una città marina, basata e legata ai tempi ovattati e lunghi delle maree, e con le maree si espletava la dolcezza e la sensualità del tempo non definito, tempo legato fantasticamente a quello legato alle fasi lunari tipici delle donne, ed in questo senso la donna veneziana è ancor di più un tutt'uno con la natura della propria città e delle proprie origini.
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27/03/2012
La breve luce brillante di Marietta Robusti: la Tintoretta!

Nel novero delle innumerevoli donne notevoli figlie della Serenissima, legate alla politica, alla pittura, alla letteratura, musica e all'arte in genere, lascia la scia quasi di una "cometa" brillante, fulgida ma presto scomparsa, Marietta Robusti, detta " la Tintoretta".
Figlia illegittima del famoso Jacopo Robusti (il Tintoretto), nacque a Venezia (la data non è certa, nel 1554 o nel 1560). Il talento pittorico era scritto nei suoi geni, nondimeno assorbì tutto sull'arte del padre, ancora piccolina, quando il Tintoretto, che con la figlia ebbe una rapporto quasi simbiotico di profondo amore e stima, la portò ancora piccolissima nel suo studio, si dice vestita con abiti maschili.

Crescendo si dedicò ed eccelse anche nella musica e nel canto, esprimendo così un'artisticità poliedrica che la accomunò ad altre artiste veneziane, come ad esempio Rosalba Carriera. Certo Venezia era la fucina dell'arte, l'humus giusto per esaltare le capacità non solo maschili ma anche e forse sopratutto femminili in questo settore.
Crescendo " la Tintoretta" divenne famosa presso la società veneziana ed i suoi nobili, che consideravano un privilegio farsi ritrarre dalla maestria di questa artista. Sicuramente collaborò
alla realizzazione di alcuni quadri paterni, visto che Marietta aveva così assorbito la pittura paterna da poter rivaleggiare con lui.
Purtroppo però delle sue opere ci rimane "Il ritratto del giovane e il vecchio", talmente vicino allo stile paterno da rivaleggiarne come potenza, stile e profondità. Anche i suoi autoritratti, uno dei quali la ritrae con uno spartito in mano ed una spinetta accanto, (un modo di rappresentare sè stessa e le sue inclinazioni).
La sua arte venne apprezzata anche da corti Straniere come quella di Filippo II di Spagna e di Massimiliano II d'Austria, che la invitarono a lavorare presso quei regni, ma l'attaccamento quasi morboso che la legava al padre la convinse a non allontanarsi da Venezia.

Si sposò con un gioielliere, Marco d'Agusta, da cui ebbe un figlio, Giacometto, la cui morte ad appena undici mesi la lasciò distrutta e senza alcuna velleità artistica. Si spense nel 1590, e venne sepolta nella meravigliosa chiesa °Gotica della Madonna dell'Orto, dove, dopo alcuni anni venne tumulato anche il padre, ormai vecchio...rimasti uniti così anche dopo la morte.
Storia struggente di un'artista di rare qualità, di una donna bella, intelligente e ricca di qualità che dovrebbe comunque essere ricordata un pò di più, ad onore delle donne veneziane, di tutte le donne che cercano di capire ed apprendere avidamente quanto di bello fa parte della 

cultura, della bellezza e delle risorse che appartengono a qualsiasi donna!
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12/03/2012
Le meravigliose scie delle barche veneziane: i merletti!

A raccontare la nascita dell'arte del merletto a Venezia vi sono due leggende: una racconta di un pescatore innamoratissimo della sua bella fidanzata che , inoltrandosi in mare aperto verso oriente udì il canto delle sirene: stravolto dall'impeto che provava verso questa musica ammaliatrice si fece forza e resistette: questa sua forza colpì molto la regina di questi esseri marini, che, volendolo premiare per il suo amore così intenso e perseverante decise di fargli un dono: con un colpo di coda sfiorò la chiglia della barca, e la schiuma del mare che si formò divenne un velo nuziale.Il giorno del matrimonio del pescatore e della sua fidanzata tutte le donne ammirarono con meraviglia quel velo leggero come una schiuma del mare, e decisero di cercare di riprodurre tale meraviglia.
L'altra leggenda narra di un vogatore che, dovendo partire per la guerra, donò alla sua amata una pianta marina da lui colta, una sorta di fiore che si sviluppava in petali, arabeschi, strano ed irreale, fiabesco!.
In attesa del suo amato la fanciulla passò il tempo realizzando una rete da pesca per il suo bel rematore che, in tempo di pace era pescatore. Al ritorno del suo uomo la fanciulla, le mani tremanti, fece cadere la tela appena finita, e questa si dispiegò facendo vedere il fiore marino da lui donatole.
Si sa comunque, al dilà di queste due romantiche leggende, che l'arte del merletto nacque del 1400, e si espanse quando la dogaressa Dandola 
Malipiero fondò una vera e propria scuola: si ebbe così la prima tecnica, denominata "punto in aria" eseguita con ago e filo e che realizzava disegni geometrici, fiori, volatili e ricami.
Da queste scuola ecco che la tecnica 

venne realizzata e insegnata anche presso gli ospizi come quello delle Zitelle, alla Giudecca o il Convento di Monache a San Zaccaria che ricevette la visita da Cosimo de Medici, Granduca di Toscana, dove le religiose che li dirigevano davano l'opportunità alle fanciulle più sfortunate di essere alloggiate e nutrite, oltre che ad imparare un mestiere. 

Nel 1600 nacque anche la tecnica di "punto a rosette".
Questa preziosa arte venne coltivata poi con maggiore impegno a Burano, a Pellestrina ed anche a Chioggia, e faceva parte della corporazione dei Merciai.
Sicuramente le trine di 

Burano sono tra le più preziose, delicate e fantastiche, anche se col tempo si perse un pò la passione e la voglia di questa forma creativa, ma ora, fortunatamente, sembra che ci sia da parte di alcune donne la curiosità, l'interesse e la voglia di rinnovare dei capolavori, trine delicate, spume di laguna, fiori preziosi talmente belli e delicati da stupire chiunque li veda: basta andare al museo del 





Merletto a Burano e si potranno ammirare capolavori leggeri come nuvole, e come tali, capaci di far sognare!
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05/03/2012
Venezia e la meravigliosa"strega" della mia infanzia!

Meravigliosa l'infanzia di ua bambina, una qualsiasi che è nata a Venezia; legata alla meraviglia di questa luce unica, tersa, variegata dai mille bagliori dell'acqua che languidamente accoglie queste isole e che rende un unicum, tra terra ed acqua, coscienziosamente e laboriosamente un insieme di stati; liquido e solido, per dare a chi la vive e a chi l'ha vissuta una serie di esperienze che nessuna persona che non le ha vissute sono comprensibili soltanto attraverso la fantasia.

E in questa infanzia io ho avuto il privilegio di accostarmi a persone e a reltà che fanno parte viscerale del mio essere, e che creano nei miei ricordi una sorta di insieme fiabesco che mi ha arricchita e resa ancor più legata ai più piccoli particolari di un ambiente assolutamente unico, sia fisico che culturale.
Nei miei primi ricordi l'immagine, spiata da me e dalle mie sorelle di una donna, una donnina qualsiasi, piccola, magra, i 
capelli ingrigiti , i vestiti lunghi e neri riparati da un grembiule grigio, che abitava a piano terra della casa in cui viveva mia nonna: La porta di ingresso, la penombra delle scale che alla sera diventava buio completo, e sulla destra, prima di salire i gradini alti e faticosi per le gambe piccole di una bimba, ecco una porta socchiusa:
Niente di meglio per attrarre la curiosità, ed ecco che, con il cuore in tumulto, la voglia di scappar via ed insieme di vedere, ai miei occhi appariva l'immagine di questa donna seduta accanto ad un camino che a me appariva enorme, ed al gancio appeso un paiolo che lei rimestava con un cucchiaio di legno, quasi assente, mentre nell'aria si spandeva un intenso odore di tabacco.

Per le mie sorelle e per me era l'immagine vera della strega, e così la chiamammo, rendendola in qualche modo oggetto delle nostre superstizioni, delle nostre fantasie e catalizzatrice delle nostre paure..la porta semichiusa, l'immagine, alla luce tremula della lampadina e l'intensa fiamma che scaldava il paiolo.
Per noi sorelle è rimasta "la Strega", ma nei nostri cuori è stata l'emblema di un modo di vivere Venezia da persone sole, da donne sole che hanno saputo creare attorno a loro un'aurea di mistero..condivisa con quelle piccole giovani donne ( noi sorelle) attraverso la fessura 
di una porta di ingresso lasciata volutamente semichiusa, dall'ammiccare di un gatto a volte pacioso ed altre volte scontroso, e riparata dalla vista degli indesiderati dalle foglie delle aspidistre che occultavano le finestre...quante emozioni ci donò quella "strega", e quante fantasie..e credo 


proprio che ne fosse talmente cosciente da sorridere li, dove ora si trova, di questa complicità e di questa esperienza unica nella vita di una bambina veneziana!
Grazie "strega"!.
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16/02/2012
Un'invenzione tutta veneziana: la Cassa Peòta.

I nobili veneziani passavano normalmente le loro vacanze estive in ville che facevano costruire lungo il fiume Brenta, o lungo il fiume Sile, ( descritte sapidamente da Goldoni con commedie come "le smanie della villeggiatura") e si alternavano in visite reciproche, chiacchierando, sparlando e amoreggiando!
Ma tutte le popolane veneziane cercavano di divagarsi, almeno un giorno una volta l'anno 

con gite n barche chiamate "peòte" che risalivano i fiumi, concedendo il divertimento di una gita in luoghi aperti e ricchi di verde...la campagna appunto: queste gite venivano chiamate "garanghelli": il termine garanghello venne chiaramente spiegato proprio dal fantastico Carlo Goldoni attraverso Anzoleto, nel mitico Campiello: Ghe lo spiegherò mi: se fa un disnar: "uno se tol l'insulto de pagar e el se rimborsa dopo delle spese a vinti soldi o trenta soldi al mese."
Certo erano donne che non avevano molti mezzi, per cui, per finanziare questi svaghi inventarono un sistema geniale e profiquo per poter risparmiare denaro: La cassa peòta. Era un'organizzazione in cui veniva designata una cassiera la quale versava una piccola somma iniziale, veniva quindi stabilita una quota che le componenti della Cassa dovevano versare per formare il capitale iniziale di questa piccola "banca".
Ogni socia era poi impegnata a chiedere un prestito dalla Cassa, restituibile in rate settimanali entro circa sei mesi, versando un piccolo interesse, fianziandosi così il sospirato "garanghello" o per utilizzare la cifra per spese impreviste o per piccole spese voluttuarie e contribuendo ad umentare il capitale della Cassa; qualora non avessero avuto disponibilità sufficiente di denaro per la rata, veniva pagata una piccola multa, per restituire quanto dovuto in seguito.
Le riunioni in cui venivano consegnate alla Cassiera le rate o le multe tutte le componenti della Società mangiavano e bevevano in compagnia. Alla fine dei sei mesi i denari ricavati dagli interessi e dalle multe venivano spesi per gite o per pranzi gioiosi in cui tutte si divertivano, in attesa di riprendere questo ingegnoso sistema per finanziare svaghi o per affrontare momenti particolari di necessità.
Le Casse Peòte sono continuate per secoli e dimostrano l'inventiva, lo spirito pratico e le capacità manageriali dei veneziani, specialmente delle donne che erano le vere amministratrici dei salari dei mariti e con loro volevano comunque godere dei piccoli piaceri della vita, donne consapevoli del proprio acume, allegre e fornite di inventiva e intelligenza!
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