20/07/2012
Le favole "povere" di Venezia raccontate dal popolo per celebrare la Serenissima!

Le favole veneziane sono poco conosciute, e il merito di averle raccolte in un libro va a Domenico G. Bernoni ed a Giuseppe Nalin. Sono favole che si possono definire "povere", nel senso che parlano di popolani, pescatori, anche se a volte aggiungono qualche regina o qualche ricca figlia di facoltosi uomini d'affari.
Alcune trovano ispirazione dalla potenza di Venezia nel Mediterraneo, nella velocità delle sue navi, nel trafugamento del corpo di S. Marco ad Alessandria d'Egitto da parte dei due furbi mercanti Buono da Malamocco e Rustico di Torcello ingannando gli "infedeli" ed anche il diavolo, come ad esempio la favola " Sette streghe che dalla mezzanotte al mattino andarono a tornarono da Alessandria d'Egitto".
Ci sono due versioni: nella prima un povero pescatore si accorse che il nodo con cui fissava la cima della sua barca veniva sciolto durante la notte. Una sera decise di vedere cosa succedeva, per cui si infilò nel fondo e rimase in attesa. A un certo punto, era giusto mezzanotte, arrivarono sette streghe che salirono a bordo, senza accorgersi di lui. La "capa"disse "sette in volo", ma la barca non si mosse , quindi aggiunse"evidentemente una di noi è gravida", e parlò nuovamente "otto in volo".
In quel momento la barca cominciò a volare così velocemente, e in un attimo 
si ritrovarono ad Alessandria d'Egitto, perchè questo era il luogo in cui le streghe si riunivano. Le donne scesero a terra. e qui le versioni divergono: in una anche il pescatore scese e si ritrovò nel giardino del Sultano, e qui colse un ramo di una pianta di datteri, che nascose sotto la camicia, quindi si riportò in attesa sul fondo del natante.
Tornarono le streghe, ancora "otto in volo" ed il 
pescatore si ritrovò alle Fondamente nuove, ancora sbigottito ma soddisfatto del viaggio e del suo furto così prezioso. L'indomani portò il ramo agli amici che lo riempirono di elogi e brindarono tutti per quel prodigioso avvenimento e per l'audace furto.
Nella seconda versione il pescatore si innamorò di una delle streghe, la seguì e si presentò a
lei. Presto i due si sposarono, ma ogni mercoledì e venerdì la sposa lo incitava ad andare in osteria con gli amici. Ma un venerdì, vigilia di Natale, egli rimase a casa ed allora la moglie, facendo un incantesimo lo portò con sè in un palazzo meraviglioso dove c'era tanta gente che lui conosceva, del cibo squisito e donne sfarzosamente vestite ed ingioiellate. A quel punhto gli si avvicinò il padrone di casa che gli offrì enormi ricchezze se lui avesse firmato un foglio: capì allora che quello era il Demonio e che voleva acquistare la sua anima.
Si fece riaccompagnare a casa dalla moglie, ma ora era infelice perchè non voleva più che sua moglie fosse una strega: si rivolse ad un sacerdote il quale gli spiegò che durante il sonno lo spirito diabolico della moglie si allontanava dalla fanciulla, per cui, una volta addormentata doveva tapparle il naso , la bocca e le orecchie in modo che l'invasore non potesse più rientrare in lei. Cosi' fece, e la moglie si svegliò felice e dolce come ogni donna normale: si fece chiamare Maria, perchè il Diavolo non può toccare nessuna donna che porti questo nome.

Un'altra favola invece racconta di una regina il cui marito era spesso impegnato in battaglie, tornando a casa di tanto in tanto. La Regina era perseguitata da una strega la quale, ogni volta che la donna partoriva le prendeva il figlio e lasciava al suo posto un cucciolo di cane. La prima volta il re si trovava a Cipro, la seconda a Candia e la terza in Morea, ma tornò giusto in tempo per smascherare la strega, che fu posta al rogo, mentre un vecchio pescatore ritrovò in un cesto i tre bambini che erano stati affidati alla laguna.
Il re allora riconobbe i propri figli e li battezzò con i nomi di Cipro, Candia e 

Morea, le tre più importanti conquiste della Serenissima nel Mediterraneo. Naturalmente il re e la regina stanno a dimostrare la sovranità di Venezia,e la storia vuole celebrare la gloria della grande Repubblica, allora dominante e retta da persone illuminate e lungimiranti.
Il grande narratore di fiabe di Venezia, acerrimo nemico di Carlo Goldoni, Carlo Gozzi, scrisse delle meravigliose e raffinate fiabe, che parlavano di oriente di principesse, di re, di atmosfere esotiche...tra cui l'amore delle tre melarance, e la famosa Turandot che venne poi utilizzata per creare il libretto per la meravigliosa e straordinaria musica di Puccini, ma questa storie non appartenevano veramente ai veneziani.. si nutrivano di un mondo talmente di fantasia, illuminato dalla luce della laguna, dai suoi intriganti riflessi....tutta legata ed ispirata al confine sottile tra una realtà di un popolo di artigiani, tagliapietre, pescatori, ortolani....questo a spiegare le mille sfaccettature delle anime di Venezia di cui noi veneziani siamo orgogliosamente figli.
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04/04/2012
Carlo Goldoni e Carlo Gozzi: due grandi autori in eterna polemica, espressioni diverse del Teatro Veneziano.


Carlo Goldoni, il "narratore" della Venezia settecentesca fu molto amato ed apprezzato dal pubblico e da altri artisti famosissimi dell'epoca, come Goethe, ma venne bersagliato da critiche e da polemiche prima da parte dell'abate Chiari, modesto letterato convinto, a torto, del proprio valore, ed in seguito da Carlo Gozzi.
Bisogna considerare che all'epoca
il teatro a Venezia era vivo e si collegava in modo determinantre alla vita della Società del tempo: basta pensare al sottotitolo del "Teatro alla moda" di Benedetto Marcello per considerare il gran numero di persone che vi lavoravano "Metodo facile, sicuro per ben comporre, ed eseguire Opere italiane in musica all'uso moderno, nel quale si danno avvertimenti utili e necessari a Poeti, , Compositori di Musica, musici dell'uno e dell'altro sesso , Impresari, Suonatori, ingegneri, pittori di scene, parti buffe, Sarti, Paggi, Comparse, suggeritori, copisti, protettori e Madri di virtuose, ed altre persone appertenenti al Teatro".
Tutti questi consigli sono dati in tono ironico all'epoca del libro del 1721 e illuminano una zona della vita veneziana del tempo che trova corrispondenze precise nella vita sociale e artistica un pò comune alla situazione del Teatro italiano del 700.


Per Goldoni la polemica si inasprisce negli anni in cui compie alcuni suoi capolavori come " I Rusteghi", " Le smanie per la villeggiatura", " Sior Todaro Brontolon", " Le Baruffe Chiozzotte", dal 1760 al 1762, anni nei quali viene dato un riconoscimento sempre più ampio della sua arte comica.
Il Conte Carlo Gozzi, uomo legato al passato critica e disprezza le opere di Goldoni perchè nella sua natura di conservatore ritiene , che la struttura sociale in cui viene ambientata l'opera del suo rivale non sia più quella della Repubblica di Venezia, non tanto come riforma teatrale la peculiarità delle opere di Goldoni, qwuanto un preavvertimento della precarietà del mondo che lo circondava, la sofferta sensazione di disgregamento d'un sistema di vita che testimoniava nella seconda metà del settecento i segni del declino della Serenissima.
Il Gozzi, nei suoi lavori letterari, è dotato di ironia e ama il mordente della satira, e mentre può trovare un facile bersaglio nelle modeste opere dell'Abate Chiari, non può criticare così 
apertamente ed aspramente l'arte di Goldoni, che aveva invece resi sempre più corali i nessi compositi delle sue commedie, fino al capolavoro "Le baruffe Chiozzotte", in una cerchia popolare e borghese.
Il nuovo teatro, secondo Gozzi, aveva tradito le invenzioni di fantasia e quell'anelito di evasione che erano sempre stati ansiosamente ricercate negli spettacoli di creazione Veneziana, specie nell'opera lirica, che di adattavano perfettamente a quella suggestione poetica e favolistica, cercando di ottenere l'illusione teatrale di indirizzo elegiaco ed arcadico.


E' questa l'espressione precisa dei lavori di Carlo Gozzi: il teatro di fiaba come l'amore delle tre melarance" e "Turandot"porta il pubblico in un mondo ironico, divertente, sul filo della commedia dell'arte, delle maschere, della rappresentazione di un 

Oriente favoloso e di una comicità che si libera del realismo quotidiano, mentre da Ruzzante a Goldoni le commedie riflettono saldamente la realtà e portano il timbro della voce del popolo.
"Turandot" venne rappresentata a Venezia nel 1762, fu tradotta in tedesco da Sciller e messa in scena al teatro di Weimar da Goethe (che molto ammirava Gozzi) Nel novecento venne musicata da Ferruccio Busoni, ed infine Giacomo Puccini espresse uno dei suoi massimi capolavori.
"L'amore delle tre melarance", rappresentata nel 1761 al Teatro S. Samuele, venne musicata nel 1921 da Serghey Prokofiev, con un adattamento del libretto fatto dallo stesso musicista.
Goethe racconta dettagliatamente del suo incontro con il teatro veneziano, con le opere ed i balletti. L'incontro che il poeta ricorda con più entusiasmo è quello con "Le baruffe chiozzotte" di Goldoni, la sera del 10 ottobre rappresentata al Teatro S. Luca dalla compagnia di Antonio Sacchi: " Non ho mai assistito, dice Goethe, in vita mia ad un'esplosione di giubilo come quella cui si è abbandonato il pubblico a vedersi riprodotto con tanta naturalezza. E' stato un continuo ridere di pazza gioia dal principio alla fine".
In seguito a Roma il poeta tedesco ebbe modo di assistere alla rappresentazione della "Locandiera": " anche qui la base su cui si regge lo spettacolo è il pubblico; gli spettatori sono a loro volta attori e così la folla si fonde completamente con lo spettacolo".

Purtroppo, amareggiato dalle polemiche il più amato dei commediografi Veneziani, voce del popolo decise di trasferirsi a Parigi, e lasciò al suo pubblico come congedo la figura allegorica nella sua opera d'addio " Una delle ultime sere di Carnevale". " Anzoletto, disegnatore per ricami chiamato in Russia da suoi clienti, e non è tanto una venatura di nostalgia preventiva, di commozione aperta, quanto la maniera con cui si concreta in una scena festosa e variopinta, in una cena di ultima sera di carnevale, e dunque non in forme patetiche, ma in un rinnovato omaggio alla vitalità sderena di una società attiva e fiduciosa, in una replicata prova della simpatia poetica del Goldoni per il suo mondo più vero" ( W. Binni in Storia della letteratura italiana - il Settecento- Milano 1968).
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13/09/2011
Venezia: centro dell'editoria e della cultura in Europa

Il Tempio della Cultura di tutta Europa fu, nel 1500 la Libreria del Sansovino (edificio splendido e lodato pure dagli architetti contemporanei, come Palladio); il suo prestigio era effettivo dato che Venezia era un centro culturale europeo, basato sulla valorizzazione della cultura classica e legato, oltre che per le opere contenute ( la biblioteca dono del Cardinale Bessarione, formata da incunaboli, libri scritti in greco, libri arabi, preziose incisioni)) quella di Francesco Petrarca che ne fece dono anch'esso alla Serenissima, ma anche e soprattutto per il rapido sviluppo in questa città dell'editoria.
Le attività imperniate nella nuovissima arte della stampa ebbero infatti a Venezia , alla fine del quattrocento, un 


rapido sviluppo che si estese e si consolidò fino al 1500.
Nel 1469 si trasferirono nella Repubblica i primi stampatori tedeschi e, appena quindici anni dopo il primo libro stampato a caratteri mobili da Gutemberg a Magonza, iniziarono la produzione libraria: questa si sviluppò immediatamente sollecitata dalla sempre maggior richiesta di libri soprattutto di cultura letteraria, umanistica e scientifica.
La produzione divenne imponente: prima del 1500 operavano nella città 154 officine che produssero tremila
edizioni, equivalenti a oltre due milioni di copie: ricorda Lino Moretti ( il libro veneziano nei secoli, 1973) che dal 1495 al 97 furono pubblicati in Europa 1821 libri e di questi ben 447 , quasi un quarto, a Venezia.
Nel cinquecento, superata la crisi dei primi decenni, Venezia visse il suo secolo di opulenza che fu anche il secolo d'oro della stampa Veneziana. In questi cento anni si annoverarono 493 ditte tra tipografi, editori e librai.
Oltre al numero i libri veneziani erano apprezzati e riconosciuti per alcuni pregi intrinseci: la qualità della carta che veniva da Fabriano nelle Marche o dal Friuli, la nitidezza dei caratteri e la raffinatezza delle illustrazioni e delle decorazioni in cui si rifletteva lo splendore dell'arte Veneziana di quel periodo: la pregevole fattura delle rilegature specie quelle in pelle di ispirazione persiana.

La personalità che più contribuì al prestigio europeo del libro veneziano di Aldo Manuzio: nativo del Lazio, dotto umanista prima di diventare stampatore ed editore di opere classiche egli giunse a Venezia quarantenne e vi operò dal 1489 al 1515, pubblicando più di trenta volumi classici, soprattutto greci, (Archimede, Omero, Esopo), in lingua originale, e la famosa e splendida opera "Hypnerotomachia Poliphili" (1499) di, si dice Francesco Colonna, sacerdote veneziano, e xilografie di Mantegna, ma la storia di questo libro ed il suo significato alchemico è così importante che ne parlerò a parte.


Le edizioni Aldine divennero famose ed inconfondibili, non solo per l'alta qualità della stampa e delle decorazioni, ma anche dalle dimensioni dei volumi, che dal formato "in folio" fu ridotta "in ottavo";
Tale riduzione unita all'uso di una carta più sottile ma resistente resero il libro molto più maneggevole.
L'attività editoriale veneziana del cinquecento fu connotata da una grande apertura culturale: venivano pubblicati libri in latino, in greco, in volgare, in slavo, in armeno, in 
ebraico oltre che le prime e più belle edizioni musicali.
Dice sempre il Moretti: Proprio al libro di un patrizio veneziano, edito a Venezia, " Prose della volgar lingua" di Pietro Bembo, l'Italia dovrà la costituzione della sua lingua letteraria sui modelli di Petrarca e di Boccaccio.
E proprio la presenza di Francesco Petrarca che nella Serenissima abitò nel 1362 in un casa donatagli dal Senato sulla Riva degli Schiavoni, prima di trasferirsi ad Arquà, ed il dono alla Marciana della sua preziosa raccolta di manoscritti, furono certamente elementi determinanti per avviare l'apertura in senso italiano della cultura veneziana, che, perdendo la propria provincialità divenne l'elemento propulsore della nuova letteratura in "volgare".
La Repubblica veneziana, con una classe dirigente formata prevalentemente da un ceto aristocratico colto e raffinato, seppe capire l'importanza della cultura come fattore determinante del prestigio politico e di conseguenza facilitò la venuta e l'operosa pemanenza a Venezia delle più diverse personalità, non restingendosi in campanilistiche preclusioni.
Menti illuminate in una città fortemente portata all'arte, alla bellezza, alla capacità di rapportarsi con gli gli altri, in tutti i settori.
20:38 | Link permanente | Commenti (1) | Tag: aldo manuzio, editoria, tradizioni, venezia nascosta | |
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