08/05/2012
Massoni e la Basilica di S. Marco a Venezia
Avevamo parlato dei taiapiera veneziani, della loro corporazione legata prima ai templari e poi alla Massoneria.
E proprio i muratori, i costruttori (come i tagliapietra) lasciarono una loro evidente traccia sulla facciata della Basilica di S. Marco.
Ma come i tagliapietra si sono riuniti in confraternita, divisa poi in gradi, così come i regolamenti massoni (cioè i grandi muratori) sappiamo che i loro santi protettori erano i quattro coronati, cioè liberi muratori che si erano rifiutati di scolpire statue di divinità pagane per l'imperatore Diocleziano. I loro nomi erano Claudio, Nicostrato, Sinfroniano e Simplicio. e per il rifiuto vennero martirizzati.
Essi vennero rappresentati nell'arca di S. Agostino da Pavia, eretta intorno al 1370 da fratelli Comacini (Bonino, Matteo e Zeno).
Nell'introduzione del regolamento dell'ordine dei tagliapietra tedeschi si legge: IN nome del Padre, del figliolo, dello Spirito Santo, della Gloriosa Vergine Maria ed anche dei quattro tagliatori giustiziati sotto Diocleziano.
Vi è comunque un'altra versione, la più accreditata dai Massoni, che riguarda i quatuor coronati, e che comunque è una sovrapposizione di due leggende:
Quattro fratelli Severus, Severinus, Cerfophorus e Victorius era soldati agli ordini di Diocleziano, ma all'ordine dell'Imperatore di adorare gli idoli pagani si rifiutarono per cui vennero uccisi e i loro corpi dati in pasto ai cani.
Ma le spoglie rimasero intatte, per cui la gente pietosa li raccolse e li seppellì nelle tombe di Claudius, Nicostratus, 
Sinphronius, Castorius e Simplicius, scalpellini messi a morte dall'imperatore qualche tempo prima per essersi rifiutati di scolpire statue pagane.
Da questa sovrapposizione ecco l'immagine dei quatuor coronati con gli attrezzi tipici dei muratori. Nel "Poema Regius dell'Ars Massonica" (1390) vi è l'aggancio con l'arte massonica classica : " affinchè possiamo apprendere bene questi articoli e questi punti tutti insieme, come fecero questi quattro Santi martiri che diedero grande onore a questa arte, che furono così buoni massoni come non ce ne saranno nella terra.


Il più antico documento massonico è chiamato regio perchè si trovava alla Royal Librery, poi venne trasferito al British
Museum.
Il regolamento comacino formò quindi il quadro di ciò che fu poi la corporazione.
I comacini, maestri ed allievi, avevano necessità per l'autodifesa in un ambiente estraneo e parzialmente avverso, di una unione che sopravvivesse, ad un ordinamento prettamente artigianale, con un legame personale e partecipativo.
Benedetto Antelami, uno degli allievi dei maestri comacini venne a Venezia, contattando così i tagliapietra veneziani i quali si riunirono appunto in confraternita, recependo ed accettando le regole massoniche, sotto l'egida dei quattro coronati. Rimangono inoltre tracce documentate della presenza a Venezia, verso la metà del 14° secolo, degli architetti Pietro Baseggio e Enrico Tajapiera che sembra abbiano collaborato alla costruzione di palazzo Ducale.
Uno dei simboli più importanti di questa appartenenza alla Massoneria era rappresentata, oltre che da altri simboli, anche da dei nodi di Salomone raffigurati, disegnati, incisi, su mosaici, o su colonne: il significato di questi nodi è sia il legame di fratellanza e di unione, tipico dell'iconografia massonica che il concetto della Santissima Trinità, e sulle colonne rappresentano un legame che va dalla terra al cielo.



Sulla facciata della Basilica di S. Marco vi sono quattro colonne legate da nodi, inframmezzate da finestrelle graziosasmente ornate, e sopra ogni nodo appare il simbolo degli evangelisti, da sinistra a destra il Bue, simbolo di Luca, il Leone, Marco, l'Aquila, Giovanni (il santo più venerato dai Massoni) e l'uomo Alato per Matteo.
Non solo, ma anche una parte della balaustra, sempre al piano superiore, è ornata da colonne "annodate".

Diverse colonne col nodo si trovano in altre città italiane, come a S. Zeno, a Verona, costruite in marmo rosso, a MIlano ecc.
19:42 | Link permanente | Commenti (8) | Tag: mistero, misteri, massoni, colonne annodate, basilica di s. marco, venezia | |
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04/05/2012
Le tracce del mito di Antenore a Torcello, prima della nascita di Venezia.


Molto prima della nascita di Venezia la laguna era molto trafficata dalle navi di mercanti greci che a loro volta seguivano le tracce dei propri antenati ,i Micenei.
Molte erano le tracce che testimoniavano questi viaggi, ma proprio a torcello il grande esploratore ed antropologo veneziano, Giancarlo Ligabue fece, nel 1982 delle eclatanti scoperte come reperti di vasi micenei antichi, antecedenti e di molto, 

quindi, l'inizio della storia di Venezia. Ora questi preziosi reperti sono conservasti presso il Museo Archeologico di Venezia, al primo piano delle Procuratie nuove a S. Marco.


Tutto questo avvalora il mito di Antenore, il guerriero fuggito da Troia sconfitta assieme ai suoi compagni Enetoi (o Veneti) provenienti da Plafagoria in Asia Minore.
Il loro percorso è descritto da Virgilio nell'Eneide: Antenore, sfuggito dalle mani degli Achei partì addentrandosi nei golfi dell'Illiria, spingersi nel cuore del Regno dei Liburni, e superare la foce del Timavo. In questa terra egli fondò la città di Padova e stabilì la sede dei Troiani...qui diede il nome alla 
sua gente, appese le armi di Troia e qui riposa sereno nella tranquillità della pace (Eneide I 242-249).
E a Padova, in Piazza Antenore , proprio davanti al Palazzo della Provincia, c'è la tomba dell'eroe.
Seguendo quindi le medesime rotte, i greci di Siracusa decisero di fondare Adria, in una zona malsana e nebbiosa, così distante dai canoni paesaggistici e logistici a loro tanto cari, e la città divenne così importante da dare il nome al nostro meraviglioso mare (Adriatico), proprio perchè Adria era logisticamente il luogo di incontro di carovaniere provenienti dal centro Europa, ed altre in epoca protosdtorica avevano come capolinea la foce del Timavo, il caput Adriae , raggiungibile da Adria attraverso la navigazione protetta entrolagunare.


Non a caso ad Adria fanno capo il canale scavato dagli Etruschi da Spina, (anche nell'epoca del primo millennio a.c le opere idrauliche costavano e non 

ci sarebbe stato motivo farlo se non ci fossero stati interessi economici) quello costruito dai Greci fino alla laguna, è la cosidetta fossa Filistina, che ha dato nome a Pellestrina, poi divenuta sotto i romani fossa Clodia, dando il nome a Chioggia.
Lo stesso generale Cleonimo, principe spartano arriva con una flotta da guerra in laguna, la riconosce perchè vede in lontananza i colles (ovvero i colli Euganei), e vi si avventura senza problemi. Solo avendola conosciuta precedentemente e apprezzandone il valore strategico ed economico, una armata greca si sarebbe avventurata con tanta dimestichezza. E ciò avveniva nel quinto secolo a.c.
Ci sono quindi tutte le premesse perchè la misteriosa, leggendaria storia della laguna di Venezia trovi finalmente puntuale riscontro.
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30/04/2012
Torcello e le : parecchie Venezie!

La zona lagunare veneziana all'epoca di Eraclio (circa 600 d.c) imperatore di Costantinopoli, era un angolo di territtorio bizantino, che faceva parte della provincia di Venezia a capo della quale (sulla base di varie testimonianze storiche) c'era un "magister militum" (governatore), alle dirette dipendenze dell'Esarca di Ravenna.
La Chiesa di S. Maria Assunta di torcello fu costruita per ordine dell'esarca Isaac, e a lui dedicata per "volere di Dio", a ricordo dei suoi meriti e a quelli del suo esercito.

L'opera venne compiuta dal magister militum Maurizio, governatore appunto della provincia di Venezia, mentre risiedeva in quel luogo di sua proprietà! Torcello fu una vera città, nobile e ricca di monumenti, un'altra Venezia che noi non conosciamo ; poi fu abbandonata perchè il corso del fiume Sile, non ancora regolato definitivamente nel suo letto, aveva reso insalubre ed inabitabile il luogo.
La città, abbandonata, divenne una cava di pietre e di frammenti preziosi per la vicina Venezia nascente, che sempre più si ingrandiva e più necessitava di pietre provenienti da qualsiasi luogo. Le maree portarono via altra terra e l'isola di Torcello rimase nelle dimensioni attuali, con poche case, un piccolo prezioso palazzo del Consiglio, un altro per la Podestà e l'antica cattedrale anteriore alla Basilica di S. Marco.

Accanto ad essa una chiesa dedicata a S. Fosca, martire di Ravenna, contemporanea a S. Marco, che trasse l'ispirazione dallo stesso ceppo bizantino.
Vista dall'alto l'isola di torcello è al centro del grande arco segnato dal bordo dell'acqua della laguna sul litorale della terraferma, a poca distanza dalle dighe ove la laguna si incontra con il mare e nella costellazione delle varie isole che fanno corona a Venezia.
Attorno alle due vecchie chiese, miracolosamente rimaste intatte, una di quattordici e l'altra di nove secoli tutto venne distrutto: è rimasta qualche semplice casa , avvolta nella lucentezza ferma ed estatica della luce.
L'opera dell'uomo appare immensa come in pochi luoghi della terra nel respiro largo e solenne della natura. La si avverte ovunque, nel salmastro del vento che giunge dalle maree che lambiscono la poca terra dell'isola, nelle piante che si nutrono vicino all'acqua, nella commovente fragilità delle cose umane a paragone dell'esaltazione che ne da il cielo, al suo continuo tramutarsi nello specchio dell'acqua nelle varie ore del giorno.
Per comprendere l'essenza di Venezia bisogna prima comprendere questa originaria struttura, come la videro i primi abitanti che dovettero rassodare con le mani la terra per costruire le proprie case, dopo aver abbandonato le antiche e fiorenti città romane della costa verso zone più protette dalla natura e più vicine al traffico marinaro che legava con un nuovo vincolo più attuale rispetto a quello dell'epoca romana, le città dell'alto adriatico.
Si formò così la nuova civiltà degli abitanti di Venezia: popolazioni che rinnegavano la terraferma scegliendo le nuove avventure sul mare. l'Occidente , considerato come terraferma, non interesserà più per molti secoli. Il centro di Torcello si costituisce prima di Rialto, da cui sorgerà Venezia: sembra che intervengano forze mitologiche che si tramandano nelle leggende, come nell'antica Roma, a determinare infine il luogo della città, a scapito anche di Eraclea e Malamocco,, oltre ad altre isole di cui ora è rimasto soltanto il nome.: Maurice Barrès dice: "gli uomini tentarono parecchie venezie prima di riuscire a formare quella che amiamo".

L'immagine che John Ruskin dà della cattedrale di Torcello, come di una grande nave, novella arca di Noè, che si è salvata intatta dal naufragio . è perfetta e, " chi vuole imparare" continua Ruskin, "con quale spirito cominciò l'impero di Venezia e con quale forze essa riuscì vincitrice in avvenire, non cerchi di stimare le ricchezze dei suoi arsenali e il numero delle sue armate, non guardi la pompa dei suoi palazzi, nè entri nel segreto dei suoi consigli, ma salga la più alta fila dei severi gradoni ad anfiteatro che circondano l'altare di Torcello e allora riporti il ponte della benigna nave-chiesa dei suoi marinai e cerchi di sentire in sè la forza di cuore che fu accesa in loro".



Alla spontaneità e bellezza della natura corrisponde l'autenticità dell'arte, fedele alle origini paleocristiane e bizantine della città di Venezia; Torcello è stato un anello di sintesi di civiltà così diverse: sembra che il tempo si sia fermato su queste testimonanze. Nella piccola piazza del luogo sono fiorite le leggende più antiche, come quella che circonda il presunto trono di Attila, blocco di marmo possente che, unico, avrebbe avuto il privilegio di sostenerne la terribile violenza.
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16/04/2012
Il miracolo di S. Marco a Venezia: il ritrovamento delle reliquie!

Tutti, bene o male, conoscono la storia del'arrivo delle reliquie di S. Marco a Venezia: furono due mercanti, Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, che trafugarono le spoglie ad Alessandria, e celato in una cesta contenente carne di maiale, considerata impura dai musulmani, venne portato a Venezia.
Sembra comunque che Venezia fosse la meta finale del corpo di questo Santo, che giunto a Roma assieme all'Apostolo Pietro venne da questi inviato in Italia Settentrinale: ad Aquileia Marco convertì Ermagora, che poi divenne primo vescovo di quella città, quindi, partito per destinazione Alessandria d'Egitto venne costretto da una tempesta ad approdare alle isole Realtine, il fulcro della nascente Venezia. Addormentatosi egli sognò un angelo che gli diceva " Pax tibi Marce, evangelista meus", e gli promise che in quell'isola egli avrebbe riposato fino all'ultimo giorno.
In seguito raggiunse Alessandria ,dove dopo essere diventato vescovo, subì il martirio che lo portò alla morte il 25 aprile de 78 circa. Ed è qui, appunto, che i mercanti veneziani presero il suo corpo e con astuzia, lo portarono a Venezia.
Era l'829, e l'onore di poter ospitare le spoglie di un evangelista spinse lo stato veneziano a costruire una degna chiesa per poterlo ospitare ed esporre al culto di tutti i veneziani: S. Marco è quindi anche il patrono dei cestai, visto l'insolito mezzo con cui venne portato nella Serenissima.
Nel 1063 ebbe inizio la costruzione della chiesa, che subì, purtroppo, un incendio, tanto che l'edificio venne ricostruito....e nel 1094 era finalmente pronto per essere consacrata a Dio e a S. Marco.
Purtroppo però, durante i lavori di restauro, si scoprì che la teca contenente la preziosa reliquia era scomparsa: questo provocò grande cordoglio dal Doge alla popolazione veneziana: vennero organizzate novene, preghiere, processioni e invocazioni al Divino per poterla ritrovare.
Il 25 giugno 1098, giorno della consacrazione, accadde un miracolo rimasto negli annali di Venezia, ma raccontato in modo diverso: sembra che nel momento culminante della celebrazione da una colonna della Basilica apparve un braccio, ad indicare il luogo tanto cercato; altri raccontarono che apparve il Santo in persona, ma Giacomo Casanova racconta, nelle sue memorie, che sulla colonna contenente i sacri reperti apparve l'immagine del Leone alato, simbolo proprio di S. Marco.

Comunque sia, subito dopo si provvedette a forare la colonna indicata, e miracolosamente le reliquie riapparvero: come racconta Casanova, fu così che la Serenissima salutò S. Todaro, per affidare le sue fortune e il suo orgoglio all'evangelista. Per secoli S. Marco venne così festeggiato il 25 Aprile, (giorno della morte) e il 25 giugno, giorno del suo miracoloso ritrovamento, con la medesima pompa ( Venezia curava con fasto e con solennità le proprie cerimonie).
Ora si festeggia soltanto il 25 aprile, ma con entusiasmo e con una tradizione straordinaria, dolce e romantica che rendeva e tutt'ora rende omaggioi alle donne veneziane, ma di questo vi parlerò il 25 aprile.
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03/03/2012
Le ali volanti di Venezia: cocài e magòghe!

Non solo la vita acquatica, ma anche quella aerea rendono ancor più composito l'ambiente di Venezia: fantastici i cani i gatti i passeri, i colombi, ma anche una parte della popolazione "aerea" è caratterizzata, come tante città di mare, da diverse specie: le popolazioni fornite di ali si differenziano tra la città, il primo entroterra, e la laguna: questa ospita anatre, aironi, etc. mentre la città vera è sede di "abitazioni" di gabbiani.


Ma non si tratta di un'unica specie: ci sono i "cocài" (cocàl al singolare) che è di stazza media, bianco e un pò grigio, volatili abbastanza tranquilli, non voraci come i ""magòga", chiamato "gabbiano reale" è spesso più grande di una gallina, tutto bianco e con il becco giallo.

Quest'ultimi amano creare il proprio nido sui tetti dei palazzi più alti, il becco sempre rivolto al vento, quasi a controllare, con arrogante sicurezza, tutta la vita aerea dei cieli veneziani: non pochi passeri sono stati vittima dei loro becchi voraci.
I luoghi aperti , come la Riva degli Schiavoni o le Zattere, questi gabbiani, decollando dai tetti dei meravigliosii ed alti palazzi sfruttano le correnti d'aria che, che , sfruttando i venti della laguna che rimbalzano sulle facciate ricche ed decorate, formando un cudcinetto d'aria , volano in linea retta senza perdere un centimetro di quota, "galleggiando" sulla linea delle case e, come alianti, senza battere le ali.
Questo tipo di volo viene chiamato "in dinamica", unendo a questa tecnica lo sfruttamento delle correnti d'aria calda che esalano dalle case e dal selciato e che salgono girando in torno , sempre con le ali distese e leggermente piegati verso il centro di questa corrente "termica", in modo da fare un sorta di elica.
Tutti abitanti, residenti, essenze di questa città che, come ogni città di mare ha vissuto e continua a vivere questa meravigliosa realtà di un'essenza legata alla sua culla ,il mare ed i suoi abitanti naturali.
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26/02/2012
inaspettate tracce della clavicola di re Salomone
Ci troviamo nella calle dei Preti o del Pistor, ed andiamo a cercare un esempio di una traccia precisa legata ai templari, ai rosacroce, alla clavicola di re Salomone.
Passiamo il campiello dei preti o del pistor, su cui troneggia una meravigliosa vera da pozzo: sappiamo che nella chiesa di S. Pantalon ci aspetta l'immagine straordinaria dello spettacolare dipinto su tela, di grandissime dimensioni, forse il più grande in Italia e nel mondo,eseguito nell'arco di ventitrè anni (1680-1704) dal pittore veneziano Gian Antonio Fumiani che qui fu sepolto nel 1710.
All'interno di una prospettiva di notevole efficacia si narrano i momenti più salienti della vita e del martirio di San Pantaleone.


Ma ora torniamo indietro ed entriamo in Campiello Cà Angaran e troviamo una delle sculture erratiche più affascinanti della città: L'Imperatore bizantino (arte 
costantinopolitana del XII° secolo).
Nella collezione Dumbarton a Washington ne esiste uno quasi eguale e, secondo gli studiosi, si tratterebbe di Isacco II° Angelo (1185-1193 e 1203 - 1204) o del fratello Alessio (1195-1203).
Altre la datano addirittura al X° secolo e sostengono trattarsi di Leone VI° detto il Saggio Filosofo.
Lasciamo quindi questo campiello, ma non con il cuore e l'emozione, in quanto il mistero rimane tale: come sia finito appeso ad un muro questo tondo magnifico che in qualche modo rientra, nelle numerose tracce lasciate dai Rosacroce per chi, seguace ed introdotto è ancora alla ricerca dell'arcano che cela il tesoro legato alla clavicola (piccola chiave) di Re Salomone, che non è una vera chiave, ma appunto una serie di simboli e significati per portare l'affiliato alla pietra filosofale: cioè all'opera finita: un percorso umano ed alchemico insieme in questo mondo, nei suoi elementi, nella ricerca del divino...e dell'essenza stessa della vita.



E Venezia è una fonte di risorse e di scoperte.
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18/02/2012
Venezia: città alchemica e il suo meraviglioso labirinto acquatico!
L'immagine di Venezia come città è legata all'idea del labirinto: già i numeri civici sono singolarmente legati a un sistema molto particolare che rende praticamente impossibile, per chi non conosca questa meravigliosa città , trovare un indirizzo in modo pratico: ogni sestiere ha una numerazione civica che si espande da unn elemento caratterizzante il sestiere, come ad esempio un castello nell'omonimo sestiere, o la vicinanza della basilica di S. marco, per cui facilmente si potrà trovare il numero 1 accanto all'ultimo numero del sestiere.
La ricerca della destinazione diventa un'avventura meravigliosa (perchè si
gira, si osserva, ci si inoltra in calli, campi e campielli) e la ricerca nella città diventa un ancorarsi a nomi di calli ( di calle drio la Chiesa che ne sono in quantità, cone Calle del Gesù o Calle della Madonna, ma qui sono distinte proprio dal Sestiere), a meno che non venga nominato un palazzo storico, o comunque noto...la buona volontà aiuta!
Tutto questo sembra in qualche modo legato all'immagine del "labirinto acquatico", rappresentato nel libro alchemico , una delle prime basi dell'alchimia , "Hypnerotomachia Poliphili", il libro conservato presso la 

Biblioteca Marciana, donato dal cardinale Bessarione, ed alla base delle scienze orientali acquisite e studiate nell'occidente.
Venezia è quindi un esempio fantastico di un labirinto non solo acquatico, ricca com'è di rii, che la collegano e che diventano quasi un sistema circolatorio di un corpo vivo, vibrante, ma anche terreno, ricca com'è di calli, callette, sottoportici, rive, salizzade, campi e campielli, ma che diventa acquatico quando l'acqua alta sommerge tutto, e la rende un unicum.
Ecco quindi l'immagine e l'essenza di questa città unica al mondo : uno straordinario labirinto terreno-acquatico che la rende sempre e comunque diversa in ogni momento della sua e della vita dei suoi abitanti, confermando quindi l'essenza vera di Venezia , città d'acqua, nata nell'acqua e mutevole come le maree, dolcissima nei suoi giorni di calma, fantastica nell'iridescenza delle sue onde e abbandonata, come una donna innamorata, all'amore del suo mare e della sua laguna!
17:45 | Link permanente | Commenti (2) | |
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06/02/2012
La splendida isola di Mazzorbo, la campana tra le più antiche d'Europa e le deliziose castraure.-
Nell'epoca romanica, a parte Torcello molto conosciuta era una località conosciuta comne " Majurbum urbs" o " Maiurbo"un'isola adiacente a Burano, ed ora collegata anche con un ponte, dove gli altinati avevano costruito numerose ville destinate alle vacanze estive.
Il periodo di maggior splendore dell'isola fu dal 1300 al 1400, era la più grande isola del nord laguna . ed un canale la divide in due parti: nel periodo più aureo una parte vennero consacrate delle chiese dedicate a Santo Stefano Protomartire la cui fondazione risaliva al 785 d.c, dato che dimostra
che Mazzorbo è ancor più antica di Burano, dei Santi Cosma e Damiano e quella di S. Michele Arcangelo.
Nel 1500 le ultime due chiese vennero soppresse, mentre quella dedicata a S. Michele Arcangelo venne demolita nel 1800, lasciando soltanto il campanile. Nell'isola vennero edificati anche tre monasteri: nel 1300 Quello di Santa Maria di Valverde, nel 1630 il monastero e la chiesa dedicati a S. Maria delle Grazie, di cui non rimsne più alcuna trasccia, mentre rimane quello di S. Caterina da Siena: 

la Chiesa edificata nel 1300 in stile romanico-gotico, e la campana del suo campanile, costruito nel 1318 è tra le più antiche d'Europa.
L'Isola di fronte era suddvisa in due parrocchie: nel 1298 venne costruito il Monastero di S. Matteo, concesso alle monache Cistercensi provenienti dal convento di Costanziaca, trasferite poi nel 1806 alla Celestia; nel 900 venne costruito da una nobile
padovana, chiamata Margherita. Nel 1438 vi si trasferirono le benedettine provenienti da Sant'Angelo d'Ammiana.

Mazzorbo era quindi un'isola, antica, popolata da agricoltori (famose sono le deliziose castraure) e pescatori, e , come già detto, i nobili del centro di Venezia 

costruirono diverse bellissime ville, per trascorrervi le vacanze. Tutt'ora qualcosa dei vecchi monasteri è rimasto e alcune antiche ville sono ancora da visitare ed ammirare. Una gita nella gita per chi a Venezia viene o a Venezia vive!
12:50 | Link permanente | Commenti (0) | |
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23/01/2012
Arlecchino, dalle origini ai mille colori del Carnevale a Venezia
Delle maschere più famose, proposte dal grande autore veneziano Carlo Godoni, figura Arlecchino: nato nel bergamasco e dipinto come un servitore sciocco, ma rivalutato proprio dal grandissimo commediografo veneziano che lo ripropose come figura sveglia, fuba, maliziosa e vincente: quasi diabilica ..legata quindi alla sua origine.
Arlecchino nasce dalla "contaminazione" dello Zanni maschera di origine bergamasca con l'antico demone ctonio (cioè demone riguardante la terra), poichè questo era il nome di questo demone. Nel XII secolo Orderico Vitale nella sua " Historia Ecclesiastica" racconta dell'apparizione di una "familia Harlechini" cioè una processione di anime 


morte guidate da un demone gigantesco.
Dante Alighieri evoca l'Alichino nell'inferno della sua divina Commedia, il quale appare come capo di una schiatta diabolica.
La nera maschera stessa che Arlecchino porta sul volto conserva un ghigno demoniaco.Il nome stesso deriverebbe dal germanico Holie Honig (re dell'inferno), trasformato poi in Hellekin, quindi in Harlequin. In tutta l'Europa centro settentrionale c'era la credenza pagana che nel periodo invernale, in occasione di ricorrenze
particolari come la notte di Valpurga si svolgesse una caccia selvaggia composta di spiriti dannati.


Col tempo l'aspetto e il significato demoniaco diventano sempre meno importanti, e Arlecchino diventa lo Zanni un pò imbranato, quasi suonato: Son Arlechin batòcio, orbo de na recia e sordo de un'ocio " (batocio inteso come batacchio della campana), a volte furbo, a volte sciocco, come potevano essere i servi nelle commedie di Plauto.
Arlecchino approda quindi alla commedia dell'arte: il primo conosciuto fu Alberto Naselli, conosciuto come Zan Ganassa, nella seconda metà del 1500, seguì poi Tristano Martinelli, nel 1600, il cui ritratto nelle gallerie dell'Accademia di Venezia assomiglia in modo inquietante al grande commediografo ed attore Eduardo del Filippo.

Altri Arlecchini importanti furono Dominique Biancolelli,Evaristo Gherardi, Carlo Bertinazzi, Tommaso Visentini, ed in seguito Antonio Sacco, che per primo recitò nelle commedie del Goldoni e poi in quelle di Carlo Gozzi Gli ultimi grandi e famosi Arlecchini: Marcello Moretti e il grande Ferruccio Soleri.
Furbo, sempre affamato, un pò imbroglione, tuttofare, questa maschera carica di brio è uscito ormai dalla Commedia dell'Arte e sembra aver preso una vita tutta propria, la capacità di esprimere l'arguzia, l'allegria, la trasgressione e, con il suo costume fatto di pezze colorate come le mille sfaccettature 


dell'animo umano l'immagine stessa del Carnevale.
19:50 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: arlecchino, maschera, demone, carnevale, venezia | |
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21/01/2012
Scoperte di tesori d'arte sotto i capolavori a Palazzo Ducale a Venezia

Nel 1903 gli addetti alla conservazione delle opere artistiche di Palazzo Ducale a Venezia, consapevoli dell'usura a cui era sottoposto l'enorme quadro del "Paradiso" del Tintoretto, decisero di rimuoverlo per poterlo restaurare; una volta rimossa l'enorme tela ai loro occhi apparve un affresco: un assoluto capolavoro della pittura gotica di Venezia: l'incoronazione della Vergine del Guariento.
Egli era il più noto artista di Padova, pittore di corte dei Carraresi. Nato verso il 1310, già nel 1338 era riconosciuto "maestro", in un'epoca in cui era ancora vivissimo il ricordo di Giotto, che aveva ultimato in quella città la Cappella degli Scrovegni nel 1306.
Nel 1351 aveva già dipinto un affresco di "Incoronazione della Vergine" nella chiesa di S. Agostino a Padova e poco dopo avrebbe decorato la Cappella dei Carraresi, di cui resta una bellissima schiera di Angeli sulla tavola, nella quale, distaccandosi da Giotto, l'artista è ancora più sensibile alla pittura veneziana di antica tradizione bizantina.
L'affresco di Palazzo Ducale è di circa venti metri di larghezza, doveva avere un'incantevole profusione di ornamenti d'oro e d'argento, che culminavano in un'immensa costruzione di figure di Santi, di aureole, di schiere angeliche, di vari colori secondo il grado gerarchico, legate assieme oltre che dagli stalli anche dai grandi cartigli nei quali i profeti, i santi e gli angeli indicavano i motivi di gloria della Vergine, secondo la cultura del tempo, con profusione di lussuosa eleganza nelle vesti, in un'atmosfera di liricità composta e pensosa.
L'affresco era stato nominato anche dal Sansovino " Il cielo compartito a quadretti d'oro ripieni di stelle"; il Pallucchini commentava: dopo la
decorazione musiva di San Marco , è questo il primo gaudioso tentativo di decorare a Venezia una grande superficie, e non più a mosaico, ma ad affresco".
L'opera venne compiuta dal 1365 al 1368, e ricopriva la parete di fondo della Sala, nella medesima posizione dove fu appunto posto(dopo l'incendio del 1577 che in parte lo danneggiò) il Paradiso del Tintoretto, nel 1590.
Il soggetto del Guariento è lo stesso preso due secoli più tardi dal Tintoretto e rappresenta " L'incoronazione della Vergine e la corona celeste". Sotto il Trono della Vergine vi erano dei versi, ora quasi illeggibili, che Dante Alighieri avrebbe dettato per questo tipo di composizione tanto diffuso nel trecento:
"L'Amor che mosse già l'eterno Padre
Per figlia haver de sua deità trina
Chostei che fu del Suo Figliol poi madre
De l'universo qui fa la Regina"
I versi richiamano l'inizio del Canto XXXIII del Paradiso del Sommo Poeta, e sono a commento dell'incoronazione della Vergine da parte di Cristo in un alto trono, attorno al quale si trovano gli evangelisti con angeli, musicanti, serafini, cherubini, profeti, apostoli, martiri e santi in una speciale distribuzione di scanni a schiera, secondo gli ordini delle varie gerarchie.
Ciò che si è potuto salvare di tale capolavoro si trova in una stanza adiacente alla Stanza del Maggior Consiglio, e si può ammirare in tutto il suo splendore, enigma ed arte unica a Palazzo Ducale..piccola parte di tutti i tesori artistici che rendono unico questo Palazzo e la città di cui è emblema.
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