09/06/2013
I gatti di Venezia
Venezia come luogo di incontro di varie etnie, porto determinante per tutto il Mediterraneo
a cui le le navi attraccavano e ripartivano , portando con sè dei piccoli nemici infidi e pericolosi: i ratti asiatici, portatori, purtroppo della peste.
La Serenissima, come gran parte delle altre capitali europee fu vittima frequentemente di queste epidemie che portarono addirittura a dimezzare la popolazione.



Ed il senso pragmatico dei veneziani (mercanti, per cui aperti a qualsiasi soluzione logica ed economicamente vantaggiosa), portò a costruire per prima una basilica, nell'isola della Giudecca, chiamata la Basilica del Santo Redentore, nota ai veneziani come il Redentore, progetto di Andrea Palladio, che portò a termine l'opera nel 1577.

La ricchezza dell'interno e all'altezza della città che l'ha costruita e che la ospita:
Opere del Tintoretto, Veronese, Palma il Giovane ecc.
E' tradizionalmente il fulcro della grande Festa del Redentore che viene celebrata la terza domenica di luglio a memoria del pericolo scampato ad una pestilenza che colpì la città nel 1575.
L' epidemia provocò circa 50.000 vittime, quasi un veneziano su tre.
Nel settembre del 1576 , quando il male sembrava averla vinta con gli abitanti della Serenissima, il Senato chiese l'aiuto divino facendo voto di realizzare un nuova chiesa intitolata al Redentore.
Nel maggio del 1577 si pose la prima pietra del progetto di Andrea Palladio ( che da 1570 era il Proto della Serenissima, architetto capo della Repubblica veneziana.
Il 20 luglio successivo si festeggiò la fine dell'epidemia con una processione che raggiunse la chiesa attraverso un ponte di barche.
L'edificio ha pianta rettangolare, con un singolare e splendido transetto costituito da tre absidi comunicanti con la grande cupola centrale. La facciata, in marmo bianco è uno dei più mirabili esempi di ispirazione neoclassica che tanto resero famoso il Palladio.
La ricorrenza si celebra ogni anno la terza domenica di luglio, ed è una delle feste più belle per i veneziani, che viene onorata con canti, fuochi arftificiali, ed è di rigore mangiare l'Anara col pien (l'anatra ripiena) seduti sulle barche o sulle gondole, tra luci , luminarie e canti.
Successivamente, a seguito di un'altra epidemia, come ringraziamento della sua fine, venne edificata la Chiesa della Madonna della Salute, ma il problema reale rimaneva, per cui la scaltrezza ed il pragmatismo
veneziano consigliarono di andare in Dalmazia, riempire le navi di gatti, e lasciarli poi liberi in questa città, tra le sue calli, i suoi
campielli..pancione soddisfatto al sole, e tante lunghe appisolate accanto ad una vera da pozzo. Questi sono i veri gatti di Venezia, questa la strategia contro i topi, per cui se vi capita, una carezza magnanimamente concessa da uno di questi "dormiglioni"diventa un modo di comunicare con questa Venezia appagata, placida e soddisfatta.
Purtroppo ultimamente, per evitare problemi, la maggior parte di questi "abitanti" di Venezia sono stati sterilizzati, per cui la carezza elargita, lo sguardo enigmatico e scrutatore di questi felini diventano sempre più rari....Venezia, la popolazione dei suoi gatti che cala, inevitabilmente, sembra esigere ancora questi "personaggi" silenziosi che per anni hanno donato e continuano a donare una compagnia discreta ed affascinante.
Condividi su Facebook!
20:01 | Link permanente | Commenti (5) | Tag: mistero, misteri, gatti, redentore, venezia | |
Stampa |
12/04/2013
Lo scheletro e le sue campane
Sotto il sole, il cielo azzurro e i turisti che affollano Piazzetta S. Marco, non si può pensare che in questi luoghi così belli, artisticamente decorati siano legati i ricordi delle persone che, nel lontano passato, furono giustiziate accanto ad una colonna del porticato del Palazzo Ducale, mentre altre due,al piano superiore che hanno un colore diverso,sono rosa, erano destinate alla lettura della sentenza di morte, che veniva eseguita immediatamente dopo.
Il condannato veniva costretto a guardare il quadrante dell'orologio della torre per conoscere esattamente l'ora
della propria morte, e poi veniva giustiziato.
C'era una piccola opportunità di cavarsela, anzi vana: quella di girare attorno al basamento di una colonna del Palazzo, che anche ora si può notare quanto sia consumato, senza cadere. 
Ma il basamento era così stretto che nessuno riusciva a farcela.
Un'altra, terribile fine la facevano i prigionieri che venivano rinchiusi in una gabbia di ferro (la gheba) ed appesi al campanile, che si trova a lato del Palazzo Ducale.
Il Campanile, un amico per i veneziani, costruito nel IX secolo, poi come imploso,è caduto dentro sè stesso, ma, fortunatamente un angolo rimase intatto, e da quello si potè ricostruire la Loggetta del Sansovino, e poi il campanile intero.
E' alto quasi 100 metri, e sopra vi è la Statua d'Oro dell'Arcangelo Gabriele alta tre metri. che gira spostata dal vento, e quando guarda alla Basilica per i Veneziani significa che ci sarà l'acqua alta.
Si racconta che un giorno il Kaiser Federico III d'Asburgo, uscito da un ricevimento dato dal Doge in suo onore, seccato per aver dovuto fare tante scale per accedere alla Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, si arrampicò con il suo cavallo bianco sulla scala a chiocciola del campanile, per dimostrare la sua superiorità al Doge.
Nessuno riuscì più ad emulare l'impresa.
Galileo Galilei durante la sua permanenza a Venezia usò il campanile come specola, e sempre li nel 1609 presentò il suo cannocchiale alla Signoria.
Il campanile ospita cinque campane: il Maleficio i cui rintocchi accompagnavano una condanna a morte, la Nona, perchè segnava le nove, la Trottiera, quella delle Pregadi, che chiamava i magistrati ed i Senatori alle sedute a Palazzo Ducale, e per ultima la Marangona, l'unica che si è salvata dal crollo. Segnava l'inizio e la fine dell'orario di lavoro per i marangoni (carpentieri), ma sopatutto era l'unica che segnava i dodici rintocchi della mezzanotte.
E tutt'ora sempre a mezzanotte segna la fine del Carnevale, battendo i fatidici dodici rintocchi nella notte tra martedì e mercoledì.
Molo legato al campanile ed alle campane, specialmente alla Marangona, fu un uomo altissimo, il campanaro Zani, il cui scheletro è conservato al Museo di Storia Naturale di Venezia, cioè il Fondaco dei Turchi.
Raccontano testimoni attendibili che questo scheletro, ogni mezzanotte si allontana dal museo per andare a suonare le sue campane nel suo campanile.
Poco più a destra, guardando la laguna e la punta della dogana, ci sono dei giardini pubblici.
E' nota a tutti veneziani la vicenda legata a questi giardini, abbastanza recente: era il 1921 quando Vinicio Salvi andò a cercare lumache, cosa che faceva ogni mattina presto. In quel giardino esisteva (ed esiste tutt'ora) una stata dedicata a Giuseppe Garibaldi.
Vinicio, nella sua ricerca, si trovò vicino alla statua, ed il quel momento si sentì dare una poderosa spinta, per cui cadde a terra, e vide un'ombra rossa dileguarsi.
Raccontò la vicenda agli amici, i quali lo presero in giro, dicendogli che di ombre rosse lui avrebbe visto solo quelle che poteva bere al bacaro ( il bicchiere di vino a Venezia è chiamato ombra, ed il Bacaro è il l locale dove si mangiano cicchetti e si beve vino)
Qualche giorno dopo però capitò la medesima esperienza ad una coppia di fidanzatini c he cercavano un pò di intimità, poi ad un pescatore, che ne ricavò un bernoccolo in testa.
Tutti questi eventi cominciarono a creare un pò di inquietudine per cui fu costituita una ronda notturna. La notte successiva la ronda potè appurare la verità della vicenda, ma l'ombra rossa non si dileguò, anzi, prese le sembianze di un garibaldino.
Tra la gente che intanto era confluita al luogo vi fu una persona che riconobbe nel
fantasma Giuseppe Zatti, nato nel 1838, che, durante la spedizione dei 1000 aveva promesso a Garibaldi di guardargli sempre le spalle, anche dopo morto.
Il Comune allora decise di costruire la statua di Zatti proprio dietro all'eroe dei due mondi, e da quel momento non si ebbero più apparizioni.
Condividi su Facebook!
14:30 | Link permanente | Commenti (1) | Tag: mistero, misteri, campanile di s. marco | |
Stampa |
29/03/2013
La reliquia della Santissima Croce


Questa scuola è indubbiamente considerata la più grande istituzione laica di Venezia. Contemporanea alla più antica Scuola della Carità, il cui anno di fondazione è il 1261, la Scuola di S. Giovanni Evangelista ricevette la massima notorietà allorquando, nel 1360 il Guardian Grande della Confraternita, Andrea Vendramin, ricevette da uno dei massimi funzionari del Regno di Cipro , la reliquia della SS. Croce a lui pervenuta dal patriarca di Costantinopoli.
Grazie a questa donazione la Confraternita assunse un prestigio ed una fama fino ad allora sconosciute, tanto che i fedeli presero il pubblico impegno morale di rendere l'edificio all'altezza del tesoro in esso conservato,


Le straordinarie sale delle gallerie dell'Accademia ospitano alcune delle meravigliose opere dedicate alla SS. Croce: Processione della Croce in P,zza S.Marco, il Miracolo della Croce di Ponte di S. Lorenzo, di Gentile Bellini, ed il miracolo della reliquia della croce di Vittore Carpaccio, le quali, oltre che al significato profondamente religioso che esprimono, impressionano per l'estrema nitidezza con cui ci regalano spaccati della vita veneziana di allora.
Parimenti alle vicende artistiche procedettero quelle architettoniche ed intorno al 1415 la Scuola era praticamente finita.

A Bartolomeo Bon è da accreditarsi il magnifico portale marmoreo sormontato da un lunettone con l'Aquila, simbolo proprio di S. Giovanni Evangelista, portale appunto che dava accesso al cortile privato, delimitato dall'edificio della Scuola, e della vecchia Chiesa sulla sinistra.
Nel 1498 Mauro Codussi, straordinario architetto ( membro della Scuola del Tajapiera) redige il progetto del sontuoso salone che porta ai piani nobiliari, e lo realizza caratterizzandola con la classica bifora al piano intermedio, elemento da sempre presente ed emblematica dell'architettura Codussiana.


Ai giorni nostri una parte della Scuola è diventata albergo, ma la reliquia della croce è sempre li, e per la gentilezza dei proprietari è accessibile alla vista dei visitatori.
Condividi su Facebook!
23:01 | Link permanente | Commenti (4) | Tag: mistero, misteri, templari, reliquia venezia nascosta | |
Stampa |
22/02/2013
inaspettate tracce della clavicola di re Salomone
Ci troviamo nella calle dei Preti o del Pistor, ed andiamo a cercare un esempio di una traccia precisa legata ai templari, ai rosacroce, alla clavicola di re Salomone.
Passiamo il campiello dei preti o del pistor, su cui troneggia una meravigliosa vera da pozzo: sappiamo che nella chiesa di S. Pantalon ci aspetta l'immagine straordinaria dello spettacolare dipinto su tela, di grandissime dimensioni, forse il più grande in Italia e nel mondo,eseguito nell'arco di ventitrè anni (1680-1704) dal pittore veneziano Gian Antonio Fumiani che qui fu sepolto nel 1710.
All'interno di una prospettiva di notevole efficacia si narrano i momenti più salienti della vita e del martirio di San Pantaleone.


Ma ora torniamo indietro ed entriamo in Campiello Cà Angaran e troviamo una delle sculture erratiche più affascinanti della città: L'Imperatore bizantino (arte 
costantinopolitana del XII° secolo).
Nella collezione Dumbarton a Washington ne esiste uno quasi eguale e, secondo gli studiosi, si tratterebbe di Isacco II° Angelo (1185-1193 e 1203 - 1204) o del fratello Alessio (1195-1203).
Altre la datano addirittura al X° secolo e sostengono trattarsi di Leone VI° detto il Saggio Filosofo.
Lasciamo quindi questo campiello, ma non con il cuore e l'emozione, in quanto il mistero rimane tale: come sia finito appeso ad un muro questo tondo magnifico che in qualche modo rientra, nelle numerose tracce lasciate dai Rosacroce per chi, seguace ed introdotto è ancora alla ricerca dell'arcano che cela il tesoro legato alla clavicola (piccola chiave) di Re Salomone, che non è una vera chiave, ma appunto una serie di simboli e significati per portare l'affiliato alla pietra filosofale: cioè all'opera finita: un percorso umano ed alchemico insieme in questo mondo, nei suoi elementi, nella ricerca del divino...e dell'essenza stessa della vita.



E Venezia è una fonte di risorse e di scoperte.
Condividi su Facebook!
16:19 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: mistero, misteri, clavicola, salomone, templari | |
Stampa |
26/11/2012
La chiesa dei Miracoli a Venezia
A metà del 1440 un tale Francesco Amadi, abitante nel circondario di S. Marina aveva fatto appendere nei pressi della sua abitazione, in una località chiamata La Corte Nova un'immagine della Beata Vergine che aveva fama di di virtù prodigiose, tanto che nel 1400 il nipote Angelo la trasportò in Corte Amadi, e costruì una cappella lignea per conservare un quadro così miracoloso, che venne così esposto alla pubblica venerazione.
Nello stesso anno il pievano di S. Marina, Marco Tozzo, gettò le prime fondamenta. col concorso degli Amadi ed altre famiglie, di un tempio, che compì nel 1486 , in cui collocò la sacra immagine, e vicino al quale fece costruire un convento di monache francescane.
L'incarico del progetto e della costruzione di quella che viene considerata una delle più belle chiese di Venezia, venne affidato a Pietro Lombardo (1435-1515) uno dei più sensibili architetti-scultori alla tradizione bizantina che proviene dalla Basilica di S. Marco.
S. Maria dei Miracoli (così venne denominata la chiesa) divenne il capolavoro dell'artista, dei suoi figli e dei lapicidi che lavorarono con lui.
Costruita nell'arco di otto anni (dal 1481 al 1489) sembra, come S. Marco, essere stata edificata di getto da un pittore che non da un architetto, tale è l'importanza del colore sugli elementi architettonici e la finezza grafica degli ornamenti a
bassorilievo.


Archi, finte colonne, capitelli, cornici, fregi, costituiscono fantasiosi pretesti decorativi in cui l'ornamentazione della pietra si inserisce con incastonature sapienti ad un preciso effetto cromatico.
Gli archi si restringono o si allargano sull'esigenza di questo ritmo ornamentale che non compenetra il muro, ma lo adorna in superficie e la impreziosisce come uno smalto sul contrappunto dei lucidi toni dei porfidi rosso cupo e verde antico, incastonati come pietre dure in un gioiello sulle distese superfici oro - madreperla dei
marmi screziati.

Si avverte una misura ed un disegno compositivo, rinascimentali, in una fattura che è ancora tutta bizantina, specie nella cupola presso l'abside, modellata come quella di S. Marco.
Anche l'interno risponde a questa suprema eleganza di colore e di decorazione, estremamente semplificata, che prende ispirazione dalla forma stessa ad arco dell'unico quadro della chiesa, una tavola con l'immagine miracolosa della
Madonna dipinta da Nicolò di Pietro.


La chiesa è quindi una teca raffinata e preziosa, come un reliquiario, un cofano che ha per centro ideale l'alto presbiterio, meraviglioso gioiello ed esempio di arte veneziana.
Condividi su Facebook!
17:10 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: mistero, misteri, madonna dei miracoli, neo gotico a venezia, lombardo | |
Stampa |
20/11/2012
Il segreto della Basilica della Salute e Baldassarre Longhena
Domani si celebra a Venezia la festa della " Madonna della Salute", in ricordo della peste che uccise cinquantamila abitanti della Serenissima nel biennio 1630 - 31, e per cui il Doge ed il Consiglio dei Dieci ordinarono l'erezione di una chiesa come voto e ringraziamento per la sua cessazione. Oggi, attravero il ponte di barche migliaia di Veneziani andranno nella meravigliosa chiesa barocca per testimoniare la loro fede per quanto riguarda la possibilità di preservarsi dalle malattie, o a chiedere un sostegno, un aiuto concreto per guarire le persone malate.
Della Basilica dedicata al culto della Madonna della Salute ho parlato
in più occasioni, ma ora è arrivato il momento di raccontare alcune interessantissime cose che riguardano Baldassarre Longhena, l'architetto di cotanta meraviglia e scrigno di segreti che, via, via, vennero svelati, oltre che da un professore tedesco, anche da tanti piccoli particolari che spiegherò un pò per volta.
Baldassarre Longhena (Venezia, 1598-1682) era figlio di Melchisedec (nome chiaramente ebraico) nativo di Morezza (Valtellina), per cui il Longhena apprese dal padre i segreti della Kabbalah. Accanto alla chiesa venne costruito anche un convento, sempre su disegno del Longhena, dove, nel 1742 Casanova studò fisica.
Sembra comunque che l'ispirazione per il progetto della chiesa sia stata tratta dall'immagine del Tempio di Venere Physizoa descritta nell'opera precedentemente presentata, Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, un chiaro riferimento ad un legame tra madre pagana e quella cristiana, un una sorta di protocristianesimo ideale.
Una straordinaria intuizione spinse il professore tedesco Gherard Geber-Shilling che verificò le misure dell'edificio sulle planimetrie e sul campo, con il piede veneziano ( cm,. 35,09), ed ecco che scoprì che due numeri ricorrono come una costante: l'8 (gli ottagoni stessi che formano la base della chiesa simbolizzano la rinascita) e l'11 con i suoi multipli.
L'8 appartiene alla simbologia cristiana (la corona mistica della Vergine, la chiesa del Santo Sepolcro, la resurrezione e la vita eterna) ma l'11 ha valore negativo, infatti rimanda ai 10 comandamenti e precisamente al peccato capitale; diversamente, nella Kabbalah giudaica, questo inizia proprio l'origine dei 10 comandamenti, cioè Dio attorniato dalle sue dieci sefiroth, cioè le proprietà che ha Dio per proiettarsi nel mondo degli uomini, chiamate anche l'albero della vita.L'11 è la metà dell'alfabeto ebraico (kaf) e dei 22 arcani dei Tarocchi, anche lo stesso Dante usò l'endecasillabo per la sua Commedia.
Da qui si deduce che Longhena volle cifrare con la numerologia insita nella costruzione stessa del Tempio un messaggio preciso: la chiesa sorgeva come ringraziamento per la fine della peste e doveva nascere su fondamenta per così dire ecumeniche, tale era la condizione dell'uomo davanti alle pestilenze.


Ai fianchi della scalinata, dall'acqua, emergono due angeli. Nel pavimento, al centro, sotto la grande cupola c'è una corona di rose ed una seconda, più grande di altre 10 rose ed una piastra in metallo (forse l'unidicesima rosa?) con l'scrizione "unde origo indi salus" che arricchiscono questo capolavoro anche con il mistero iniziatico dei Rosacroce.
Ma non è finita qui, all'esterno, tutto intorno sorge un fregio con delle svastiche (la parola sanscrita "svastica" significa salute), e la rivelazione più grande: la pianta di tutta lo costruzione non è altro che I Grande Pentacolo di Re Salomone, facente parte della Clavicola di Re Salomone.
La clavicola di re Salomone è il più diffuso manuale pratico di magia diffuso in tutta l'area del Mediterraneo. Forse di origine caldea, babilonese o ebrea non ha nulla a che fare con Salomone, ma è stato attribuito prima allo storico ebreo Giuseppe Flavio, poi ad Alberto Magno.
Qui sono contenute alcune formule attribuite ad un tale Aronne Isacco, mago di corte del primo imperatore Bizantino Manuele I Comneno.
Condividi su Facebook!
19:12 | Link permanente | Commenti (14) | Tag: mistero, misteri, basilica della salute, longhena, venere, polifilo | |
Stampa |
18/11/2012
Alchimisti e Maestri Vetrai a Venezia

E' esistito un intreccio tra l'alchimia dei Rosacroce e la filosofia, fin dal medio evo.

Molto probabilmente i primi alchimisti che esercitarono a Venezia fecero parte della Corporazione dei Vetrai. Questa si era costituita a Venezia nel 1255, e poi fu trasferita a Murano per evitare incendi che, con i
tetti in paglia, 
sarebbero potuti essere numerosi.

Amico e frequentatore di uno dei più noti vetrai, Angelo Barovier, era Paolo Godi, un alchimista famoso
il quale gli insegnò diverse formule per la formazione della pasta di vetro, dei colori, delle luminescenze ed opacità.
Più avanti gli altri componenti della corporazione si cimentarono anche nella costruzione di specchi, legati anch'essi ad una tradizione rosacrociana.
Nel 1317 venne emanata da Papa Giovanni XXII la bolla "Spondent Pariter" che ammoniva contro l'esercizio e l'uso dell'Alchimia , la quale rimase comunque oggetto di conoscenza anche per il Papa, del quale venne pubblicato postumo, nel 1557 il trattato "Ars Trasmutatoria".
Nel frattempo, nonostante la legge promulgata dal Consiglio dei 10 il 17.12.1488 che vietava severamente lo studio e la pratica dell'Alchimia, venne creata a Venezia una società segreta alchemica, chiamata Voarchadumia, attiva tra il 1450 e il 1490. Questa aveva ramificazioni internazionali, tra i membri più conosciuti Sir George Ripley.
Il sacerdote veneziano Giovanni Agostino Pantheus pubblicò il trattato "Voarchadumia, l'oro dei due rossi e della cementificazione perfetta, dedicandolo al doge Andrea Gritti. Pantheus dedicò inoltre un trattato ad un suo amico polacco Hierosky, grande conoscitore di testi alchemici.
Le opere di Pantheus crearono per la prima volta un sincretismo tra Alchimia e Kabbalah.
Nel 1585 il nobile veneziano Francesco Malipiero venne condannato a morte per magia, stragoneria ed alchimia.
Nello stesso periodo un alchimista al servizio di Enrico I di Buglione ottenne dallo stesso, dopo avergli trasmesso una ricetta per fare l'oro, un finanziamento per andare ad un convegno di alchimisti a Venezia.

Uomini all'avanguardia, artigiani attenti e chimici sopraffini che conservarono per secoli i loro misteri, gettando nella laguna le prove mal riuscite di colori o lavorazioni: tutt'ora, nonostante lo svilimento di certe "cose che nanche lontanamente si avvicinano agli originali" vengono proposte da qualche bancarella (magari abusiva), opere d'arte di incredibile raffinatezza ed eleganza vengono prodotte ancora a Murano, proseguendo un'arte che è unica e che deve essere protetta ed aiutata.
Condividi su Facebook!
22:41 | Link permanente | Commenti (6) | Tag: mistero, misteri, alchimisti, rosacroce, maestri vetrai, venezia | |
Stampa |
18/10/2012
Il mistero della stella di S. Apollonia



Nel 1962 fu rinvenuta tra le fondazioni dell'Abside Maggiore della Basilica di S. Marco una lastra di pietra scolpita.
Immediatamente fu evidente a tutti l'importanza del ritrovamento. La lastra comunque venne portata nel lapidario del Chiostro di S. Apollonia a Castello, sede del museo diocesano d'arte sacra.
Solo recentemente, nel 2004, lo studioso inglese Andrew Chugg, a conclusione di un lavoro interessante e documentato sulla tomba di Alessandro Magno che è andata perduta in Macedonia, ha 

proposto la tesi secondo cui la lastra di S. Apollonia sarebbe la prova simbolica e materiale che nella Basilica di S. Marco riposino assieme le spoglie dell'Evangelista e quelle del condottiero macedone.
La lastra sarebbe una parte del coperchio della tomba perduta, trasportata ad Alessandria nel IX secolo insieme al suo contenuto, in occasione del trafugamento del corpo di S. Marco, per poi essere trasferita con le spoglie dell'evangelista alla Basilica.




In effetti sulla pietra è scolpita la stella argeade, emblema della casata di Alessandro il Grande .
Naturalmente sono tutti studi ed ipotesi, a cui si aggiungono un po? alla volta anche esperimenti scientifici, prove e riprove. Si presume che il reperto sia relativo ad Alessandro Magno ,ma se fosse relativo a qualche altra opera, fa pur sempre parte di un patrimonio archeologico che fa parte integrante di Venezia,
ancora tutto da capire e da studiare, così come le cripte di San Marco e i loro tesori ancora da inventariare. Ne parleremo presto!
Condividi su Facebook!
22:58 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: mistero, misteri, stella argeade, alessandreo magno, s. marco, s. apollonia, venezia | |
Stampa |
17/09/2012
Le Botteghe del Caffè a Venezia
Venezia, antesignana in tutte le sue novità, importò per prima il caffè dalla Turchia.
La prima bottega del caffè che sorse a Venezia fu il Caffè Quadri, nella prima metà del 700, e si distinse per la preparazione della bevanda alla turca, richiamando così una grande quantità di clienti provenienti da qualsiasi nazione.
Accanto al Quadri sorgeva il Lavena, e qui si davano appuntamento per sorseggiare una tazzina della squisita bevanda 
musicisti, come Richard Wagner, o intellettuali, come D' Annunzio, spesso in compagnia della Contessa Casati, che portava con sè un leopardo al guinzaglio.



Qui sostavano i gondolieri ed i "codega" cioè i portatori di lanterne incaricati di accompagnare a casa i clienti; l'illuminazione pubblica fu realizzata solo nel 1732.
Ed ecco infine "Alla Venezia Trionfale" di Floriano
Francescotti, chiamato da tutti Florian, e così si chiama tutt'ora. Il nipote di 

Floriano,
Valentino, fu grande amico del Canova, che, quando era a Venezia, veniva a sedersi qui e a passare qualche ora in buona compagnia.Fu anche la prima bottega del caffè dove potevano entrare le donne.
Al Caffè Florian nacque la Gazzetta Veneta del Conte Gaspare Gozzi, che praticamente teneva qui la sua redazione ed anche il centro di diffusione.
Con lui spesso il fratello, uomo segaligno e spesso triste, Carlo Gozzi, che fu uno dei pilastri dell'Accademia dei Granelleschi, denunciò spesso il cattivo 
gusto dei costumi letterari e fu fiero oppositore e denigratore di Carlo Goldoni, che definì il "borghese".
Scrisse le fiabe teatrali "L'amore delle tre melarance", il "Re Corvo", la "donna serpente" e la Turandot. Nel corso dell'800 venne frequentato da Lord Byron, Foscolo, Goethe, Marcel Proust, Russeau, Stravinsky, Modigliani e Riccardo Selvatico.
Straordinaria fu la diffusione di questa bevanda tratta da una semente chiamata "Kahvè", giunta da Costantinopoli nel 600. E dalla prima bottega, nata sotto le Procuratie in piazza S. Marco nel 1683,già nel 700 se ne contarono ben 34 sparse per tutta Venezia.



Carlo Goldoni nella sua "Bottega del Caffè" ne descrive lo spirito, l'aspetto conviviale, il punto di riferimento per incontri, pettegolezzi, quello spirito tutto veneziano, godereccio che è diventato un centro di aggregazione sociale, rimasto tutt'ora un' abitudine per le vecchie signore che al mattino, prima delle passeggiate o delle commissioni, si fanno quatro ciàcoe sorseggiando una tazza di caffè corretto, o bevendo un marsalino in cui intingono un baìcolo.
Condividi su Facebook!
19:14 | Link permanente | Commenti (3) | Tag: mistero, misteri, caffè, florian, quadri | |
Stampa |
13/07/2012
Il Redentore a Venezia




Tra il 1575 ed il 1577 vi fu un altro episodio di peste a Venezia. Circa cinquantamila persone ( quasi un terzo della popolazione) morirono a causa di questo terribile morbo.
Il 4 settembre del 1576 il Senato della Serenissima decretò di erigere una chiesa intitolata a Cristo Redentore, e la prima pietra fu posta il 3 maggio 1577. IL progetto venne affidato al Palladio, che dal 1570 era " proto" ovverosia architetto capo della Repubblica di Venezia e che seguì le direttive dei cappuccini ai quali la futura chiesa venne affidata.

Egli scelse per questa chiesa posta nell'isola della Giudecca un'architettura rinascimentale, un tentativo insomma di conciliare la chiesa cristiana con tutti gli elementi del tempio classico: Un frontone classico infatti domina la facciata, resa proprio per i canoni di povertà e sobrietà dei cappuccini molto schematica, con materiali poveri cotto e mattoni, rifuggendo da marmi pregiati ed altre decorazioni.
Nel rispetto della griglia funzionale dei cappuccini, per la definizione della planimetria il Palladio si rifà alle strutture termali antiche, specialmente alle Terme di Agrippa come fonte delle sequenze degli 
spazi che si susseguono l'uno all'altro.
E la cupola, che funge da canone per l'intera costruzione, ha il diametro uguale all'ampiezza della scala con i suoi quindici scalini, che simboleggiano la salita al tempio di Gerusalemme.
Il progetto del Palladio, morto nel 1580, fu portato a termine da Antonio da Ponte 
nel 1592.

La ricorrenza del Redentore è una delle feste più sentite dai veneziani. Nella serata del sabato della terza settimana di luglio viene creato un ponte di barche che collega le Zattere all'Isola della Giudecca,quindi i veneziani salgono sulle barche decorate con fronde e palloncini colorati si radunano nel canale della Giudecca e nel Bacino di San Marco.
Sulle rive illuminate e sui balconi dei palazzi si assiepa una gran folla per assistere a questa festa di suoni e luci che trionfa con un grande spettacolo 

pirotecnico che rinfrangesull'acqua giochi cromatici altamente suggestivi.
I veneziani nelle barche appositamente apparecchiate mangiano l'oca e l'anitra arrosto, quindi attendono il sorgere del sole sulla spiaggia del Lido.


La domenica si svolgono le regate di gondole e riti di ringraziamento officiati dal Patriarca. Una festa in cui tutti i veneziani si riconoscono e si ritrovano, per cui...AUGURI A TUTTI !!!!
Condividi su Facebook!
11:55 | Link permanente | Commenti (11) | Tag: mistero, il redentore, peste, palladio, venezia nascosta | |
Stampa |










