Il Pellicano dei Rosacroce a San Salvador a Venezia.

colonne marco e todaro.jpgSan Teodoro d'Amasea.jpgSan Teodoro.jpgIl primo protettore della città di Venezia fu San Teodoro d’Amasea, chiamato comunemente San Todaro. Poi la Serenissima ebbe come Santo Patrono S. Marco, ma a tutti e due questi santi furono dedicate le due colonne che si trovano nell’area antistante il bacino, all’ingresso dell’area Marciana.

Le colonne di marmo e granito furono trasportate a Venezia nel 1172, sotto il dogado di Sebastiano Zani, (quando la piazza venne ampliata) e sopra di esse vennero rispettivamente poste, nell’862 la statua bronzea, molto antica, che in origine sembra rappresentasse una chimera, cui successivamente vennero aggiunte le ali, a rappresentare San Marco, e sulla colonna vicino alla biblioteca la statua di San Teodoro, santo bizantino e guerriero, scolpita nel marmo e 250px-Lion_col_saint-marc_082005.jpg250px-20050527-005-teodoro-crop.jpgrappresentato nell’atto di uccidere un drago.

Sotto le colonne erano poste delle botteghe di legno, tuttavia già dalla metà del 1700 lo spazio tra le due colonne venne destinato alle esecuzioni, per cui per i veneziani divenne un passaggio non gradito: i condannati infatti, al momento dell’esecuzione venivano posti con la faccia rivolta alla torre dell’orologio, e da questa consuetudine sembra nascesse il modo di dire veneziano: ” te fasso vedar mi che ora che xe ” ( ti faccio vedere io che ora è) riferendosi proprio al momento della morte.

Le due colonne con i due Santi patroni, e la nascita delle chiese a loro dedicate, assieme alla chiesa dedicata a San Zaccaria, di cui abbiamo già parlato, sembra abbiano avuto origine quasi comune: anche la chiesa di San Todaro (l’originale ora non esiste più) sembra abbia chiostro di San Salvador.jpgScuola di -san Teodor.jpgSDcuola Grande di San Teodoro.jpgavuto origini nel VII secolo, voluta da S. Magno, e venne successivamente riedificata ( la facciata è stata ricostruita nel 600 da Bernardo Falcone).

interno chiesda di San Salvador.jpgchiesa_1_p.jpgala particolare.jpgchiesa di San Salvador.jpgNel 1258 venne invece creata la Scuola Grande di San Teodoro, che fece molto e che nel 1576 vide interno di San Salvador.jpgriconosciuta  l’opportunità di usufruire della Chiesa di San Salvador per poter chiesa_2_p.jpgil tesoro diu San Salvador.jpgadeguatamente ospitare la teca contenente le spoglie del primo patrono di Venezia, San Todaro, e di costruire attorno un tesoro rilevante: successivamente i membri della confraternita acquistarono anche delle casette proprio di fronte alla chiesa.

San Todaro d’Amasea  era un soldato orientale, secondo alcuni nato a Cilicia, secondo altri in Armenia. Arruolato nell’esercito romano, presso la legione Marmarica ( la Cohorte III Valeria)  ad Amasea nell’Ellesponto (l’attuale Turchia) al tempo dell’Imperatore Galerio Massimiano (305-311).

stampa della Scuola di San Teodoro.jpgEra allora in atto la persecuzione contro i cristiani  avviata da Diocleziano, che tesoro di San Salvador 2.jpgurna di S. Teodoro a Venezia.jpgtesoro di San Salvador.jpgprescriveva di fare sacrifici e libagioni agli dei, e questo ordine valeva anche per i soldati.

il martirio di San Teodoro.jpgTeodoro rifiutò, nonostante le sollecitazioni dei compagni. Nel 306 venne accusato di essere cristiano e deferito al giudizio del tribuno. il prefetto Branca, comandante della Legione Marmarica , riluttante a condannarlo a morte, gli diede del tempo per riflettere, ma Teodoro passò quei giorni continuando a far opera di proselitismo e a manifestare la propria volontà di perseguire la sua fede.

Venne quindi nuovamente arrestato e condannato alla flagellazione, poi venne condannato a morire di fame, ma Teodoro rifiutà addirittura l’acqua che i carcerieri impietositi gli porgevano.

Dopo aver cercato di convincerlo, blandito, e fattogli promesse di ogni genere, vista la sua determinazione Teodoro venne condannato ad essere torturato con uncini di ferro che mettevano a nudo le costole, e ad essere successivamente bruciato vivo.

San Salvador a Venezia.jpgIl 17 febbraio tra il 306 e 311 i carnefici portarono Teodoro nel luogo del supplizio: egli si tolse i vestiti e disse ” lasciatemi così perchè chi mi diede sopportazione nei supplizi mi aiuterà affinchè sostenga illeso l’impeto del fuoco”.

E così morì, senza alcuna traccia di ustione. Una donna di nome Eusebia chiese il corpo di Todaro, lo cosparse di vino ed altri unguenti, lo avvolse in un sudario ponendolo in una cassa e lo riportò ad Amasea.

Dopo varie vicende il suo corpo venne portato a Venezia, dove venne conservato nella Scuola Grande di San Todaro, ed ora riposa e viene venerato nella chiesa di San Salvador, e qui si ritrova  il  capitello di una colonna con l’immagine del Pellicano, Capitello del Pellicano a San Salvador.jpgsimbolo rosacrociano, di cui già abbiamo parlato: nella credenza rosacrociana il pellicano è l’uccello che si strazia il petto per nutrire i suoi piccoli, compiendo il sacrificio supremo di sè.

pe3llicano sulla croce.jpgpellicano.jpgNel “Physiologus” si dice che il Pellicano ami moltissimo i propri piccoli, i quali, appena un pò cresciuti colpiscono al volto i genitori che li uccidono; dopo tre giorni però, disperata, la madre si squarcia il petto ed il sangue che ne scaturisce avvolge i piccoli morti e ridà loro la vita: E’ l’immagine del Cristo che dona il suo sangue per gli uomini, e quella di Dio che sacrifica il proprio figlio, amandolo dolcemente, facendolo poi resuscitare al terzo giorno.

urna di San Teodoro particolare.jpgL'urna di San Teodoro da lontano.jpgNell’immagine medievale il pellicano viene rappresentato  nel nido, sulla sommità della croce e nell’atto di straziarsi il petto con il becco: il sangue che ne scaturisce è l’immagine dell’ars simbolica, la forze spirituale che diventa il lavoro dell’alchimista che, con grande amore e sacrificio, conduce alla perfezione.

 

 

 

Quando il Sacro Graal era nascosto a Castello

La Basilica di S. Pietro di Castello si dice (vox populi) che sia stata custode del Sacro Graal. Per certo fu sede Patriarcale di Venezia fino al 1800, quanfo tale sede fu spostata alla Basilica di S. Marco.

37-Ciesa di S. Pietro di Castello.jpgFondata nel VII secolo sull’isola di Olivolo dove sorgeva un antico abitato inglobato nella nascente città di Venezia, secondo la tradizione, fu consacrata dal vescovo di Eraclea San Magno, come chiesa consacrata ai santi bizantini Sergio e Bacco.

Nell’841 la cattedrale fu rifondata dal potente vescovo Orso Partecipazio, figlio e nipote di Dogi, e ridedicata a San Pietro Apostolo. E’ qui che si trova il Trono di S.Pietro, che fu portato da alcuni mercanti da Antiochia, dove l’apostolo aveva predicato appunto seduto su questo sedile che è costituito da un’antica stele funeraria islamica, recante motivi decorativi arabi e incisioni cubiche di versetti del Corano.

Da ammirare le due cappelle una con l’opera del Veronese del 1585 i Santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo, l’Immacolata di Giovanni Maria Morlaiter XVIII secolo, ed il Martirio di S. Giovanni Evangelista del Padovanino. 

Fu qui che vennero rapite le dodici spose che sono ricordate nella Festa delle Marie  ricordata ogni anno nella Chiesa di S. Maria Formosa.

Questa era un festa delle più amate dal popolo veneziano, una celebrazione gioiosa, caduta in disuso già dal 1379 e poi ripresa alcuni secoli dopo, ma in forma molto ridotta. La leggenda vuole che nel 943, sotto il doge Pietro Canduiano, fosse ancora in uso a Venezia celebrare tutti i matrimoni in un giorno solo dell’anno. Le spose partivano in corteo acqueo dall’Arsenale  lungo il rio detto appunto delle Vergini per raggiungere i promessi mariti che le attendevano con gli invitati alla chiesa di S.Nicolò al Lido. Quell’anno i pirati triestini e narentani.

Con una temeraria scorreria assalirono il corteo in laguna e rapirono tutte le spose con tutti i corredi e le doti. Ma ebbero la malaugurata “per loro”idea  di spartirsi il bottino nella laguna di Caorle, vennero così raggiunti dalla spedizione dei veneziani inferociti che si erano mobilitati subito dopo il ratto: i pirati furono trucidati e le spose riportate alla cerimonia.38-Trono di S. Pietro.jpg

Nello spirito di interclassismo che animava la pur oligarchica serenissima, per ricordo della fulminea vittoria fu imposto tributo a dodici famiglie patrizie  di provvedere ogni anno alla dote di dodici fanciulle veneziane povere scelte tra le più belle, nel senso specifico di virtuose, che vennero battezzate come “Le Marie”.

La festa si svolgeva nel mese di Gennaio e prevedeva che nel giorno detto della purificazione  le donzelle andassero a S. Pietro di Castello, dove il vescovo usciva dalla messa a benedirle per poi scortarle fino a S. Marco per incontrare il Doge in Basilica. Da il il doge saliva sul Bucintoro e con le Marie si avviava a Rialto attraverso il Canal Grande. Il corteo si concludeva a S Maria Formosa , unica chiesa a quell’epoca dedicata alla Madre di Gesù, sotto i cui auspici si era riportata la vittoria contro i pirati anche perché così richiese la corporazione dei “cassoleri” (costruttori di casse) i cui uomini avevano dimostrato gran valore nel salvataggio delle spose.

Per capire l’importanza di tale festa in certe epoche della Serenissima basta ricordare che il Doge Pietro Orseolo alla sua morte lasciò terza parte dei suoi averi per la festa delle Marie, e che durante la ricorrenza era tale l’affluenza di veneziani ma anche di foresti  che la Repubblica fu costretta a prendere eccezionali misure di sicurezza.

L’antica festa è stata reintrodotta in tempi recenti e si celebra in due distinte occasioni: una durante il Carnevale con la parata di dodici fanciulle veneziane, tra cui è eletta la più bella; l’altra in giugno, quando durante la festa di S. Pietro di Castello si organizza la regata femminile su mascarete detta appunto delle Marie, cui partecipano giovani regalanti alle prime esperienze ai remi.

Seduzioni, intrighi e veleni: Bianca Cappello da cortigiana veneziana a Granduchessa di Toscana

seconda parte

Garfagnana.jpgLa coppia si avviò attraverso gli appennini in Garfagnana. Era inverno, nevicava, e tutto ciò rendeva il viaggio ancor più faticoso, per cui cercarono e trovarono asilo presso l’eremo di S. Pellegrino.

Alla richiesta di asilo ” affacciossi ai balconi il custode di quell’eremitaggio, che chiamavasi Pierone da Frassinoro, uomo di età compresa tra la matura virilità e la vecchiaia”

Convinto dalle parole del capo della “masnada” che li accompagnava, l’eremita concesse loro rifugio e ristoro al convento, dove il Capo della Milizia confermò di aver ricevuto ordine dal Pigna di raccomandare la coppia al Garfafnana1.jpgGovernatore della Repubblica.

Laura d'Este.jpgAlfonso d'Este.jpgNel convento  Bianca ebbe modo di conoscere il vivandiere, figlio di un servitore di Alfonso I°, legato ai Francesi contro gli Spagnoli, alleato di Papa Giulio II* ( la lega di Cambrai), entrambi nemici di Venezia . L’oste raccontò allora,piangendo, della morte di Lucrezia Borgia, moglie di Alfonso I°, e del suo fulmineo innamoramento  per Laura, donna bellissima e molto somigliante a Bianca, e che Tiziano Vecellio ritrasse nuda in diverse ed apprezzate tele. Laura, dopo il matrimonio fu conosciuta come Laura d’Este. (nel suo diario Bianca si riferisce a Lucrezia Borgia con il nome di Eleonora)

I Bonaventura si rimisero quindi in viaggio e la povera Bianca, incinta, soffriva parecchio per lo sfregamento della sella del suo cavallo sul suo addome, attraversando gli appennini, tortuosi e coperti di neve.

Cosimo I° de Medici.jpgBianca Cappello 1.jpgA Pieve Fosciana Pietro la condusse da tale Pieroni, un vecchio alquando disponibile e gentile, che procurò alla gestante una portantina sorretta da quattro uomini. Parlando con il vecchio la Cappello si rese conto che il Pieroni era al servizio di Filippo Strozzi, nemico giurato di Cosimo de Medici ( Granduca di Toscana).

La fanciulla, ingenua, non si rendeva ancora conto di essere uno strumento nelle mani dei detrattori di Cosimo I°, benedetta e seguita passo, passo dal Consiglio dei dieci e dal Doge di Venezia che si affidava alle sue capacità seduttive per portare i Medici dalla parte della Serenissima.

Arrivati che furono finalmente a Firenze Bianca si accorse che la ricchezza e le conoscenze vantate dal suo Pietro erano solo bugie.

La giovane andò a vivere nella modesta casa dei suoceri e qui nacque sua figlia, chiamata come la nonna, Pellegrina.

Giorgio Vasari.jpgMa un giorno le venne annunciata la visita del famoso pittore Vasari, già amico e sostenitore di Pietro Girolamo Balzoni, uno dei giovani che avevano frequentato Bianca a Palazzo Gritti a Venezia, ed all’imbarazzo della giovane che si vergognava per la modestia della propria abitazione, egli oppose i complimenti sulla sua nobiltà e bellezza. Il Vasari la invitava ufficialmente presso la corte dei Medici.

La giovane, sollecitata dal marito, accolse l’invito. Era il 6 gennaio 1564. Non appena il figlio, successore designato di Cosimo , Francesco, vide Bianca, si innamorò perdutamente di lei: ” non mi staccava lo sguardo di dosso” confidò al suo diario la giovane. E fu l’inizio di un amore forte e struggente fra i due, amore favorito e sollecitato dal Bonaventura, che se ne vantava.

Francesco era sposato con  Giovanna d’Austria, ed aveva avuto da lei sei figlie, ma nessun erede maschio. L’austriaca era una donna poco istruita, con pochissimi interessi, si dice affetta da scoliosi, mentre Bianca Cappello, bene istruita e 250px-Francesco_I_de_Medici.jpgGiovanna -D'Austria.jpgcolta, seppe condividere con Francesco la passione del futuro Granduca per l’alchimia. Si racconta che stessero ore chiusi nel laboratorio alchemico, alla ricerca della pietra filosofale.

La relazione divenne nota a tutti, compreso lo zio di Francesco, il Cardinale Giovanni, che osteggiava ferocemente questo coinvolgimento di Francesco con una veneziana, la quale iniziò con lui la sua missione, ossia l’opera di convincimento affinchè, alla morte di Cosimo. la Toscana di allontanasse dalla Spagna e si avvicinasse a Venezia.

Dopo pochi mesi dal loro incontro, il Granduca Cosimo, provato dalla morte della moglie e di due dei suoi figli, avvenuta contemporaneamente a Pisa, dove si erano recati per curare la tubercolosi, abdicò a favore di Francesco.

Francesco I°.jpgCosimo I° morì nel 1578, dopo un anno vissuto paralizzato,infermità conseguente ad un ictus. E nel 1579, la Granduchessa Giovanna, incinta di un altro figlio, cadde dalle scale e rimase uccisa, mentre Pietro Bonaventura venne pugnalato per strada dal marito (si disse) di una nobildonna con cui aveva una relazione amorosa.

Liberi da impedimenti, poco dopo si svolsero le agognate nozze tra Francesco I° e Bianca Cappello, e la Serenissima, per quell’evento, nominò la giovane: vera e particolare figliuola della Repubblica a cagione di quelle particolarissime e rare qualità che degnissima la facevano di gran sua fortuna!, non solo, ma i parenti della Cappello vennero insigniti di onorificenze, ed alla cerimonia venne mandata una lussuosa ambasceria.

Venezia, attraverso la bella, istruita, colta ed adottrinata Bianca era riuscite ad ottenere il suo scopo!

Biancsa Cappello 3.jpgPurtroppo la povera Bianca, dopo la nascita della figlia era rimasta sterile per cui nel 1583 finse la gravidanza, e, ritiratasi in un casolare con alcune dame e due guardie, annunciò la nascita di un figlio maschio, chiamato Antonio: ( della cui genealogia nulla si conosce);  il 19 ottobre 1583 Francesco riconobbe l’erede. In questo modo, se anche il Granduca fosse morto, la Cappello non sarebbe stata cacciata dalla corte.

L’8 ottobre 1587 i Granduchi indissero una gran battura di caccia a Poggio a Caiano, invitando anche il fratello di Francesco, Ferdinando. Alla sera venne servito un sontuoso banchetto, ma il giorno dopo il Granduca cominciò a sentirsi male, ad accusare forti dolori, febbre alta…e il 19 dello stesso mese morì.
villa Medicea di Poggio a Caiano.jpgAnche Bianca venne colpita dagli stessi sintomi, e morì anch’essa undici giorni dopo.

300px-Bonistallo.jpgNel 2006 nella chiesa di S. Francesco a Bonistallo vennero rinvenuti resti di un fegato maschile e di uno femminile, i quali, analizzati da alcuni patologi evidenziarono tracce di arsenico in dosi letali, ma non fulminanti.

Le ossa di Francesco I° vennero inumate nella tomba medicea, mentre nulla si sa dei resti della povera Bianca Cappello, donna che aveva dedicato alla Serenissima tutta la sua Cappelle Medicee.jpgBianca Cappello 6.jpgvita, superando la debolezza, la fatica e la felicità.

 

 

 

 

Seduzioni, intrighi e veleni: Bianca Cappello, da cortigiana veneziana a Granduchessa di Toscana

prima parte..

200px-Palazzo_di_bianca_cappello%2C_graffiti_03.jpgCorreva l’anno 1827 ed il tipografo Vincenzo Betelli stava facendo ristrutturare il palazzo di Bianca Cappello,in via Maggio n° 26 nel quartiere di Oltrarno a Firenze, di cui era venuto in possesso. Con l’abbattimento di un muro emersero documenti, che vagliò accuratamente e che tenne per sè perchè politicamente intriganti, ed  un quaderno di ventidue pagine, scritte di proprio pugno dalla Granduchessa Bianca Cappello, moglie e vedova del Granduca Francesco de Medici, un diario..

Immediadamente il tipografo si appassionò alla storia di questa donna:

Bianca Cappello nacque a Venezia nel 1543 da Bartolomeo Cappello, nobiluomo di un ramo cadetto dei Cappello, Bianca Cappello 5.jpgil doge Andrea Gritti.jpge da Pellegrina Morosini. Il padre la detestava, legatissimo com’era al figlio Vittorio,  mentre la madre, resasi conto  dell’ingiustizia del marito, aveva cercato di mettere da parte una dote per la figlia.

Ben presto però Pellegrina s’ammalò e morì. Bartolomeo si risposò con Elena Grimani, sorella del Patriarca di Aquileia, e con il suo sostegno cercò di rinchiudere la dodicenne e bellissima Bianca in convento. Di lei si prese cura la zia, sorella del doge Andrea Gritti, che, rimasta vedova, era tornata a vivere nel palazzo di famiglia. -“Ella rimase incantata dal mio brio, dai miei fanciulleschi e dolci gesti” così raccontò la Cappello nel suo diario.
 E allo scopo di avviarla ad una vita più brillante l’anziana donna riceveva ogni sera la nipote ( di nascosto dal padre), facendola prelevare da una gondola, per poi farla ritornare al mattino presto, e cercò di darle un’istruzione perfetta per una gentildonna dell’epoca.

Palazzo Gritti a Venezia.jpgPalazzo Cappello.jpgAllo scopo riceveva ogni sera quattro giovani fiorentini, che avevano abbandonato la loro città perchè nemici di Cosimo dè Medici, rifugiandosi a Venezia, città nemica e rivale.Essi furono caldamente raccomandati alla sorella dell’ex Doge Gritti dal Vasari: erano Pietro Giordano Balzoni, Cesare Vecellio ( allievo di Tiziano) Verdizzotti (amico di Tiziano) e il più “segnalato” Pietro Bonaventura, rampollo di una famiglia di Banchieri fiorentini.

La ragazza, bellissima, elegante, d’animo gentile e dotata di naturali doti, frequentò ogni sera Bianca Cappello 0.jpged ogni notte il salotto della vegliarda, legata al dogado, sensibile ed astuta donna di stato. Tra gli amici e frequentatori della giovane, divenuta ormai “cortigiana onesta”c’era lo stimato nobiluomo Alvise Zorzi.

La fanciulla, ormai quattordicenne, bella, avvezza alle vicende di mondo, convinta di poter coltivare velleità letterarie e poetiche, venne irretita dalla bellezza e dalla corte intensa di Pietro Bonaventura.

Purtroppo la morte della zia Gritti costrinse la giovane a rinchiudersi in casa, ricevendo, con la complicità della sua governante, chiamata “Cattina” il suo amante..e fu a questo punto che il nobiluomo Alvise Zorzi convinse lei ed il suo Pietro a fuggire da Venezia, per andare a Firenze.

Bianca Cappello 2.jpgNel frattempo il Bartolomeo, dopo aver parlato con lo Zorzi, si era in qualche modo ammorbidito con la figlia, e non la minacciò più di rinchiuderla in convento, per cui la giovane poteva sognare un futuro diverso tra le braccia del suo amante. Ed una giorno il Cappello si dovette assentare da Venezia, per particolari impegni, e la sera stessa della partenza, con l’aiuto e la collaborazione del nobiluomo  i due giovani si accordarono per la fuga. Ignara di essere uno strumeno della Repubblica, incantata dall’amore la giovane Bianca così racconta la sua fuga:

“Lascio una lettera a Cattina che dormiva nel suo letto, ed accompagnata dal servo mi avvio all’approdo: qui trovo  Pietro che mi conduce alla porta del Canal,  e mi fa entrare in gondola, che parte all’istante. Giungevamo presso S. Giorgio Maggiore quando l’orologio della Piazza suona le nove ore.

gondola coperta.jpggondola coperta 1.jpgNon potei contenermi nel notare lo strato della felce ( il tessuto del felze, la copertura della gondola) il Palazzo Ducale e le risplendenti cupole di S. Marco.

A tal vista sentii istintivamente stringermi il cuore, i miei occhi si appannarono e caddi tramortita tra le braccia dello sposo.

Quando rinvenni chiesi dove eravamo: tra San Clemente e Santo Spirito, rispose il servitore di Pietro, che stava all’ingresso della felce (felze). Ed insieme giungemmo a Piovega (piccola isola della laguna).

Basilica di sera a Venezia.jpgPalazzo ducale di sera a Venezia.jpg.san -giorgio Maggiore.jpgorologio di Piazza San Marco di sera a Venezia.jpg” MIo Dio, esclamai, che sarà di me! O mia patria ti avrò comunque perduta! Avrò per ultima volta veduto le mura di augusto Palazzo che tante volte accolse i miei valorosi antenati, colmi di gloria e di onori! Si, io nata da famiglia patrizia, nata libera cittadina nella principale sede dell’Italiana libertà sarò in breve suddita in straniera Contrada.

Invano cercava Pietro di consolarmi, che queste tristi considerazioni mi accompagnarono fino al dilà di Malamocco, quando i primi raggi del sole nascente, Iso9la di S. Clemente.jpgIsola di S. Spirito.jpgChioggia.jpgmostrandomi lo sposo pallido ed inquieto per cagion mia, mi richiamarono a pensieri più convenienti alla presente circostanza”.”Pietro volle prendere terra a Chiozzia,(Chioggia) per cercarvi sicuro imbarco e proseguire verso Goro.”

La tenera Bianca venne accolta in una locanda, e da qui, con il cuore in tumulto, attese le informazioni che Pietro Bonaventura andava a raccogliere per conoscere le reazioni della loro fuga da Venezia: dopo qualche ora ecco che tornò l’amato che la rassicurò: nella Serenissima alcun provvedimento era stato preso.

Alfonso d'Este.jpgBianca Cappello 3.jpgIngenua e convinta dell’amore del suo amante, Bianca seguì il futuro sposo presso la casa di Giovani Battista Pigna di Ferrara, consigliere di Alfonso II°, e nemico dichiarato di Firenze. Il nobiluomo li accolse con tenerezza e preoccupazione, occupandosi pure del matrimonio tra i due giovani che venne celebrato quattro giorni dopo.

Il Pigna si occupò anche di dotare i due giovani sposi di una scorta per poter entrare in Garfagnana, e da li, ( disegno ben ordito ) a Firenze.

Bianca Cappello 7.jpgL’avventura di Bianca aveva ora inizio…donna, bella,docile, gentile, seducente e del tutto ignara delle attese politiche che Venezia e Ferrara avevano posto su di lei…

 segue….

Le ” Putte ” di Vivaldi

250px-Gabr_bella.jpgLe “putte” dette altrimenti figlie del Coro, erano giovani ragazze degli ospedali – conservatori, specialmente trovatelle, a cui veniva insegnata l’arte della musica e del Canto, esibendosi all’interno di un coro durante la messa regolare.

Generalmente la loro vista era protetta da grate, ma il suono dei loro strumenti e le loro voci angeliche venivano ricercate ed apprezzate da nobili e gente comune, e da i visitatori stranieri che si mettevano in lista o si facevano raccomandare per poter mandare  le loro figlie, a pagamento,  in quegli ospizi per poter imparare la musica, il canto e l’educazione in generale.

imagesCAN3NK4N.jpgDal 1703 Vivaldi entrò alla Pietà come insegnante di Violino, e fu proprio per il privilegio di avere come insegnante ed autore delle musiche da loro eseguite un genio così vivo e geniale che pose le “putte” di Vivaldi all’apice del successo nell’ambito di una feroce competizione artistica  fra i vari ospizi.

Racconta De Brosses, colto viaggiatore francese, che gli appassionati si spostavano da un istituto all’altro per non perdersi le “accademia” (i concerti) delle putte più dotate, senza tralasciare i conventi dove, tra le virtuose più brillanti, vi erano delle religiose.

Potevano accedere al Coro solo le più dotate, dopo aver superato un’audizione di prova, ed il numero era limitato: solo otto di 250px-Francesco_Guardi_052.jpgqueste ragazze venivano ricoverate stabilmente all’ospedale.

Imparavo i rudimenti della musica da un maestro di canto, o anche dal maestro di coro, e ricevevano lezioni di musica da ragazze più grandi che sceglievano alcune di più giovani da educare.

Moltre suonavano due o tre strumenti, mentre più di alcune erano attive anche come cantanti oltre che da strumentiste.

I libri musicali che servivano per lo studio erano procurati dalla stessa Pietà, avevano un numero fisso di pagine ed erano rilegati in cartoncino. E’ molto probabile che la copista dei libri fosse un’allieva del coro deputata a questo compito.

estro vivaldi.jpg175px-Ospedale_della_Piet%C3%A0.jpgDopo un periodo di apprendistato le più brave divenivano membri attivi del coro, un gruppo di circa quaranta cantanti e suonatrici che si esibiva nella Cappella della Pietà. All’interno del gruppo vi erano 14 figlie privilegiate ( tra cui due maestre di Coro) che avevano l’esclusivo diritto di agire come guardiane-tutrici per le figlie in educazione da famiglie nobili e borghesi.

La carica di Maestra era il grado più alto che potevano conseguire ed era limitato a venti di loro alla volta. Due di loro potevano diventare anche Maestre di Coro responsabili unitamente di tutte le faccende musicali o disciplinari concernenti il coro.

Le altre diociotto maestre avevano diverse mansioni musicali ed amministrative per le quali venivano periodicamente confermate o sottoposte a rotazione.

csv_puttaannamariaweb.jpgputta.jpgUna delle figlie più famose fu Anna Maria ( 1695/96-1782), maestra di coro, cantante e strumentista, (di cui agli archivi è rimasto un suo scritto) di grande fama per la sua  epoca , alla quale venne dedicata perfino un’anonima satira politica.

S. Francesco della Vigna.jpgAnna Maria, il cui talento emerse già dagli inizi sotto la guida di Vivaldi, fu una delle cinque figlie cui fu dato un permesso speciale, assecondando la richiesta della nobildonna Marietta Corner, di partecipare come concertiste/strumentiste in una disputa sulla dottrina cristiana tenutasi al Convento di S. Francesco della Vigna.

Divenuta principale violinista del coro ebbe una brillante carriera che le permise di arrivare alle massime cariche istituzionali.

donna con tiorba.jpgOltre al violino Anna Maria sapeva suonare anche il clavicembalo, il violoncello, la viola d’amore, il flauto, il mandolino e la tiorba, dimostrando un’abilità musicale multiforme e fuori dal comune.

Presto acquisì fama internazionale risquotendo gli apprezzamenti di alte personalità straniere in visita a Venezia.

tiorba.jpgLe figlie del coro erano comunque delle trovatelle, senza cognome, per cui per loro si erano coniati questi nomi: Caterina della Viola, Lucrezia del Violon, Mariarosa del Violon, Bernardina del Violin, Adriana della Tiorba, Fortunata Cantora.

imagesCARMGPY1.jpgcoro.jpgAvendo raggiunto notorietà, venivano anche pagate per le loro esibizioni, per cui alcune mettevano da parte i soldi per la dote e, in seguito si sposavano o sceglievano la vita monastica.

La loro vita scorreva serena, e per qualche malore sofferto, o stanchezza, venivano inviate con amici in campagna, dove si rigeneravano, per poi tornare più entusiaste di prima, partecipando anche a feste, dove potevano conoscere magari futuri mariti o ammiratori.

images.jpgimagesCALDUW6J.jpgAnche questa era la Venezia di Vivaldi, una città ribalda, colta, disinibita, ma anche devota, dove i sacerdoti componevano e dirigevano, e stuoli di giovinette erano esecutrici di vaglia.

Nov 20, 2009 - Chiese, Luoghi, Misteri    7 Comments

Misteri e malìa di una notte di nebbia a Venezia

nebbbia a Venezia.jpgNon si può dire di aver assaporato fino in fondo il mistero e la malìa di Venezia se non si è passeggiato nella nebbia, il “caligo” che tutto avvolge e che ti fa vivere le diverse dimensioni di questa città attuale, viva, ma tutta intrisa della sua storia e sempre antica, misteriosa, carica di suggestioni.

Dalla finestra la nebbia appare come un velo ovattato, che copre tutto, ed io so che in questa nube lattiginosa e misteriosa mi dovrò immergere. Scendo le scale ed ecco che il tonfo del portone mi scaraventa in questo grigiore, in questo oceano ovattato e uniforme:  alle mie spalle il biancore che riflette i bagliori della laguna e fa riconoscere il Cimitero Monumentale dell’Isola di San Michele, ed a sinistra, appena accennato..il Casin degli Spiriti che cela Cimitero di San Michele.jpgCasil degli spiriti.jpgl’orrore ed il tormento senza fine dei fantasmi delle persone assassinate.

convento degli ospitalieri ai Gesuiti a Venezia.jpgchiesa dei Gesuiti a Venezia.jpgMi avvio per raggiungere Campo SS. Apostoli, e mi accingo ad attraversare il Campo dei Gesuiti…i lampioni emettono una luce debole, giallognola, un alone che riesce ad ingrandire la maestosità della Chiesa dei Gesuiti, sulla sinistra, ed a destra il vecchio ricovero dei frati Ospitalieri, fuggevolmente mi appare l’ombra di un frate , poi…tutto ritorna uniforme e ..normale.

Solo il rimbombo dei miei passi sui masegni ( i lastroni in Pietra d’Istria che formano il selciato di Venezia) , poi, …un pò alla volta, altri suoni, altri caigo.jpgantico fanale.jpgrimbombi…un gatto che scivola timido e spaventato tra una calle e l’altra, il mio cuore che batte in fretta..tutt’attorno il vuoto..un mondo che sembra spettrale ma che è fatto di suoni e di sensazioni…i passi dietro prendono un’altra cadenza ed io mi affretto verso il ponte che mi porterà più avanti, li dove i passanti mi potranno dare la sensazione di uscire da questo vuoto..

Ecco, dopo aver percorso in fretta calli e callette, il suono dei passi si moltiplica, e le luci diventano un pò più vive…l’alone giallognolo attorno ad ogni lampada illumina in modo inquietante un piccolo spazio, ed i suoni che  sembrano provenire da strane ombre proiettate sui muri..ombre che sembrano dileguarsi alla mia venuta..ecco Venezia, la realtà che è passato, ed il passato che non si dimentica…legato com’è alle immagini fuggevoli di una gondola con Felze.jpgpietra che può sembrare un mascherone ghignante, e quando ti avvicini assume l’immagine più rassicurante di una patara, sempre antica e sempre legata ad immagini antiche e reali di questa città…lo sciabordio dell’acqua…forse una gondola?..ecco il lume…ecco più lumi, ..gondole coperte dove non si sa se si stiano consumando meravigliose storie d’amore, o cospirazioni o soltanto si stia giocando……naturalmente d’azzardo.

E’ comunque un tutt’uno, ed ecco che, raggiunto S. Giovanni Crisostomo, mi avvio verso Campo San Giovanni e Paolo: davanti al portale della chiesa tre figure, guardinghe, timorose, le vesti settecentesche, i tricorni, l’aria di chi è avvolto da alone di mistero..posso riconoscerli: il Conte di Saint Germain, Cagliostro e Giacomo Casanova.. parlano chiesa dei SS., Giovanni e Paolo.jpgcon fare furtivo, sembrano ripromettersi nuovi incontri, e poi, al suono del mio passo, ecco che le ombre si dileguano…

i leoni dell'arsenale.jpgTroppo intense le sensazioni, per cui, attraversato il ponte, ecco che mi avvio verso San Marco.In lontananza voci ovattate, risate di donne, commenti maschili, la fuggevole immagine di coppie in abiti settecenteschi e bautte, qualche coppia si attarda posata al muro di una calle per scambiarsi baci e gesti affettuosi più o meno audaci…poi di nuovo il silenzio, il suono dei passi, dei miei e quelli di altri, nel presente o nel passato, mentre le luci sembrano più fioche ( lumini in cera posati in apposite nicchie sui muri per illuminare zone estremamante oscure….che possono far rabbrividire), ed il suono dell’acqua che accompagna costantemente questo percorso che mi porta a Castello, e mi fa incontrare con la maestosità dei leoni dell’arsenale..qui l’illuminazione è più intensa per rendere evidente l’ingresso dell’ Arsenale, anche se il ricordo delle vecchie leggende, e il poter constatare con le dita i solchi delle scritte runiche su questi potenti animali, leone.jpgcosì fieri, enormi e felinamente pronti all’attacco mi danno i brividi.

Meglio raggiungere Piazza San Marco, mentre in distanza i fanali preposti all’illuminazione della Riva sembrano evidenziare spudoratamente ogni masegno, ogni pietra,ogni muro ed ogni calle…ed ecco l’insegna di un bacaro..i vetri resi opachi dalla condensa, la voglia di qualcosa di caldo e di qualcuno con cui condividere questa esperienza della passeggiata nelle nebbie di tutti i tipi di Venezia.Entro e mi assale il profumo speziato del saor, il vapore della polentina che attrae il palato e la voglia di caldo, gente che chiacchiera bevendo un’ombra, l’ovetto sodo, i nervetti, le trippe….tutto questo mi rincuora, ed esco…….

el codega.jpgMi  appare una coppia: i vestiti riccamente decorati di lei e raffinati di lui con un codega( era una persona preposta ad accompagnare  con una lanterna le persone nelle  calli buie) che  illumina loro la strada, ed allora mi rendo conto di essere codega 1.jpgvicina al Caffè Florian! sono in Piazza San Marco..e le colonne di Marco e Colonne di Marco e Todaro.jpgfanale veneziano.jpgTodaro si ergono nel nulla…ma innanzi a me si apre un nulla con fanali luminosi, ma a ben guardare la luce si riflette sull’acqua del bacino ed alle mie spalle, quasi miracolosamente, sul balcone della Basilica di San Marco due fiaccole accese in onore della giustizia brillano come le stelle più luminose di questa città repubblica, di questo luogo incantato e magico.

Lentamente e con la magia del luogo e del tempo mi Pilastri acritani.jpgceppo esecuzioni.jpgavvicino ai Pilastri Acritani..li sfioro, tanto per avere un ulteriore contatto con il passato, poi mi avvicino al cippo che fu il patibolo dei condannati a morte, ripensando a chi è già passato di li, a chi ha vissuto il mistero, ed  alla meraviglia di questa passeggiata nei luoghi e nel tempo.

La strada mi accompagna verso San Tomà: salgo i ripidi gradini del Ponte di Rialto e rimango incantata a guardare piccole fiammelle lontane galleggiare sul Canal Grande che è un tutt’uno con la nebbia, altre gondole, immagino) e mi dirigo verso la Scuola di S. Giovanni Evangelista, di cui si può intuire una parte (peccato perdere l’immagine completa ma il “caligo” è intenso), ed allora mi accontento di percepire con le dita sulla panca a sinistra dell’ingresso il solco della triplice cinta..e questo mi riporta ai templari..mentre voltandomi indietro sembra quasi minacciosa la severa struttura gotica della la Chiesa dei Frari, ricetto di misteri, dimora di frati dedicati alla conservazione di codici e ricordi e le cui ombre di concretizzano, fuggevoli, davanti fiaccle.jpggondola coperta.jpgnebbia 1.jpga me, per sparire poi nel confine tra il passato e realtà..

chiesa della Maddalena a Venezia.jpgMi aspetta, in questo viaggio in questa nebbia fantastica l’immagine ovoidale della Chiesa della maddalena, da dove i cavalieri templari approfittavano dell’ombra per allontanarsi da una realtà che per loro era  pericolosa se non mortale……

viaggio meraviglioso, ormai i suoni dei passi sono moltiplicati, le voci gondola coperta 1.jpgBasilica dei Frari.jpgTriplice cinta della Scuola Grande di San Rocco.jpgScuola Grande di San Rocco.jpgacute,dialettali e non..la realtà, nebbia a Venezia 1.jpgNebbia a Venezia 2.jpgassieme alla luce elettrica hanno (per il momento) soverchiato la realtà vera di questa meravigliosa Venezia….un unicum perfetto tra passato e presente, l’unico luogo dove chi passeggia può ritrovarsi in un mondo fatto di ombre, di ricordi, di vite già vissute ma realmente presenti, qui dove il tempo e lo spazio sono un tutt’uno…basta venire, immergersi in una serata di nebbia autunnale e Venezia è tutto ciò che è e che è stata…una passeggiata nello nebbia a Venezia 3.jpgspazio e nel tempo! Ed altre serate misteriose mi attendono ed attendono tutti coloro che voglio immergersi nel senso vero di questa , ora città , prima Stato e Repubblica!

 

 

 

Le Cortigiane a Venezia: Piacere e cultura

imagesCAERLR6J.jpgimagesCA9VXSQH.jpgcortigiana.jpgEssere cortigiane nel XVI secolo a Venezia significava non solo offrire il proprio corpo agli uomini più importanti della società, avendo come fine il vivere in agiatezza, ma anche saper leggere, scrivere ed intrattenere con il proprio savoir fairie: Le cortigiane  dovevano essere affascinanti, colte in molte discipline, dalla musica alle lettere, dalla danza alla politica.

Queste figure femminili tanto desiderate non furono solo muse di uomini di lettere, ma anche di diversi pittori, i quali, per la loro bellezza  le utilizzavano come soggetto per dipingere figure femminili, anche sacre, addirittura la Vergine Maria, ed esse erano felici perchè attraverso  i quadri che le raffiguravano, accrescevano la loro fama.

imagesCATP68H1.jpgsonetto di Stampa.jpgcortigiana onesta.jpg200px-422px-Allori_Portrait.jpgLe cortigiane dette “oneste” venivano definite in tal modo non per la loro rettitudine, ma perchè onorate e rispettate.

imagesCAILCCNR.jpgA Venezia dove la prostituzione era più tollerata e fiorente, le cortigiane, con la loro ostentazione ed il loro sfarzo costituivano anche un richiamo turistico ed una prova palese dei piaceri e della libertà garantiti nella Serenissima.

La cortigiana onesta.jpgMontesquieu.jpgBasta leggere Montesquieu, che imagesCAKQU8AC.jpgdiceva della Repubblica:  Mai, in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come a Venezia. Bisogna però ammettere che i veneziani e le veneziane hanno una devozione che riesce a stupire: un uomo ha un bel mantenere una cortigiana ma non mancherà la sua messa per nessuna cosa al mondo.

imagesCABS684P.jpgProprio un proverbio veneziano del settecento riassumeva così la dolce vita suggerita ai nobiluomini: ” La matina una messeta, dopo pranzo una basseta, dopo cena una donneta”, messa, bisca, amante.

Le cortigiane a Venezia erano dette “mamole”: Secondo i diari di Marin Sanudo nella Serenissima all’inizio del 500 le prostitute erano più di dodicimila  su trecentomila abitanti.

Aretino.jpgUn paradiso per l’Aretino che durante il suo soggiorno  a Venezia unì attorno a sè un gruppo di letterati (le cosiddette officine) i cui scritti avevano come soggetto  le storie delle cortigiane.

De Montaigne.jpgUn acuto osservatore della realtà italiana come Michel de Montaigne quando giunse a Venezia si meravigliò della quantità di cortigiane che con i loro proventi avevano conseguito uno stato sociale degno di una nobildonna.

Queste si distinguevano, per categoria e prezzi richiesti, dall’abito; Se erano “oneste” indossavano eleganti soprabiti “zimarre” di velluto con i bottoni d’oro, con pelliccia di scoiattolo “vaio” e con le sopravvesti foderate di “pelliccia guarnaccia”, sottane di raso o ormesino lunghe fino a terra. Le più celebri percorrevano le salizzade e le calli seguite da paggi e servitori, ed indossavano gioielli preziosi.

imagesCAH0RZ0C.jpgDi solito si arricciavano i capelli e li tingevano di biondo, raccogliendoli con cordelline di seta in una rete d’oro. Esse seguivano i consigli di una nota alchimista, la nobildonna Isabella Cortese, che nel 1500 pubblicò il libro “Secreta”, dedicato alla cosmetica femminile , come già ho raccontato in un altro mio post.

Invece quelle di basso rango usavano giubbotti di tela, camicie e braghe da uomo. In capo avevano un mezzo velo bianco di cambrai acconcio con la falda, la quale sporgeva tanto in fuori sopra la testa da coprire tutta la fronte.

come quelle delle psrostitute.jpgimagesCAWBXN1M.jpgAi piedi calzavano scarpe rialzate, simili agli attuali zatteroni. Erano fanciulle “perdute” che si offrivano alla vista ed all’offerta dei passanti quasi del tutto svestite sul famoso “Ponte de le Tette”, incoraggiate in questo dal Doge e dal Vescovo che pensavano in questo modo di ridurre l’omosessualità dilagante in quel periodo.

imagesCARN0K4O.jpgGaspara Stampa profilo.jpgGaspara Stampa.jpgTra le cortigiane oneste e famose, oltre a Veronica Franco, di cui abbiamo già parlato, ci fu Gaspara Stampa, nata a Padova e trasferita a Venezia, la voce femminile più autentica e spontanea della poesia erotica italiana. Si innamorò del conte Collaltino di Collalto, che poi rime di Stampa.jpgl’abbandonò. La Stampa dedicò al suo amore finito “Le Rime”, un canzoniere che raccoglie trecentoundici composizioni, sonate, madrigali, canzoni e sestine.

sonetto di Stampa.jpgsonetti di Gaspara.jpgD’Annunzio citò un suo verso nel “Fuoco” in cui il protagonista è il personaggio più autobiografico di questo autore: ” Vivere ardendo e non sentire il male”.La cortigiana poetessa morì giovane nel 1554.

S. Francesco della Vigna.jpgFamosa e ricchissima fu anche Giulia la Lombarda, che, grazie alle sue relazioni con vescovi e sacerdoti importanti riposa ora accanto all’altar maggiore della chiesa di S. Francesco della Vigna a Castello.

Importante e ricca, ma che soggiornò a Venezia solo per qualche tempo, fu Tullia d’Aragona, famosa per essere l’autrice del “Discorso dell’infinità d’amore “(edito a Venezia nel 1574>) e per imagesCALDUW6J.jpglibro di Tullia d'Aragona.jpgle “Rime”.

La veneziana Bianca Cappello divenne addirittura Granduchessa. Figlia di Pellegrina Morosini e del nobiluomo Bartolomeo Cappelli, si dette alla vita di cortigiana, quindi conobbe un tale Pietro Bonaventura, fuggì con lui, e si sposò a quindici anni. Insieme andarono a firenze dove conobbero il Granduca Francesco I De Medici, che si innamorò di lei, e le fece una corte travolgente.

Il Bonaventura venne trovato morto, ed il Granduca sposè Bianca.

Francesci I de Medici.jpgTullia d'Aragona.jpg200px-Bianca_Capello.jpgMorirono entrambi avvelenati nel 1587.

 

Rosacroce ed Alchimia: Venezia come centro di irradiazione

Le Confraternite a Venezia ebbero una grande importanza culturale e politica, e tra quella dei “taiapiera”, nata come loggia massonica, e quella dei ” Maestri Vetrai”, nata e costruita attorno all’alchimia e con gli alchimisti, ecco che nacque una importante società segreta, chiamata ” Voarchadumia” , il primo elemento di congiunzione tra costruttori, alchimisti, rosacrociani e nuovo elemento di unione dei liberi muratori.

La Società prese nome dal libro di Giovanni Agostino Pantheo, pubblicato nel 1530, con il quale l’autore volle mettere ordine tra le diverse interpretazioni dei metodi e degli studi dell’alchimia.

imagesCATEYJ90.jpgimagesCARA2091.jpgSecondo lo stesso Panteo il termine Voarchadumia è un barbarismo, composto dalla parola caldea Voarch che significa oro, e dall’espressione ebraica ” Mea à Adumot” ovvero due cose rosse, per indicare, come afferma il titolo del suo trattato “le cementificazioni perfette”, qundi  monas 1.jpgmonas 2.jpgtraducibile come ” oro delle due cementificazioni perfette”.

 

imagesCA4KXVYP.jpgJohn Dee nell’introduzione al suo ” Monas Hyerogliphica” confermerà che non occorre andare in India per diventare filosofo,per cui diversi studiosi ed alchimisti definiscono la Voachardumia come “arte liberale dotata della Virtù della Scienza detta altrimenti scienza cabalistica dei metalli, o anche come regime segreto che dimostra e fa vedere chiaramente la disposizione, l’illuminazione, la conversione, la costrizione, la ritenzione, la metallificazione, la purificazione, la moltiplicazione e la proporzione dei corpi naturali…secondo Fulcinelli, uno dei più grandi alchimisti vissuti, ne la dimora filosofale “l’alchimia o la voarchadumia”, è parte della scienza che insegna la trasmutazione dei metalli”.ars-et-theoria_thumbnail.jpgDurante la vita di Panteo(1517-1535) si assisteva ad un rinnovamento dell’alchimia attraverso l’adozione dell’allegoria cristiana e cabbalistica.

 

tetr.jpgASgrippa.jpgimagesCABC1FAU.jpgimagesCATY9ZJD.jpgMolti studiosi, tra cui Johannes Reuchlin (1455-1522) ed Enrico Cornelio Agrippa (1486-1535) appresero le scienze occulte proprio a Venezia. Se nello Stato vaticano o in altri stati le scienze alchemiche erano strettamente  perseguire, a Venezia esisteva una tolleranza, nonostante la proibizione formale della pratica dell’Alchimia,  per cui i liberi  pensatori, gli studiosi si ponevano al riparo della Serenissima per poter continuare i propri studi ed i propri confronti.

 

 imagesCA6R1IHU.jpgimagesCA6PVQAS.jpgPer cui c’ era un proliferare di pubblicazoni altrimenti vietate, ed anche un brulicare di imagesCAEUBLGO.jpgnuove sette, come ad esempio la cosiddetta ” Società angelica” di cui facevano parte Francesco Colonna, che nell’Hypnerotomachia Poliphili allegoricamente parla della propria iniziazione, la Voarchadumia appunto, di cui fece parte anche il pittore Giorgione ( famosa per simbolismi La Tempesta – Gallerie dell’Accademia, Venezia).

imagesCAVOUY6J.jpgimagesCA8CX9SV.jpgLa Venezia dell’epoca poteva considerarsi  come il centro di irradiazione della rinnovata corrente di quella che tra il 1220 e il 1300 con Tommaso D’Acquino, attraverso la sua ” Aurora Congursen” presentava il processo alchemico come ulteriore esperienza interiore di rigenerazione (Poliphilo), sia come progetto politico che avrebbe dovuto dare il via al nuovo stato che si sarebbe dovuto basare più sulla Saggezza che sulla Potenza.imagesCATPOY8X.jpgimagesCAEGG7UU.jpgimagesCA2BK3PK.jpgimagesCA0W9L17.jpgCome già detto,con l’opera di Panteo si ebbe per la prima volta un accostamento tra Cabbalah ed Alchimia, con l’introduzione di numeri ebraici del Tetragrammaton.

Il grande alchimista Johnn Dee ricevette in omaggio il prezioso volume di “Voarchadumia contra Alchimia” dal suo estimatore, amico e non ben conosciuto alchimista veneziano Giovanni Battista Agnelli.

Il manoscritto con la dedica e note a lato viene conservato al British imagesCA5VLYFY.jpgimagesCAMBFHGC.jpgimagesCAMBNTR8.jpgMuseum di Londra.

streghe,pozioni,e…tordi a Venezia

streghe.jpgNel 1500 si creò come una febbre in Spagna, a Roma ed in altre nazioni d’Europa contro le donne, in maggior numero anziane, ma anche giovani, che in genere svolgevano il ruolo di levatrici, si intendevano di erbe,  sapevano curare con tisane e, probabilmente, anche con una capacità psicologica non comune, e per queste peculiarità venivano considerate streghe.

imagesCAFIXYRU.jpgEra opinione comune che queste donne, accusate di essere  adoratrici di Satana, si incontrassero con il Demonio per adorarlo, ricevere istruzioni ed abbandonarsi ad orge di ogni genere in occasione dei sabba.

Migliaia di donne affermavano di avervi preso parte anche se in realtà erano nel loro letto a dormire, ma le confessioni venivano estorte con torture brutali e terribili.

Alcune confondevano le loro fantasie e paure con la realtà, altre volevano vendicarsi di qualcuno, ed altre ancora erano costrette a denunciare conoscenti o amiche come  presunte partecipanti ai sabba.

inquisitore.jpgimagesCABZ8KA5.jpgimagesCAVNG71V.jpgimagesCAHCVVNA.jpgLe descrizioni di ciò che vi accadeva erano piuttosto varie, ma la sostanza era abbastanza costante: le streghe si recavano al sabba con mezzi di trasporto magici, spesso a cavallo di scope; giuravano fedeltà al diavolo, riferivano sulle loro attività malefiche, poi banchettavano e danzando si abbandonavano a licenziosità di ogni genere.

Pierre de Lancre, francese, il gran cacciatore di streghe dell’inizio del 600, riportò molte descrizioni di feste orgiastiche, in cui descriveva anche episodi di vampirismo, violazione di tombe oltre all’oltraggio della bestemmia ed alla profanazione di ostie consacrate.

inquisizione.jpgcaccia.jpgSi riteneva che il sabba si svolgesse regolarmente il 31 ottobre ed il 30 aprile ed ognuna delle quattro festività pagane che erano assorbite dal cristianesimo.

Le streghe di Venezia, invece, non andavano al Sabba.

Ed è proprio dagli Archivi della serenissima Repubblica che si possono ricavare le storie di alcune presunte streghe, attraverso circa 200 processi per sospetta stregoneria, e gli interrogatori sotto tortura furono soltanto tre, ed una sola volta venne minacciato il rogo per un’imputata che era comunque contumace.

sabba.jpginquisizione a Venezia.jpgSi trattò quindi di processi di modesto rilievo storico, da cui però emerge  tutto un mondo di povere donne dedite a complicate cerimonie da compiersi con i mezzi più stravaganti  per guadagnare un pò di denaro vendendo ovviamente illusioni.Inoltre, attraverso questi documenti, è un continuo snodarsi di vicende a volte curiose, divertenti ed impensate.

Nel 700 poi si ebbero episodi da considerarsi forse in maniera diversa, come quando Casanova bambino di otto anni venne portato a MUrano dalla nonna per guarire, per mezzo delle arti di una “guaritrice” dalle perdite di sangue dal naso che lo stremavano e lo avevano ridotto in grande debolezza, come già ho raccontanto.

streghe1.jpgun raduno di streeghe.jpgComunque, dai documenti dell’archivio, ecco la storia di un giovane lavorante di tintoria innamorato senza speranza della moglie del padrone, a cui viene suggerito da una “striga” di offrire al sua anima al diavolo, chiedendogli in cambio di persuadere la donna a concedergli i suoi favori.

Per raggiungere lo scopo il povero tintore, che sapeva scrivere, avrebbe dovuto, in una notte di luna piena, vergare su di una pergamena con inchiostro fino, la sua proposta al demonio. Poi avrebbe dovuto bruciare la pergamena alla fiamma di una candela sul davanzale di una finestra, il fumo spandendosi nell’aria e la sua richiesta sarebbero giunti a Satana.

Il giovane tintore eseguì con diligenza la prima parte del suo compito, ma quando venne il momento di bruciare lo scritto la paura dell’inferno lo spinse a gettare la pergamena nel canale.

venezia inquisizione.jpgAll’alba un ortolano che passava  remando con il suo sandalo carico di verdure vide il foglio, lo trasse dall’acqua incuriosito, e lo portò dal prete.

Il nome della donna amata, il luogo nei cui pressi era stato ripescato il documento, portarono all’identificazione del suo autore e, come si può immaginare, successe il finimondo. Il tutto però si concluse con la condanna all’esilio per alcuni anni del giovane tintore.

Filtri d’amore, pupazzi di cera trafitti da spilloni, amuleti vari, pozioni benefiche o malefiche..le strighe vendevano le carte del buon volere e le formule magiche per gli usi più diversi, le herbere vendevano i loro decotti, le stroleghe predicavano l’avvenire, le strazarole , andando in giro per le calli dall’alba al tramonto procuravano loro i clienti.

Tribunale dell'inquisiione.jpgOgni tanto l’inquisitore faceva mostra dei suoi poteri rinchiudendo, per un breve periodo queste trafficanti nella prison de le done.

Nei tre casi in cui il Sant’Uffizio decise di usare per l’interrogatorio dell’imputata i tormenti, non possedendo una camera di tortura, fu costretto a chiedere ai Signori de la note al Criminal che gli prestassero la loro.

I Signori de la note era un organo  di controllo per i reati commessi da cittadini veneziani, creato nel 1274,( i primi vigili urbani della storia)  sdoppiato poi, nel 1544 nei Signori de la note al Criminal, e al Civil.

sabba2.jpgrogo dei libri durante l'inquisizione.jpgAl ponte di Rialto era posta la Berlina, che venne poi spostata tra le colonne di Marco e Todaro in Piazzetta S. Marco, ed alcune donne vi furono incatenate per 3 o 4 ore.

colonne di Marfco e Todasro a Venezia.jpgSo di quattro donne condannate all’esposizione su un palco eretto  fra le colonne del Leone Alato e quella di San Teodoro, con le mani legate ed una mitria di carta in testa in cui era dipinto il demonio tra le fiamme dell’inferno.

Curioso il processo contro una serva del Priore dell’Ospedale della Misericordia rea di aver mangiato carne di venerdì, per la precisione un tordo.

La donna non negò il fatto, ma addusse a sua giustificazione di sentirsi a volte sfinita e mangiare la carne la aiutava a superare il malore.

inquisizione 3.jpgsanta inquisizione.jpginquisizione 5.jpgL’inquisitore (evidentemente anche lui ghiotto di tordi) l’ascoltò attento e infine decise che “va ben, se le cose stavano così che mangiasse pure i tordi”.

Queste erano le streghe e gli inquisitori a Venezia.

 

 

 

 

I fantasmi a Venezia

Delle tradizioni veneziane fanno parte diverse storie che riguardano case maledette o infestate dai fantasmi.

CA’ DARIO

images.jpgUn palazzo legato a vicende tragiche è Cà Dario, splendido edificio sul Canal Grande fatto costruire dal  mercante Giovanni Dario che lo donò alla figlia illegittima Marietta andata sposa a Vincenzo Barbaro, uomo facoltoso, ricchissimo mercante di spezie.

Sul palazzo appare un’iscrizione in base alla quale Giovanni Dario dedicava la costruzione al genio della città, e recita: GENIO URBIS JOHANNES DARIO “, ma che secondo alcuni studiosi nasconderebbe un drammatico anagramma: SUB RUINA INSIDIOSA GENERO, cioè: Chi abiterà questa casa andrà in rovina.

Ed in effetti la lista dei proprietari del palazzo morti di morte violenta e suicidio è sorprendetemente lunga. Ad iniziare da Marietta e Vincenzo Barbaro, che poco dopo essere andati a viverci andarono in rovina, ed in seguito il Barbaro venne ucciso accoltellato, e Marietta finì annegata.

La casa passò per eredità alla famiglia Barbaro nel 1500, e subito dopo l’erede Vincenzo, morì in un agguato a Candia.

Per 150 anni nessuno abitò la casa che venne poi acquistata da un mercante di diamanti orientale, Addol Arbit, che in seguito fallì e morì in miseria.

Nell’800 si suicidarono insieme Rymond Brown, studioso di Venezia, ed il suo coinquilino. Nel 900 , il nuovo proprietario, Charles Brigs, americano, dovette lasciare al più presto l’Italia per motivi morali dell’epoca (era omosessuale) , ed abbandonare il suo amante che si tagliò le vene dei polsi. lasciando scritte che maledivano i veneziani scritte con il sangue su uno specchio.

Negli anni 70 venne ucciso dal suo amante Raul, con un colpo al cranio Filippo Giordano Lanze. Negli anni 80 la casa  fu acquistata da Christopher Lambert, il manager degli Who, gruppo pop, che si suicidò tagliandosi anche lui le vene. L’ultima morte violenta è stata quella di Raoul Gardini, coinvolto nello scandalo di tangentopoli, che si suicidà con un colpo di pistola alla tempia. Ora il palazzo è in possesso di una multinazionale..speriamo che non faccia più vittime.

Venezi34.jpgIL PALAZZO DEL CAMMELLO

In campo dei Mori, vicino alla Madonna dell’Orto, c’è la statua di tre mori, accostata proprio allìangolo della costruzione. La tradizione riconosce questi mori nei fratelli Mastelli, provenienti dalla Morea (Peloponneso). Pare che fossero commercianti in sete e che si fossero trasferiti a Venezia nel 1112, e qui costruirono Palazzo Mastelli, rinominato anche del cammello per via di un bassorilievo raffigurante un cammello, appunto; di fronte al palazzo, su rio della Sensa vi è la casa del Tintoretto.

Ed è qui, in questo palazzo del cammello che nel 1757 si crearono dei fenomeni tipo poltergeist, come il suonare contemporaneo e sempre alla stessa ora dei campanelli interni delle camere. La vicenda continuò per sere e sere, suscitando l’agitazione ed il terrore degli abitanti del palazzo, fino a che non venne chiamato il cappellano di S. Fantin per il dovuto esorcismo.

imagesCAXFUVT2.jpgPALAZZO MOCENIGO

Anche a Palazzo Mocenigo si aggira una presenza oscura e disperata. Giordano Bruno, che si trovava nel 1591 a Francoforte ricevette un insolito invito a Venezia dal nobile Giovanni Mocenigo, che desiderava imparare l’arte della memoria (uno degli elementi per cui il Bruno veniva considerato in odore di eresia dalla chiesa).

In quell’epoca la Repubblica di Venezia era ancora uno stato indipendente. Temendo l’ostilità della chiesa, sia quella riformata che quella cattolica, il Bruno, che desiderava moltissimo rivedere la sua terra di origine, accolse l’invito.

Dopo alcuni mesi il Mocenigo, insoddisfatto dell’insegnamento di Giordano Bruno, anche perchè, molto probabilmente il suo scopo era  imparare anche i primi rudimenti dell’alchimia e un alchimista era costretto ad un giuramento per cui non avrebbero potuto insegnare o dare informazioni ad alcuno (il testo di questo giuramento è conservato proprio a Venezia)denunciò il sacerdote all’Inquisizione veneziana con l’accusa di eresia.imagesCASK71YQ.jpg
 

Il processo si annunciava favorevole ad una assoluzione , ma la congregazione del Sant’Uffizio chiese la sua estradizione a Roma. IL 17 Febbraio 1600 Giordano Bruno venne arso vivo a Roma, per cui la sua anima si aggira , adirata e tradita tra le mura di quel palazzo.imagesCAWFO9NW.jpg

IL CASIN DEGLI SPIRITIimages.jpg

Famoso anche per essere stato il centro di incontri tra pittori ed intellettuali, è famoso soprattutto per i rumori e le strane immagini che appaiono a chi si avvicina o ci entra
.

Si trova proprio di fronte all’isola di S. Michele, il cimitero monumentale di Venezia, ed era l’antico ospedale della Misericordia, dove morirono migliaia di Veneziani appestati. Per molto tempo servì da tappa e da sala autoptica per i morti che venivano trasportati al cimitero.

Il suo nome è comunque legato ad atroci fatti di sangue, rimasti nel tempo irrisolti, come quello , nel 1929, del ritrovamento al suo interno dei corpi di un gruppo di amici, due fratelli, un sacerdote ed un gondoliere, tutti decapitati .