09/06/2013
I gatti di Venezia
Venezia come luogo di incontro di varie etnie, porto determinante per tutto il Mediterraneo
a cui le le navi attraccavano e ripartivano , portando con sè dei piccoli nemici infidi e pericolosi: i ratti asiatici, portatori, purtroppo della peste.
La Serenissima, come gran parte delle altre capitali europee fu vittima frequentemente di queste epidemie che portarono addirittura a dimezzare la popolazione.



Ed il senso pragmatico dei veneziani (mercanti, per cui aperti a qualsiasi soluzione logica ed economicamente vantaggiosa), portò a costruire per prima una basilica, nell'isola della Giudecca, chiamata la Basilica del Santo Redentore, nota ai veneziani come il Redentore, progetto di Andrea Palladio, che portò a termine l'opera nel 1577.

La ricchezza dell'interno e all'altezza della città che l'ha costruita e che la ospita:
Opere del Tintoretto, Veronese, Palma il Giovane ecc.
E' tradizionalmente il fulcro della grande Festa del Redentore che viene celebrata la terza domenica di luglio a memoria del pericolo scampato ad una pestilenza che colpì la città nel 1575.
L' epidemia provocò circa 50.000 vittime, quasi un veneziano su tre.
Nel settembre del 1576 , quando il male sembrava averla vinta con gli abitanti della Serenissima, il Senato chiese l'aiuto divino facendo voto di realizzare un nuova chiesa intitolata al Redentore.
Nel maggio del 1577 si pose la prima pietra del progetto di Andrea Palladio ( che da 1570 era il Proto della Serenissima, architetto capo della Repubblica veneziana.
Il 20 luglio successivo si festeggiò la fine dell'epidemia con una processione che raggiunse la chiesa attraverso un ponte di barche.
L'edificio ha pianta rettangolare, con un singolare e splendido transetto costituito da tre absidi comunicanti con la grande cupola centrale. La facciata, in marmo bianco è uno dei più mirabili esempi di ispirazione neoclassica che tanto resero famoso il Palladio.
La ricorrenza si celebra ogni anno la terza domenica di luglio, ed è una delle feste più belle per i veneziani, che viene onorata con canti, fuochi arftificiali, ed è di rigore mangiare l'Anara col pien (l'anatra ripiena) seduti sulle barche o sulle gondole, tra luci , luminarie e canti.
Successivamente, a seguito di un'altra epidemia, come ringraziamento della sua fine, venne edificata la Chiesa della Madonna della Salute, ma il problema reale rimaneva, per cui la scaltrezza ed il pragmatismo
veneziano consigliarono di andare in Dalmazia, riempire le navi di gatti, e lasciarli poi liberi in questa città, tra le sue calli, i suoi
campielli..pancione soddisfatto al sole, e tante lunghe appisolate accanto ad una vera da pozzo. Questi sono i veri gatti di Venezia, questa la strategia contro i topi, per cui se vi capita, una carezza magnanimamente concessa da uno di questi "dormiglioni"diventa un modo di comunicare con questa Venezia appagata, placida e soddisfatta.
Purtroppo ultimamente, per evitare problemi, la maggior parte di questi "abitanti" di Venezia sono stati sterilizzati, per cui la carezza elargita, lo sguardo enigmatico e scrutatore di questi felini diventano sempre più rari....Venezia, la popolazione dei suoi gatti che cala, inevitabilmente, sembra esigere ancora questi "personaggi" silenziosi che per anni hanno donato e continuano a donare una compagnia discreta ed affascinante.
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13/05/2013
Venezia : dalla Sensa alla fiera


Nella Venezia antica, fino al 1500 circa, si usava legare alla ricorrenza dell'Ascensione di Gesù al cielo ad una festa carica di simbolismi e di significati politici. Ultimamente la festa è stata ripresa a Venezia, ma con valenze turistiche.
Invece, per il significato importante della Repubblica, veniva officiato lo Sposalizio del Mare da parte del Doge, che benediceva e gettava in mare un anello nuziale, simbolo del legame stretto tra la Serenissima e cio' che la legava a quest'elemento sia per i trasporti, sia per i commerci, sia per la supremazia che questa straordinaria Repubblica era riuscita a costruire tra occidente ed oriente, dando lezione ad altri paesi europei di capacità illuminate di governo, di rapporto con altre etnie, e di apertura mentale.

Nel 1400 la liturgia dello stato toccò il culmine della sua rappresantatività proprio con questa cerimonia che si articolava così: Il giorno dell'Ascensione, all'alba, il " Cavalier" , il Doge incaricato dei preparativi cerimoniali stabiliva se il mare era abbastanza calmo per un corteo di barche: se così era, egli otteneva la vera nuziale dai funzionari delle Ranson vecchie ( galere gloriose che avevano partecipato alla battaglia di Lepanto)ed annunciava l'inizio della Sensa.
Dopo la celebrazione della Messa in San Marco, il doge, gli alti magistrati e gli ambasciatori stranieri si imbarcavano sul Bucintoro, la galea cerimoniale del Doge, con decorazioni raffiguranti la Giustizia e con le insegne della Repubblica. Nel frattempo il Coro della Cappella di San Marco cantava mottetti e le campane delle chiese cominciavano a suonare.
Intanto il Verscovo di Olivolo (Castello) sulla sua barca a fondo piatto (piatto) si univa al corteo delle navi.
I riti religiosi della benedictio si svolgevano nell'imbarcazione del Patriarca: due canonici iniziavano col cantare liriche religiose ed il patriarca benediceva le acque ed i canonici cantavano horemus.
Il Bucintoro dogale veniva affiancato dall'imbarcazione patriarcale, ed il primicerio di San Marco intonava per tre volte " Asperges me hyssopo et mundabor". Poi la barca contenente il Patriarca girava per tre volte attorno al Bucintoro, questi benediceva il Doge, usando un ramoscello d'ulivo come aspersorio.
Quando il corteo raggiungeva l'imbocco della laguna,li dove per un attimo si aveva contatto diretto con il Mare Adriatico, aveva luogo la sacra cerimonia: ad un segnale da parte del Doge il Patriarca vuotava in mare una grossa ampolla (mastellus) di acqua santa, ed il Doge, a sua volta, lasciava cadere in mare il suo anello d'oro dicendo: " Desponsarum te Mare, in signum veri perpetique dominii".
Dopo la cerimonia il Doge e i suoi ospiti si fermavano a S. Nicola al Lido, per pregare e per un banchetto che durava fino a sera.
Svolgendo le Cerimonie della Sensa i Veneziani del XVI Secolo ricordavano la leggenda del Papa Alessandro III ( di cui abbiamo già parlato, e che comporta, oltre all'assoluzione plenaria per chi recita un'ave davanti alla piccola immagine della Madonna, con sotto ora, la statua del sacerdote) anche un'altra assoluzione plenaria per chi prega nella Basilica di San Marco entro le due settimane successive alla " sensa", e tendevano ad enfatizzare:
L'anello come segno del favore papale,e lo Sposalizio come simbolo del Dominio Veneziano e la Benedizione come atto propiziatorio.
I doni di Papa Alessandro III e lo Sposalizio del Mare erano le principali componenti leggendarie e ritualistiche del mito imperiale di Venezia.
C'è comunque un ultimo particolare che va segnalato: Esiste una curiosa convergenza linguistica: se è vero infatti che Sensa in Veneziano significa ascensione, è altresì chiaro che il lemma è lo stesso di "senseria", mediazione, percentuale sull'affare; il che, in una Repubblica a forte connotazione mercantile come quella veneziana, esprime una strana ambiguità di fondo: Non a caso già dal 1180 venne allestita, in concomitanza con questa celebrazione, una vera e propria Fiera, dove, alle merci esotiche provenienti dai commerci veneziani, si affiancavano i prodotti raffinati dell'artigianato locale.




La mostra venne allestita dapprima in barche in legno e poi ospitata in Piazza San Marco, nel recinto di botteghe disegnato dal Sansovino nel 1534, e la Fiera della Sensa divenne una delle maggiori esposizioni europee.
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24/04/2013
Venezia, S. Marco e il bocolo

Per tutti gli italiani il 25 Aprile è la festa della liberazione, ma a Venezia. assieme a questa celebrazione ce ne solo altre due. La prima è la ricorrenza della morte di S. Marco, il patrono della Serenissima Repubblica di Venezia prima, e poi solo di questa città, è la festa del bocolo, che per le donne veneziane è la più romantica dolce..fantastica ricorrenza che riguarda proprio l'amore tenero , drammatico e delicato, che rende la giornata una dedica a tutte le donne ed a tutti gli uomini innamorati.
Il corpo del patrono fu trafugato ad Alessandria d' Egitto, e trasportato a Venezia nell'828 da due mercanti veneziani: Rustico da Torcello e Buono da Malamocco. Racconta la leggenda che i due commercianti misero il corpo del santo
tra la carne di maiale, facendo così in modo che, alla dogana la carne non fosse debitamente controllanta, vista l'avversione dei mussulmani per questo tipo di carne.
La reliquia di S. Marco fu accolta con grande emozi
one a Venezia, perchè la 
storia veneta racconta che proprio l'evangelista Marco, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete diventandone patrono.

Nell'emblema della città venne raffigurato come un leone alato che regge un libro in cui c'è la scritta: PAX TIBI MARCE
EVANGELISTA MEUS, Pace a te Marco, mio evangelista.
Ora i festeggiamenti si svolgono il 25 aprile, data
della morte del Santo, ma a Venezia, prima dell'avvento di Napoleone, i festeggiamenti erano tre: uno al 31 
Gennaio, giorno in cui vennero sbarcate le spoglie del Santo Patrono a Venezia, il 25 Aprile, data della morte, ed il 25 giugno, data in cui le reliquie del Santo vennero miracolosamente ritrovate. Per le ricorrenze così importanti per la Serenissima si svolgevano processioni comprendenti il Doge, le più alte cariche della Repubblica, i nobili e la gente comune.
Quando vennero portate alla Serenissima le Sante Reliquie vennero custodite in una piccola cappella, dove ora si trova il tesoro di S. Marco, in attesa di costruire una basilica degna di un patrono così importante, ma nel frattempo la reliquia sparì, con grande sgomento di tutti, ma la volontà popolare spinse perchè fosse costruita la chiesa e venisse consacrata comunque allo storico Patrono.

Ebbe quindi inizio la costruzione della Basilica , che ebbe termine nell'832. Dante stesso, nel suo memorabile poema scive:" Cielo e mare vi posero mano.", ed effettivamente la Basilica è un prestigio di armi e di oro.
Il doge Pietro Orseolo il Santo la ristrutturò a sue spese . I lavori iniziarono nel 1063, per proseguire poi per la volontà del doge Domenico I Contarini. e ulteriormente vennero proseguiti, per quanto riguarda i marmi e gli abbellimenti architettonici dal suo successore, Doge Domenico Selvo, (1071- 1084).
La Basilica venne consacrata al Santo Patrono ,quando era doge Vitale Falier, dopo un tributo di penitenza e digiuno 



perchè le reliquie non si erano più trovate, il 25
giugno 1094: alla fine del rito ecco che apparve un braccio da una colonna, o, secondo altre voci apparve il leone alato, simbolo del Santo, versione raccontata anche da Giacomo Casanova nelle sue memorie, e, spaccato il marmo della colonna riapparve la cassetta contenente i resti del Santo. Per secoli allora venne festeggiato anche questo evento, con processioni e riti.
Ma c'è altro a Venezia, e la consuetudine è ancora più bella e delicata; Non c'è donna veneziana che al mattino del 25 aprile non riceva dal marito, dall'innamorato o anche un semp0lice corteggiatore un bocciolo di rosa rossa: si tratta della festa del Bocolo, e l'origine di questa dolce consuetudine nasce da due leggende:
La storia d'amore contrastato tra la nobildonna Maria Partecipazio ed il trovatore Tancredi.
Nell'intento di superare gli ostacoli dovuti alla differenza sociale Tancredi partì per la guerra, cercando di ottenere una fama militare per renderlo degno al lignaggio della sposa.
Purtroppo però, dopo essersi valorosamente distinto agli ordini di Carlo Magno, egli cadde ferito a morte sopra un roseto, che si tinse del rosso del suo sangue.
Prima di morire Tancredi affidò al suo amico Orlando un bocciolo di quel roseto perchè lo consegnasse all'amata.
Orlando, fedele alla promessa, giunse a Venezia il 24 Aprile e consegnò alla dama il bocciolo quale estremo messaggio d'amore dell'innamorato.
La mattina seguente, 25 Aprile, la nobildonna venne trovata morta nel suo letto con il bocciolo sul petto.
Da allora i veneziani usano quel fiore come emblema del loro pegno d'amore.

La seconda leggenda invece narra di un roseto che cresceva accanto alla tomba dell'Evangelista Marco. La pianta sarebbe stata donata ad un marinaio della Giudecca, di nome Basilio come premio per aver aiutato nel trafugamento del corpo del Santo. Piantato nel giardino della sua casa, alla morte di Basilio il roseto divenne il confine della proprietà divisa tra i due figli.
In seguito avvenne una rottura tra i due rami della famiglia, e la pianta smise di fiorire. Un 25 aprile di molti anni dopo un discendente di un ramo della famiglia si innamorò, ricambiato, di una discendente dell'altro ramo. Si innamorarono
guardandosi attravero il roseto che separava i due giardini, ed il giovane , vedendo un bocciolo di rosa, l'unico, lo raccolse e lo donò alla fanciulla che già amava. In ricordo di questo amore che avrebbe restituito l'affetto e l'armonia alle due famiglie i veneziani offrono ancor oggi il "bocolo" rosso alla donna amata.
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12/04/2013
Lo scheletro e le sue campane
Sotto il sole, il cielo azzurro e i turisti che affollano Piazzetta S. Marco, non si può pensare che in questi luoghi così belli, artisticamente decorati siano legati i ricordi delle persone che, nel lontano passato, furono giustiziate accanto ad una colonna del porticato del Palazzo Ducale, mentre altre due,al piano superiore che hanno un colore diverso,sono rosa, erano destinate alla lettura della sentenza di morte, che veniva eseguita immediatamente dopo.
Il condannato veniva costretto a guardare il quadrante dell'orologio della torre per conoscere esattamente l'ora
della propria morte, e poi veniva giustiziato.
C'era una piccola opportunità di cavarsela, anzi vana: quella di girare attorno al basamento di una colonna del Palazzo, che anche ora si può notare quanto sia consumato, senza cadere. 
Ma il basamento era così stretto che nessuno riusciva a farcela.
Un'altra, terribile fine la facevano i prigionieri che venivano rinchiusi in una gabbia di ferro (la gheba) ed appesi al campanile, che si trova a lato del Palazzo Ducale.
Il Campanile, un amico per i veneziani, costruito nel IX secolo, poi come imploso,è caduto dentro sè stesso, ma, fortunatamente un angolo rimase intatto, e da quello si potè ricostruire la Loggetta del Sansovino, e poi il campanile intero.
E' alto quasi 100 metri, e sopra vi è la Statua d'Oro dell'Arcangelo Gabriele alta tre metri. che gira spostata dal vento, e quando guarda alla Basilica per i Veneziani significa che ci sarà l'acqua alta.
Si racconta che un giorno il Kaiser Federico III d'Asburgo, uscito da un ricevimento dato dal Doge in suo onore, seccato per aver dovuto fare tante scale per accedere alla Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, si arrampicò con il suo cavallo bianco sulla scala a chiocciola del campanile, per dimostrare la sua superiorità al Doge.
Nessuno riuscì più ad emulare l'impresa.
Galileo Galilei durante la sua permanenza a Venezia usò il campanile come specola, e sempre li nel 1609 presentò il suo cannocchiale alla Signoria.
Il campanile ospita cinque campane: il Maleficio i cui rintocchi accompagnavano una condanna a morte, la Nona, perchè segnava le nove, la Trottiera, quella delle Pregadi, che chiamava i magistrati ed i Senatori alle sedute a Palazzo Ducale, e per ultima la Marangona, l'unica che si è salvata dal crollo. Segnava l'inizio e la fine dell'orario di lavoro per i marangoni (carpentieri), ma sopatutto era l'unica che segnava i dodici rintocchi della mezzanotte.
E tutt'ora sempre a mezzanotte segna la fine del Carnevale, battendo i fatidici dodici rintocchi nella notte tra martedì e mercoledì.
Molo legato al campanile ed alle campane, specialmente alla Marangona, fu un uomo altissimo, il campanaro Zani, il cui scheletro è conservato al Museo di Storia Naturale di Venezia, cioè il Fondaco dei Turchi.
Raccontano testimoni attendibili che questo scheletro, ogni mezzanotte si allontana dal museo per andare a suonare le sue campane nel suo campanile.
Poco più a destra, guardando la laguna e la punta della dogana, ci sono dei giardini pubblici.
E' nota a tutti veneziani la vicenda legata a questi giardini, abbastanza recente: era il 1921 quando Vinicio Salvi andò a cercare lumache, cosa che faceva ogni mattina presto. In quel giardino esisteva (ed esiste tutt'ora) una stata dedicata a Giuseppe Garibaldi.
Vinicio, nella sua ricerca, si trovò vicino alla statua, ed il quel momento si sentì dare una poderosa spinta, per cui cadde a terra, e vide un'ombra rossa dileguarsi.
Raccontò la vicenda agli amici, i quali lo presero in giro, dicendogli che di ombre rosse lui avrebbe visto solo quelle che poteva bere al bacaro ( il bicchiere di vino a Venezia è chiamato ombra, ed il Bacaro è il l locale dove si mangiano cicchetti e si beve vino)
Qualche giorno dopo però capitò la medesima esperienza ad una coppia di fidanzatini c he cercavano un pò di intimità, poi ad un pescatore, che ne ricavò un bernoccolo in testa.
Tutti questi eventi cominciarono a creare un pò di inquietudine per cui fu costituita una ronda notturna. La notte successiva la ronda potè appurare la verità della vicenda, ma l'ombra rossa non si dileguò, anzi, prese le sembianze di un garibaldino.
Tra la gente che intanto era confluita al luogo vi fu una persona che riconobbe nel
fantasma Giuseppe Zatti, nato nel 1838, che, durante la spedizione dei 1000 aveva promesso a Garibaldi di guardargli sempre le spalle, anche dopo morto.
Il Comune allora decise di costruire la statua di Zatti proprio dietro all'eroe dei due mondi, e da quel momento non si ebbero più apparizioni.
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06/04/2013
Campi, campielli e corti a Venezia

I Campi a Venezia sono ampi spazi dove la Chiesa, soprattutto con la parte absidale è in posizione predominante e determina una complessa configurazione di questi importanti centri cittadini, come i Campi di S. Polo, S. Maria Formosa, S. Giacomo dell'Orio e S. Giovanni e Paolo.
Qui ha una posizione importante anche il campanile che con la sua direttrice verticale contribuisce alla varietà di prospettive e delle scenografie; essi sono tra i più blli di Venezia ed anche tra i più antichi, come si può determinare dall'epoca di fondazione della chiesa.


Qui si svolgeva la vita sociale della città, in quanto venivano ospitati mercati, cacce ai tori ( detti cazze ai tori)un sorta di corse dei tori come a Pamplona, ed anche cerimonie pubbliche, fiere popolari, spettacoli all'aperto, insomma tutto quello che una popolazione pronta al divertimento ed alla convivialità desidera vivere fuori dalla propria casa.
Vi sono però a Venezia numerosissimi altri spazi pubblici, piazzette fuori dal traffico principale, quasi sempre chiusi tra edifici di abitazione, non servite 
da un canale. Queste piazzette si chiamano "campielli" o " corti".
La corte è in genere uno spazio rettangolare, talvolta molto allungato quasi come una calle, cone alle estremità due 
"sottoporteghi" per la comunicazione verso l'esterno. Nelle corti e nei campielli vi sono sempre uno o più pozzi, decorati con vere da pozzo istoriate, lavorate e di grande bellezza.


Tra gli esempi più antichi è la Corte del Milion, così denominata perchè vi si trovava l'abitazione di Marco Polo, ed è ricca di numerosi elementi architettonici e decorativi veneto-bizantini e gotici.
UN'altra corte assai antica è Corte Barzizza a San Silvestro, piena di fascino medievale.
Ne campielli e nelle corti, in questi spazi così riservati, quasi continuazione all'aperto della casa di abitazione, si svolgeva la vita cittadina più intima e segreta, e vi si stabilivano i più immediati e quotidiani rapporti sociali: con il brio dei veneziani, con la voglia di "ciacolare" nascevano amori, dicerie, litigi...vite 

vere e convissute: non a caso Carlo Goldoni scrisse " Il Campiello", che rappresenta appunto questo piccolo, vivace e sapido mondo veneziano, dove il vero protagonista in definitiva risulta essere appunto l'ambiente comune del campiello.
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29/03/2013
La reliquia della Santissima Croce


Questa scuola è indubbiamente considerata la più grande istituzione laica di Venezia. Contemporanea alla più antica Scuola della Carità, il cui anno di fondazione è il 1261, la Scuola di S. Giovanni Evangelista ricevette la massima notorietà allorquando, nel 1360 il Guardian Grande della Confraternita, Andrea Vendramin, ricevette da uno dei massimi funzionari del Regno di Cipro , la reliquia della SS. Croce a lui pervenuta dal patriarca di Costantinopoli.
Grazie a questa donazione la Confraternita assunse un prestigio ed una fama fino ad allora sconosciute, tanto che i fedeli presero il pubblico impegno morale di rendere l'edificio all'altezza del tesoro in esso conservato,


Le straordinarie sale delle gallerie dell'Accademia ospitano alcune delle meravigliose opere dedicate alla SS. Croce: Processione della Croce in P,zza S.Marco, il Miracolo della Croce di Ponte di S. Lorenzo, di Gentile Bellini, ed il miracolo della reliquia della croce di Vittore Carpaccio, le quali, oltre che al significato profondamente religioso che esprimono, impressionano per l'estrema nitidezza con cui ci regalano spaccati della vita veneziana di allora.
Parimenti alle vicende artistiche procedettero quelle architettoniche ed intorno al 1415 la Scuola era praticamente finita.

A Bartolomeo Bon è da accreditarsi il magnifico portale marmoreo sormontato da un lunettone con l'Aquila, simbolo proprio di S. Giovanni Evangelista, portale appunto che dava accesso al cortile privato, delimitato dall'edificio della Scuola, e della vecchia Chiesa sulla sinistra.
Nel 1498 Mauro Codussi, straordinario architetto ( membro della Scuola del Tajapiera) redige il progetto del sontuoso salone che porta ai piani nobiliari, e lo realizza caratterizzandola con la classica bifora al piano intermedio, elemento da sempre presente ed emblematica dell'architettura Codussiana.


Ai giorni nostri una parte della Scuola è diventata albergo, ma la reliquia della croce è sempre li, e per la gentilezza dei proprietari è accessibile alla vista dei visitatori.
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20/03/2013
Il fulcro vitale di Venezia



Il maggior addensamento di edifici pubblici avvenne, come è ovvio, attorno a San Marco, ma anche, come già visto, nella zona di Rialto col Palazzo dei Dieci Savi, quello dei Camerlenghi, le Fabbriche Vecchie e le Fabbriche nuove, che costituivano le sedi delleMagistrature.



Vicino all'Arsenale invece furono creati due importanti edifici legati all'attività marinara, i Forni del Pane e i Magazzini dei Cereali.
All'infuori delle zone pertinenti i tre centri si trovano ben pochi edifici di interesse pubblico che non fossero legate alla funzione difensiva del più importante ingresso alla Laguna, cioà al Lido di Venezia: la cosiddetta 
" Casa Rossa" di pertinenza del Consiglio dei Dieci, il " Castel Vecchio" una fortificazione medievale ora scomparsa, ed il
"Castel Novo" o Forte di S. Andrea, opera militare del Sammicheli.
Sulle rive del bacino di San Marco si trovano, come abbiamo visto, i Granai di San Basilio ed i Forni pubblici che affiancavano il rio dell'Arsenale, e sono quindi in qualche modo legati a questo complesso industriale.

La " dogana da mar" centro dell'attività portuale si ricollegava al centro di San Marco: poco distante, sulla riva delle Zattere troviamo i magazzini del sale di fronte ai quali, sulla riva dell'Isola della Giudecca si allineavano numerose costruzione adibite a depositi di granaglie.
Altro edificio di simile destinzione è il Magazzino del megio (miglio) ben addentro nel Canal Grande. Di grande rilevanza è notare che tutti i tre centri preposti ad attività pubbliche furono costruiti pressapoco negli stessi anni: La Chiesa di San Marco fu iniziata nel 1063, il 
Palazzo Ducale dal 1106 alo 1116, i Mercati di Rialto nel 1097 e nel 1104 l'Arsenale.

La Piazza e la Piazzetta S. Marco, il complesso architettonico-monumentale più ricco e fastoso della città divennero quindi il vero centro di espansione di questa città così particolare che aveva nella flotta potente, nell'abilità dei mercanti e nella possibilità di scambi la porta illuminata verso l'Oriente.
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04/03/2013
Venezia: Musica dell'armonia cosmica ed i maestri di Cappella del 500 a San Marco
La musica a Venezia, nel 500 fu l'arte più sentita e congeniale alla città, accanto alla pittura ed al teatro, arti che si intersecavano, si intrecciavano, per cui l'immagine di Giorgione suonatore nei concerti campestri e delle Veneri, del Tiziano, accanto alle melodie degli organi rimangono emblemi della civiltà del Rinascimento a Venezia: il legame del teatro con la musica, nella composizione unitaria del melodramma, costituisce la sintesi di due aspetti determinanti di tutto il Rinascimento a Venezia.
La musica a Venezia aveva trovato il suo prezioso centro spiriturale tra le volte dorate della Basilica di San marco: il servizio più curato e costoso per la Basilica era quello della cappella ducale, ritenuta una delle pupille della vita artistica della Repubblica.
per i Maestri di Cappella, per i cantori, per i suonatori e per gli strumenti. Gli artisti che ne facevano parte erano alle dirette dipendenze dei tre più importanti procuratori di San Marco, che avevano la responsablità della Piazza e della Basilica, tanto più che il doge era la suprema autorità di questi luoghi i quali gli appartenevano di diritto.
La storia della musica anche nello stesso contesto dela stessa storia 


della civiltà di Venezia è di così alto interesse che possiamo riferirci addirittura a Platone, ed il suo modello cosmico che nei suoi dialoghi tramandò gli aspetti esoterici dove l'armonia dei numeri stabiliva che ogni cittadino della sua Repubblica ideale doveva imparare l'aritmetica e la musica come forma di istruzione morale, per conoscere e capire il suono delle sfere cosmiche (i pianeti) in un'armonia perfetta di interscambio tra corpi celesti e logiche matematiche...lucido, perfetto, antesignano dell'armonia cosmica che tutti ora possiamo ascoltare fisicamente attraverso moderni strumenti.
Non a caso la Chiesa di San Francesco della Vigna è stata costruita con una pianta perfetta e venne realizzata dal Sansovino in basi ai principi platonici che regolano i rapporti tra i numeri.
La ricerca delle regole classiche della musica costituiva quindi un ideale supremo: in questo indirizzo costante, in base a trattati di architettura, di matematica. di musica e di filosofia in una parola, sul principio dell'ordine e dell'armonia del mondo, si accorda tutto il principio del Rinascimento e alla perfezione dell'armonia umana sostenuta da Luca Pacioli, a cui si rifece Leonardo da Vinci, per il suo " Uomo di Vitruvio", quindi legata all'armonia naturale, logica e perfetta!
E proprio nella cappella di San Marco si posero le basi di una musica libera, quando i dogi permisero
l'intervento di altri strumenti, oltre all'organo, e poterono favorire la creatività di Andrea e Giovanni Gabrieli, zio e nipote.
Nella basilica gli organi vennero sistemati uno a destra ed uno a sinistra tra le volte del presbiterio, e ciò contribuì a formare un nuovo stile musicale formato da voci umane intrecciate con il suono degli organi, e la parte corale dotata di strumenti di nuovi timbri che prospettò le trame della sinfonia moderna, e di nuovi rapporti tra le voci e gli strumenti.
Andrea Gabrieli fu uno dei musicisti più rappresentativi del suo tempo per la versatilità della sua opera, dai madrigali su testi del Petrarca, del Tasso, del Guarini, alle composizioni 
popolari, Andrea e Giovanni Gabrieli, organisti della Serenissima Signoria di Venezia, contenenti musica di chiesa, madrigali et altri per voci e strumenti musicali, pubblicato presso Angelo Gardano nel 1587.
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27/02/2013
Orefici e il Gran Mogol a Venezia


Una delle arti più raffinate, conosciute ed apprezzate in tutta Europa era quella degli Oresi (orefici), Zogielieri (gioiellieri) e diamanteri, e riuniva artigiani orefici, gioiellieri e tagliatori di diamanti.
Il 27 settembre 1382 venne istituita la Mariegola,di cui la copia più antica si trova ora presso il Museo Correr a Venezia ed il Capitolo stabilì che la festa patronale, dedicata a S. Antonio Abate si tenesse nella Cappella della Misericordia nella chiesa di San Salvador dove venne ricoverata l'arca della Schola che era stata donata dal Prior e sulla quale vennero scolpite le insegne dell'arte.

Gli oresi veneziani erano noti soprattutto per la tecnica della filigrana, detta "opus veneciarum" od "opus venetum ad filum", con la quale fabbricavano manini e entrecosei, intrigasi, cioè collane, braccialetti composti da minute
maglie d'oro.
Oltre ai monili gli oresi erano specializzati nella produzione di arredi sacri per le chiese, e vasellame, posate, ecc,, oltre che a pugnali e scudi.

Nell'arte del diamanter era famosa la tecnica raffinata, copiata ed adattata poi dagli olandesi. E fu un diamanter veneziano, Ortensio Borgisi che tagliò " a rosa " il famoso Gran Mogol, gemma scoperta alla metà del 1600.
Assai rinomati erano anche gli oggetti lavorati con la tecnica detta " dell'Agemina" intarsio su metallo con utilizzo di metallo diverso, e poi smaltati,
Nel 1516 fu stabilito che 16 compagni, detti "tocadori" dovessero fare una
visita settimanale presso le botteghe per
verificare il titolo dell'oro e dell'argento utilizzati per le produzioni.

Nel 1548 la schola si trasferì nella chiesa di San Silvestro, Nel 1601 il doge Marino Grimani concesse che nella chiesa di S. Gacometto i confratelli potessero costruire una statua dedicata a Sant'Antonio Abate, loro Patrono.
Nel 1696 ebbe inizio la costruzione dell'albergo della schola in un edificio prospiciente il Campo Rialto Novo, con 
l'entrata ancor oggi riconoscibile all'anagrafico 554. Sulla lunetta in ferro battuto sopra la porta sono visibili le iniziali SO ( Schola Oresi).
La Zecca della Repubblica prevedeva 

per gli oggetti preziosi cinque bolli: quello del Maestro, quello della Bottega, i marchi di controllo dei
pubblici ufficiali della stessa Zecca (il tastador e il tocador ) e il punzone di garanzia, ovvero il Sigillo di San Marco con il Leone Marciano con le ali spiegate nella caratteristica posizione, "in moleca".
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22/02/2013
inaspettate tracce della clavicola di re Salomone
Ci troviamo nella calle dei Preti o del Pistor, ed andiamo a cercare un esempio di una traccia precisa legata ai templari, ai rosacroce, alla clavicola di re Salomone.
Passiamo il campiello dei preti o del pistor, su cui troneggia una meravigliosa vera da pozzo: sappiamo che nella chiesa di S. Pantalon ci aspetta l'immagine straordinaria dello spettacolare dipinto su tela, di grandissime dimensioni, forse il più grande in Italia e nel mondo,eseguito nell'arco di ventitrè anni (1680-1704) dal pittore veneziano Gian Antonio Fumiani che qui fu sepolto nel 1710.
All'interno di una prospettiva di notevole efficacia si narrano i momenti più salienti della vita e del martirio di San Pantaleone.


Ma ora torniamo indietro ed entriamo in Campiello Cà Angaran e troviamo una delle sculture erratiche più affascinanti della città: L'Imperatore bizantino (arte 
costantinopolitana del XII° secolo).
Nella collezione Dumbarton a Washington ne esiste uno quasi eguale e, secondo gli studiosi, si tratterebbe di Isacco II° Angelo (1185-1193 e 1203 - 1204) o del fratello Alessio (1195-1203).
Altre la datano addirittura al X° secolo e sostengono trattarsi di Leone VI° detto il Saggio Filosofo.
Lasciamo quindi questo campiello, ma non con il cuore e l'emozione, in quanto il mistero rimane tale: come sia finito appeso ad un muro questo tondo magnifico che in qualche modo rientra, nelle numerose tracce lasciate dai Rosacroce per chi, seguace ed introdotto è ancora alla ricerca dell'arcano che cela il tesoro legato alla clavicola (piccola chiave) di Re Salomone, che non è una vera chiave, ma appunto una serie di simboli e significati per portare l'affiliato alla pietra filosofale: cioè all'opera finita: un percorso umano ed alchemico insieme in questo mondo, nei suoi elementi, nella ricerca del divino...e dell'essenza stessa della vita.



E Venezia è una fonte di risorse e di scoperte.
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