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Venezia e le opere d’arte nelle scuole, scrigni preziosi di bellezza e tradizione.

1-Schola Grande di S- Rocco.jpgLa vivacità artistica popolare di Venezia è documentata dalla straordinaria ricchezza di opere d’arte nelle scuole e in particolare di pittura, scultura ed arte applicata. In gran parte dei casi ci si deve riferire ad opere andate perdute o disperse rispetto alle indicazioni degli inventari conservati che elencano con gran cura tutti gli oggetti appartenenti alla scuola.

Le opere d’arte erano lungamente ricercate presso gli artisti ed erano frutto, molto spesso, delle economie di cui i confratelli si facevano partecipi mediante le decisioni del Consiglio direttivo  della scuola, decisioni  che puntualmente venivano segnate nei libri dei conti e nel catastico, spesso con i singoli contributi e le rateazioni.

San Giorgio degli Schiavoni.jpgLa Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni  tra le minori, e quella di San Rocco tra le grandi hanno il raro privilegio di aver conservato intatto il loro patrimonio artistico e di presentare quindi al vivo una documentazione esatta di  questo patrimonio, raccolto nei secoli da una inesausta passione popolare.

In tutte le Scuole , comprese quelle che avevano una propria sede, avevano un proprio altare in una chiesa,m e la Pala d’Altare diventava un simbolo pubblico di tutto il sodalizio, che specchiava nell’opera d’arte la propria ambizione ed il proprio gusto artistico . Da questo si può dedurre una delle regioni più importanti del grande sfarzo di pittura e di decorazione che troviamo in quasi tutte le chiese veneziane, la storia di ogni singolo altare può darci di riflesso non solo il fatto devozionale ma anche l’incentivo e l’orgoglio delle singole scuole per le opere d’arte.

Santa Barbara di Palma il vecchio a S. Maria Formosa.jpgScuola grande di S. Giovanni evangelista.jpgscuola grande di S. Maria delle Grazie.jpgCitando qualche caso, la scuola dei bombardieri aveva il proprio altare nella vicina chiesa di Santa Maria Formosa, con la “Santa Barbara” di Palma il Vecchio, la scuola dei Mascoli nella Basilica di San Marco aveva una Cappella con sculture e paliotto d’altare di Bartolomeo Bon, mosaici di cartone di Michele Giambono, Andrea Mantegna e Andrea del Castagno; la scuola dei cinturati, fabbricatori di cinture, aveva una propria Madonna nella chiesa di S. Felice di Giovanni Bellini; la scuola dei Fiorentini aveva Donatello ai Frari.pngBasilica dei Frari a Venezia.jpgnell’altare nella chiesa dei Frari una scultura di Donatello.

SS. Giovanni e Paolo.jpgOgni scuola aveva un gonfalone che veniva portato in processione , e per dipingerlo venivano indetti concorsi tra i vari artisti: Vittore Carpaccio ad esempio dipinse quattro cicli di pitture per quattro scuole piccole: il ciclo di S. Orsola nella scuola omonima, a S. Storia di S. Giorgio.jpgGiovanni e Paolo, il ciclo di S. Giorgio a S. Giorgio degli Schiavoni a S. Antonin, il ciclo Storia di S. Orsola a SS. Giovanni e Paolo.jpgdella storia della Madonna per la Scuola degli Albanesi a S. Maurizio, e il ciclo di S. Stefano per la scuola dei “laneri” (lavoratori della lana) a S. Stefano.

Gli inventari delle Scuole, infine, oltre ad elencare gli oggetti di uso comune , testimoniano la predilezione dei confratelli per le opere d’arte applicata, spesso di grande valore artistico, quale la croce astile , che precedeva le insegne della Scuola nelle processioni, come si può vedere nel ciclo dei ” il miracolo della Croce del Carpaccio.jpgProcessione a Venezia di Gentile Bellini.jpgMiracoli della Croce” eseguito da Giovanni Bellini e dai suoi allievi intorno al 1490 per la Scuola di S. Giovanni  Evangelista, gli stendardi, i reliquiari , i paramenti, gli arredi sacri che erano portati in processione con comune orgoglio.

Delle innumerevoli opere d’arte racconterò in seguito, ma basta fare un giro per le chiese, accostarsi agli altari, o visitare una Scuola grande (S.Rocco, con i suoi meravigliosi teleri del Tintoretto) per poter aprire le emozioni e l’anima a questo ampio respiro di arte di cui Venezia è scrigno magico ed incantato.

 

Venezia, S. Marco e il bocolo

imagesCAJKK75U.jpgBasilica di S. Marco.jpgPer tutti gli italiani il 25 Aprile è la festa della liberazione, ma a Venezia. assieme a questa celebrazione ce ne solo altre due. La prima è la ricorrenza della morte  di S. Marco, il patrono della Serenissima Repubblica di Venezia prima, e poi solo di questa città, è la festa del bocolo, che per le donne veneziane è la più romantica dolce..fantastica ricorrenza che riguarda proprio l’amore tenero , drammatico e delicato, che rende la giornata una dedica a tutte le donne ed a tutti gli uomini innamorati.

Il corpo del patrono fu trafugato ad Alessandria d’ Egitto, e trasportato a Venezia nell’828 da due mercanti veneziani: Rustico da Torcello e Buono da Malamocco. Racconta la leggenda che i due commercianti misero il corpo del santo Traslazione del corpo di S. Marco.jpgtra la carne di maiale, facendo così in modo che, alla dogana la carne non fosse debitamente controllanta, vista l’avversione dei mussulmani per questo tipo di carne.

imagesCA45LIKS. Marco.jpgLa reliquia di S. Marco fu accolta con grande emoziresti dii S. Marco.jpgone a Venezia, perchè la tesoro 3.jpginterno San Marco.jpgstoria veneta racconta che proprio l’evangelista Marco, mentre era in vita, avrebbe evangelizzato le genti venete diventandone patrono.

leone.jpgimagesCAMXLW50.jpgNell’emblema della città venne raffigurato come un leone  alato che  regge un libro in cui c’è la scritta: PAX TIBI MARCE 2.jpgEVANGELISTA MEUS, Pace a te Marco, mio evangelista.

Ora i festeggiamenti si svolgono il 25 aprile, data imagesCA0IUN5P.jpgdella morte del Santo, ma a Venezia, prima dell’avvento di Napoleone, i festeggiamenti erano tre: uno al 31 processione 1.jpgrito per san marco.jpgGennaio, giorno in cui vennero sbarcate le spoglie del Santo Patrono a Venezia, il 25 Aprile, data della morte, ed il 25 giugno, data in cui le reliquie del Santo vennero miracolosamente ritrovate. Per le ricorrenze così importanti per la Serenissima si svolgevano processioni comprendenti il Doge, le più alte cariche della Repubblica, i nobili e la gente comune.

Quando vennero portate alla Serenissima le Sante Reliquie vennero custodite in una piccola cappella, dove ora si trova il tesoro di S. Marco, in attesa di costruire una basilica degna di un patrono così importante, ma nel frattempo la reliquia sparì, con grande sgomento di tutti, ma la volontà popolare spinse perchè fosse costruita la chiesa e venisse consacrata comunque allo storico Patrono.

Altari Maggoore di sa. Marco.jpgBasili di S. Marco a Venezia.jpgEbbe quindi inizio la costruzione della Basilica , che ebbe termine nell’832.  Dante stesso, nel suo memorabile poema scive:” Cielo e mare vi posero mano.”, ed effettivamente la Basilica è un prestigio di armi e di oro.

Il doge Pietro Orseolo il Santo la ristrutturò a sue spese  . I  lavori  iniziarono nel 1063, per proseguire poi per la volontà del doge Domenico I Contarini.  e ulteriormente vennero proseguiti, per quanto riguarda i marmi e gli abbellimenti architettonici dal suo successore, Doge  Domenico Selvo, (1071- 1084).

La Basilica venne consacrata al Santo Patrono ,quando era doge Vitale Falier, dopo un tributo di penitenza e digiuno spoglie di S. Marco.jpg§Trittico.jpgcattedera di S. Marco.jpgimages.jpgTesoro7.jpgperchè le reliquie non si erano più trovate, il 25 tesoro 8.jpggiugno 1094: alla fine del rito ecco che apparve un braccio da una colonna, o, secondo altre voci apparve il leone alato, simbolo del Santo, versione raccontata anche da Giacomo Casanova nelle sue memorie, e,  spaccato il marmo della colonna riapparve la cassetta contenente i resti del Santo. Per secoli allora venne festeggiato anche questo evento, con processioni e riti.

Ma c’è altro a Venezia, e la consuetudine è ancora più bella e delicata; Non c’è donna veneziana che al mattino del 25 aprile non riceva dal marito, dall’innamorato o anche un semp0lice corteggiatore un bocciolo di rosa rossa: si tratta della festa del Bocolo, e l’origine di questa dolce consuetudine  nasce da due leggende:

Maria Partecipazio.jpgLa storia d’amore contrastato tra la nobildonna Maria Partecipazio ed il trovatore Tancredi.

Nell’intento di superare gli ostacoli dovuti alla differenza sociale Tancredi partì per la guerra, cercando di ottenere una fama militare per renderlo degno al lignaggio della sposa.

Purtroppo però, dopo essersi valorosamente distinto agli ordini di Carlo Magno, egli cadde ferito a morte sopra un roseto, che si tinse del rosso del suo sangue.

imagesCA6L40NW.jpgPrima di morire Tancredi affidò al suo amico Orlando  un bocciolo di quel roseto perchè lo consegnasse all’amata.

Orlando, fedele alla promessa, giunse a Venezia il 24 Aprile e consegnò alla dama il bocciolo quale estremo messaggio d’amore dell’innamorato.

La mattina seguente, 25 Aprile, la nobildonna venne trovata morta nel suo letto con il bocciolo sul petto.

Da allora i veneziani usano quel fiore come emblema del loro pegno d’amore.

imagesCAH3MNIU.jpgimagesCAISXACG.jpgLa seconda leggenda invece narra di un roseto che cresceva accanto alla tomba dell’Evangelista Marco. La pianta sarebbe stata donata ad un marinaio della Giudecca, di nome Basilio come premio per aver aiutato nel trafugamento del corpo del Santo. Piantato nel giardino della sua casa, alla morte di Basilio il roseto divenne il confine della proprietà divisa tra i due figli.

In seguito avvenne una rottura tra i due rami  della famiglia, e la pianta smise di fiorire. Un 25 aprile di molti anni dopo un discendente di un ramo della famiglia si innamorò, ricambiato, di una discendente dell’altro ramo. Si innamorarono imagesCAJUVB3O.jpgguardandosi attravero il roseto che separava i due giardini, ed il giovane , vedendo un bocciolo di rosa, l’unico, lo raccolse e lo donò alla fanciulla che già amava. In ricordo di questo amore che avrebbe restituito l’affetto e l’armonia alle due famiglie i veneziani offrono ancor oggi il “bocolo” rosso alla donna amata.

 

Venezia città nave.

4921_venezia_canal_grande.jpgLa personalità di Venezia e la sua struttura intrinseca a partire dal XVI secolo sono state fortunatamente e prodigiosamente documentate dal geniale incisore Jacopo de Barbari che nelle sue opere testimoniò una visione aerea che la dice lunga sulle sue capacità e sulla sua genialità, oltre alla conoscenza profonda di questa città-

Da punto di vista topografico Venezia è divisa in due grandi zone dal percorso sinuoso del Canal Grande, grosso modo una a nord-est e l’altra a sud ovest. La striscia della Giudecca non è che un completamento urbanistico di questa seconda zona.

jacopo-de-barbari-venezia-del-1500.jpgarsenale.pngIl Canal Grande però, anzichè dividere la città divenne il punto di sutura delle due zone: Esso era infatti l’arteria dove confluivano i percorsi secondari e sopratutto le principali attività commerciali. Prima di essere una bella strada di rappresentanza il Canal Grande è stato una parte, forse la più importante, della zona portuale.

Dal punto di vista residenziale non sono espressamente identificabili zone ben definite debarb.jpgDeBarbari_1.jpgdal punto di vista residenziale ed economico perchè le diverse tipologie di abitazioni, cme precerdentemente abbiamo notato, sono mescolate in uno stresso nucleo urbano, tutta via si possono identificare zone caratterizzate dall’insediasmento di case popolari abitare da pescatori , marinai o prestatori d’opera come gli Arsenalotti della zona di Castello, e Nicolotti della zona di Dorsoduro o di S. Nicolò dei Mendicoli.

Altre zone più periferiche erano caratterizzate da abitazioni di un certo tono (palazzi e palazzetti) dotati di orti e giardini, come nella parte più settentrinale di Cannaregio ed in quella meridionale della Giudecca.

I Palazzi più ricchi e si affacciavano spesso sul Canal Grande, assieme alle case Fondaco, mentre i magazzini erano prevalentemente posti sulle sponde di Castello, di Dorsoduro e della Giudecca.

canaletyto 1.jpg05_Magazzini-del-sale.jpgLe zone commerciali interne alla città si sviluppavano di conseguenza in vicinanza delle sponde del Canal Grande , attorno a Rialto, verso il centro di S. Marco e attorno ai principali nuclei urbani come S. Polo, S. Giacomo dell’Orio, S.S Apostoli, S. Maria Formosa, S. Stefano ecc. Inseriti in questa organizzazione urbana ben precisa e quasi coinnaturati con essa, vi erano i complessi urbanistici dei conventi.

250px-Ca'_d'Oro_facciata.jpg250px-Venice_-_Chiesa_di_S__Maria_Formosa_01.jpgEssi si possono dividere in due tipi, rispetto alla collocazione topografica, i numerosi conventi posti lungo il perimetro esterno della città, quasi una corona continua a sua protezione (come i conventi dei Benedettini) e i grandi complessi conventuali centrali.

Come si vede Venezia è composta da tanti elementi eterogenei, ciascuno con una precisa funzione, distribuiti con criterei di razionalità e di ordine, come incastrati tra loro in uno spazio stretto e vincolante.

Sestiere-CastelloVenezia-a23591478.jpgVenezia dall'alto.jpgSembra di osservare l’interno di una nave dove lo spazio limitato costringe a collocare ogni cosa dove deve essere collocata ” Ogni cosa al suo posto ed ogni posto ha la sua cosa” secondo un antico detto marinaro.

Il senso di solidarietà ed il rispetto reciproco sono caratteri tipici della gente di mare, virtù indispernsabili a chi deve vivere a lungo strettamente vicino, in condizioni quasi sempre di disagio e spesso di comune pericolo. Dobbiamo credere perciò che proprio questa mentalità marinara sia stata una delle radici di quel capolavoro urbanistico che è Venezia , una città cioè letteralmente circondata dall’acqua.

 

 

 

 

 

 

Venezia nel 700: euforia e ultimi bagliori di uno stato straordinario.

tb_venezia%20dall'alto.jpgvenezia_003.jpgLa Venezia del settecento, avviata ad un tramonto preavvertito, e vissuto , creò nei veneziani un’avidità di vita legata ad un fiorire e proliferare di espressioni artistiche: teatro lirica e prosa con il tipico stimolo all’evasione che queste arti comportano. Non bastassero il teatro e la musica, si diffusero i cantastorie, gli indovini, i giocolieri tra il popolo, i pittori i musicisti ed i poeti tra l’aristocrazia , che sembravano far svolgere lo sguardo e qualcosa Cà Rezzonico maschere.jpggiocolieri.jpgd’altro che non fosse la realtà, verso una divagazione raffinata, composta come un minuetto , regolata da un ritmo di vita sociale sospeso in un comune senso di gioco, allietato dalle musiche, dai colori e da opere artigiane di squisita fattura.

L’arte del settecento veneziano è forse la più difficile da afferrare per quel soffio di fantasia rarefatta che l’avvolgeva e la allontanava da terra, per quella grazia e per quell’equilibrio che richiamavano in ultima sintesi la bellezza perfetta, limpida ed apollinea, al dilà della violenza delle passioni.

venezia3.jpgVenezia dall'alto.jpgNumerose famiglie patrizie, quelle più dotate di mezzi costituirono una specie di corte in una struttura sociale con tendenze popolari, dato il tessuto urbano della città e la sua conformazione fisica così singolare che alterna, le une vicino alle altre, le aristocratiche, borghesi e popolari senza soluzioni di continuità ed obbliga tutti i cittadini ad una vita comunitaria in uno spazio ben delimitato e raccolto.

venezia repubblica marinara.jpg220px-Carlo_Goldoni.jpgLa fisionomia di Venezia così fitta di popolazione,  senza un intervallo divisorio , nella trama delle calli, campi e canali non permette i distacchi netti neppure tra classi sociali, così come erano intese nel settecento.

commedia di goldoni.jpg

immagini del Tiepolo.jpgVenezia si adattava più facilmente di altre capitali alle feste, al carnevale, all’eleganza del vestire ed offrire luoghi di ritrovo pubblico e di incontri, che naturalmente si trasformavano in teatri all’aperto, come appare nelle vedute di Venezia del Canaletto, di Guardi, di Marieschi, nelle commedie di Carlo Goldoni .

CANALETTO.jpgcanaletyto 1.jpgLa laguna, le gondole, i cortei di barche favorivano anche sull’acqua questa disponibilità di convegni e di approdi, il Bacino di S. Marco era luogo di incontri, di reciproca accoglienza e di ricevimenti, frequentato e luminoso , senza timori di traffico. Esso, allargandosi verso il Canal Grande, il Caqnale della Giudecca ed il Lido divenne estesissimo spazio urbano ; era il Guardi 1.pngGuardi 3.jpgcentro di una città abitata da una popolazione che usava la barca non solo carnevale 1.jpgcome mezzo per il traffico consueto ma anche come svago , raffinato diverso , piacevole accostamento alla natura, mentre la città era così avara di spazi e di verde nel suo tessuto urbanistico.

guardi_ridotto.jpgil ridotto a Venezia del Guardi.jpgGuardi 1.pngIl mescolarsi delle varie classi sociali favoriva cos’ gli incontri, specialmente durante il carnevale qando era permesso l’utilizzo delle maschere, per cui il dialogo continuo tra popolo ed aristocrazia rendeva coesa e partecipe tutta la popolazione alle sorti della Serenissima in un’unità rara tra governanti e gente comune, insomma, una sorta di democrazia vera per cui tutti si sentivano investiti delle sorti della loro meravigliosa città -Stato, tanto amata e tanto curata.

 

Le spezie a Venezia: l’importanza della Serenissima nella gastronomia europea

cannella-benefici-su-alzhaimer.jpgChiodi_di_garofano.jpgLa funzione di Venezia nell’apertura alla cultura gastronomica europea fu davvero imnportante: il contatto della Serenissima con le culture che si affacciavano sul mediterraneo, dall’Africa e dall’Asia fu un veicolo importante per l’importazione in tutta Europa di spezie: Nel V secolo venivano scaricate dalle navi provenienti dai paesi levantini circa 5000 tonnellate di spezie, quali pepe, zenzero, zafferano, cannella, nove moscata, macis, chiodi di garofano il coriandolo ed altre.

pepe-in-grani.jpgmacis_muscade_1.jpgnoce moscata.jpgcoriandolo.jpgFamosi divennero i “sacchetti veneziani” un miscuglio di queste che venivano chiamate droghe, e venduti dagli spezieri “da grosso”.

riso al latte.JPGAnche le varie etnie che formavano la popolazione veneziana lasciarono un segno ben preciso nella cucina raffinata e particolare della Serenissima: riso con l’uvetta, gli gnocchi di pangrattato, i salami d’oca e le orecchie di Ammon, una specie di galani ripiegati su sè stessi.. ed anche l’abbinamento di riso con le verdure provengono dalla mescolanza delle varie gastronomie, come ad esempio quella ebraica, mentre agli Armeni si deve un piatto particolare: il riso al latte cotto nel latte, spolverato di cannella e zucchero.

E proprio lo zucchero venne diffuso da Venezia in tutta Europa: attorno all’anno 1000 i Cavalieri Templari lo importarono da Cipro e Creta, incrementando la produzione nell’entroterra Veneto, per cui, un pò alla volta il miele venne sostituito da questo dolce elemento,

sculture di zucchero.jpgIn seguito la lavorazione di questo dolcissimo e mirabile elemento divenne cardine di un’arte che a Venezia toccò vette incredibili: famose ed elaborate sculture di zucchero vennero curate non solo da abili pasticceri, ma le decorazioni vennero curate da importanti artisti, come il Sansovino ed anche il Canova.

Famosa rimase la “dimostrazione a sorpresa”, nel 1574 al giovane Enrico, erede al trono di Francia, e figlio  di Caterina de Medici>( la corte di Francia era tra le più raffinate e rappresentative d’Europa: Nella sala del Maggior Consiglio venne allestito un banchetto che, dalle tovaglie alle supellettili, alle statue che ornavano la sala, tutto era composto di zucchero; a questo allestimenot diede apporto appunto il Sansovino con i suoi bozzetti, e i famosi e fantastici scaletèri, pasticceri sopraffini, che resero talmente verosimili le suppellettili, la tovaglia, perfino i tovaglioli, tanto che il principe si sedette a tavola convinto di iniziare il banchetto,,,,e si accorse che tutto era stato realizzato con lo zucchero quando il tovagliolo si disgregò tra le sue mani.

Naturalmente seguì il vero banchetto, ma la straordinarietà dell’evento rimase negli annali della cucina europea.

risi-e-bisi-fibished-dish.jpgsarde-saor.jpgAnche il riso venne importato dai veneziani, che all’inizio lo utilizzaano come sostanza addensante per zuppe o minestre, e veniva venduto nelle spezierie a chicchi, ed in seguito, reimpiantato e coltivato nell’entroterra veneto divenne parte essenziale della cucina veneziana: il famoso “risi e bisi (piselli) è il piatto che in genere viene cucinato per la festa del patrono, S. Marco.

Anche la vita dei veneziani, come quella di tutte le popolazioni marinare, li costrnse a cercare i modi migliosi per la conservazione degli alimenti:  nacque così “il saor”, fatto sia con le sarde e anche con i passerini, e la creazione di un pane biscottato, bussolai%202.jpgchiamato “frisopo”, che aveva il pregio di durare anche per anni sempre saporito e fragrante: Nel 1821, durante alcuni scavi a Creta operati in un antico forte veneziano, venne ritrovato un sacco contenente questi biscotti risalenti alla guerra contro i Turchi, 150 anni prima, e i frisopi si rivelarono non solo ancora commestibili, ma anche buoni. I discendenti sono i bussolai, che ora sono dolci, anche se la ricetta del frisopo è stata dimenticata.

operascappibig.jpgScappi-Bartolomeo.jpgL’arte della cucina e della pasticceria furono quindi peculiari nella cultura della Serenissima, e proprio a Venezia vennero pubblicati dal 1500 famnosi libri di ricette, tra cui quello di uno dei più famosi cuochi veneziani, Bartolomeo Scappi-.

 

 

La Serenissima: lungimiranza e regole incise su pietra!

canaletto_venezia_piazza_smarco_sudest.jpgMurazzi a Pellestrina.jpgLa Serenissima doveva la sua potenza e la sua attrattiva per tutti gli altri stati europei per la qualità dei propri artigiani, l’abilità dei comandanti delle navi, la credibilità dei suoi mercanti: queste caratteristiche erano vanto dei suoi governatori, che promulgavano leggi precise e inderogabili.

Oltre alla cura e all’attenzione continua dei suoi ingegneri ed architetti per le fortificazioni, il Murazzi a Cà Roman.jpgmagistrato alle acque vegliava sul delicato equilibrio della laguna, in perenne controllo, lavori di arginatura ( murazzi) in cui si sperimentavano sempre nuove tecniche.

A questi controlli si aggiungevano regole ben precise anche per il commercio interno: per la lavorazione dell’oro esistevano ispettori che controllavano continuamente il titolo dell’oro, la qualità delle lavorazioni, insomma, una sorta di protezione del consumatore rispetto gli artigiani, che in questo modo eccellevano nelle loro qualifiche ottenendo così prodotti sempre di alta qualità.

misure pesci.jpgtarga pesci.jpgLe leggi insomma, le regole per quanto riguarda la vita quotidiana dei veneziani, venivano inscritte sulla pietra, a conferma che il rispetto verso i cittadini consumatori veniva prima di tutto, e rimaneva stabile nel tempo.

Al mercato di Rialto, in Pescheria, si trova una lapide con su scritte le misure minime dei pesci che venivano venduti, in modo da salvaguardare la pesca, e , contemporaneamente rendere uniforme il prezzo di questo cibo tanto consumato a Venezia.

Leone_in_moeca_cippo ai SS. Apostoli.jpgUn’altra lapide, che si trova in Campo SS. Apostoli, con una grande “leone in moleca” inciso alla sommità determinava le qualità di pane e le farine che dovevano venire usate, dando così qualità precise e definite a questo alimento base: tutt’ora il pane a Venezia è di una bontà assoluta.

Altre targhe in pietra vennero quindi utilizzate anche per la vita morale dei cittadini, esortando a non bestemmiare,( la Serenissima era si di matrice cattolica, ma il suo governo era laico!).

E’ meraviglioso tutt’ora rileggere quelle regole su queste targhe, a perenne ammonizione serenissima 003.jpgricordo di una Repubblica molto attenta alla propria essenza, al suo ambiente, alle  caratteristiche di questa terra, e ai suoi cittadini che di buon grado accettavano regole e leggi che assicuravano a loro stessi un vivere armonico, sano , e dove non era permesso cercare di imbrogliare gli altri!

Mar 20, 2013 - Luoghi, Società veneziana    1 Comment

Il fulcro vitale di Venezia

Fabbriche vecchie di Rialto.jpgPalazzo dei Camerlenghi.jpgPalazzo dei 10 Savi 3.jpgPalazzo dei 10 Savi 1.jpgIl maggior addensamento di edifici pubblici avvenne, come è ovvio, attorno a San Marco, ma anche, come già visto, nella zona di Rialto col Palazzo dei Dieci Savi, quello dei Camerlenghi, le Fabbriche Vecchie e le Fabbriche nuove, che costituivano le sedi delleMagistrature.

Forno militare 1473.jpgFabbriche nuove 3.jpgFabbriche nuove 2.jpgFabbriche nuove 1.jpgVicino all’Arsenale invece furono creati due importanti edifici legati all’attività marinara, i Forni del Pane e i Magazzini dei Cereali.

All’infuori delle zone pertinenti i tre centri si trovano ben pochi edifici di interesse pubblico che non fossero legate alla funzione difensiva del più importante ingresso alla Laguna, cioà al Lido di Venezia: la cosiddetta Forte di San Andrea 3.jpgForte di San Andrea 2.jpg” Casa Rossa” di pertinenza del Consiglio dei Dieci, il ” Castel Vecchio” una fortificazione medievale ora scomparsa, ed il Magazzini del sale alle Zattere.jpg“Castel Novo” o Forte di S. Andrea, opera militare del Sammicheli.

Sulle rive del bacino di San Marco si trovano, come abbiamo visto, i Granai di San Basilio ed i Forni pubblici che affiancavano il rio dell’Arsenale, e sono quindi in qualche modo legati a questo complesso industriale.

Punta della dogana 3.jpgMagazzini del Megio.jpgLa ” dogana da mar” centro dell’attività portuale si ricollegava al centro di San Marco: poco distante, sulla riva delle Zattere troviamo i magazzini del sale di fronte ai quali, sulla riva dell’Isola della Giudecca si allineavano numerose costruzione adibite a depositi di granaglie.

Altro edificio di simile destinzione è il Magazzino del megio (miglio) ben addentro nel Canal Grande. Di grande rilevanza è notare che tutti i tre centri preposti ad attività pubbliche furono costruiti pressapoco negli stessi anni: La Chiesa di San Marco fu iniziata nel 1063, il Punta della dogana de mar.jpgpunta della dogana de mar 1.jpgPalazzo Ducale dal 1106 alo 1116, i Mercati di Rialto nel 1097 e nel 1104 l’Arsenale.

Piazza e piazzetta S. arco.jpgPiazza e piazzetta San Marco 1.jpgLa Piazza e la Piazzetta S. Marco, il complesso architettonico-monumentale più ricco e fastoso della città divennero quindi il vero centro di espansione di questa città così particolare che aveva nella flotta potente, nell’abilità dei mercanti e nella possibilità di scambi la porta illuminata verso l’Oriente.

Alzando gli occhi a Venezia: i Liagò, tra luce e acqua!

altana.jpgaltana1.jpgL’architettura veneziana spicca tra tutte le altre per le particolarità legate alla struttura stessa della città, legata alla luce, così scarsa nelle piccole calli, ai piani bassi, e così meravigliosamente limpida e iridescente sui piani alti dei palazzi, per cui se si potesse camminare per Venezia guardando soltanto in alto, si vedrebbero le altane ( terrazzine in legno create alla sommità dei tetti)e le Logge.

liago.JPGLiagò sul Ponte dei Bareteri.jpgQuelle che occupano tutto o buona parte dell’ultimo piano  nella facciata di buona parte dei palazzi  si chiamavano “liagò”probabilmente perchè erano  utilizzate per prendere il sole ( dal greco Heliacon), e sono presenti, per quanto molto restaurate nei periodi del periodo veneto-bizantino del XIII-XIV secolo , per esempio nel Palazzo Donà sul Canal Grande e nel cosiddetto “Albergo del Salvadego”, a San Marco.

In alcuni palazzi gotici vi è un altro tipo di loggia, posta a copertura di scale esterne , la troviamo nel Palazzo Grifalfoni a Castello, nel Palazzo Ariani-Minotto all’Angelo Raffaele, nel Palazzo Fortuny a S. Beneto.

Iliagò a Palazzo Barbarigo.jpgLIAGò2.jpgn quest’ultimo le serie di logge sovrapposte richiama alla mente quella ancor più interessante in Corte Rampani a S. Polo, o quello in Corte Lucatelli a S. Zulian.

L’armonia e la capacità di condividere con l’iridiscenza perlacea dell’acqua il bagliore del sole fanno di Venezia un mondo legato alla luce, così come la capacità di costruire era legato alla terra, e la comunicazione e la vita stessa della popolazione alla laguna.

loggia.jpgloggia a Palazzo Ducale.jpgloggia derl sansovino.jpgPer cui consiglio, chi voglia guardare in modo nuovo, di alzare ogni tanto lo sguardo e di lasciarsi ammaliare dalle strutture così particolari, uniche e belle della città unica al mondo…un tramite dall’acqua al cielo, attraverso una terra amata, saggiamente e genialmente usata da un popolo che sapeva apprezzare la natura e la bellezza che la natura insegna a perseguire!

Venezia e le sue “isole dimenticate”

costanz4,jpg.jpgMisteriosi ed abbandonati siti della Laguna di Venezia, a nord est di Torcello, e primi insediamenti dei veneti e romani a causa delle invasioni barbariche, l’arcipelago detto Ammiana fa parte intrinseca della storia di Venezia e della sua evoluzione.

Dell’arcipelago facevano parte le isole di Costanziaco, San Lorenzo e San Felice, oltre ad altre piccole isole fantasma,che a seconda della marea vengono allagate e poi riappaiono: un mondo fantastico e misterioso che solo chi possiede una barca può andare a visitare, beandosi dei reperti delle vecchie chiese, importanti come Abazie, e Conventi.

Isola Ammianella o Motta dei Cunicci.jpgMotta dei cunicci o Ammianella.jpgcunicci.jpgPietro-Tradonico.jpglotario-i.jpgSi ha notizia per la prima volta di Ammiana a seguito del patto dell’840 tra Lotario Imperatore, figlio di Ludovico il Pio e nipote di Carlo Magno con il doge Pietro Tradonico, per dar vita alla nascente Venezia.

Orso II Partecipazio.jpgLe isole dell’arcipelago erano abitate da profughi di Altino, e qui erano state erette sette chiese, tra cui la più nota: S. Lorenzo e S.Felice, ed in quest’ultima vennero tumulati i corpi dei dogi Orso Partecipazio II (932) e Pietro Badoer Partecipazio(942). Ora è chiamata ” Motta dei Cunicci”,dei conigli ).

L’ultimo ricordo negli annali di Venezia risale al 1550, quando le monache del convento di S. Felice, per ragioni di salute, dovettero lasciare l’isola.

Aelia_Galla_Placidia.jpgAmiano Marcellino.jpgAmmiana.jpgCostanziaco ( o Costanziaca), il cui nome è legato a Costantino ( l’impero Bizantino era il polo verso cui la nascente e piccola Venezia si orientava), oppure da Costanzo, marito di Galla Placidia, che aveva dato nome alle Costantiacae, legioni romane che secondo Ammiano Marcellino sostavano in zona.

Il doge Tribuno Medio (fine del X secolo) cita quest’isola in un documento dove si cita: Dominicus, fiulius Georgii Gambasyrica, de Costantiaco.

Papa Alessandro II.jpgCostanziaco e l'Ammiana.jpgUn bolla di Papa Alessandro II cita esplicitamente monasteri e la pieve di Costanziaco, e da un documento del 1105 si apprende che l’isola era mministrata da un gastaldo.

Il centro era costituito da quattro isole, che erano poste a due a due li dove sfociava il Sile: erano stare erette due parrocchie: SS. Sergio e Bacco e SS. Massimo e Marcelliano, e altre cinque chiese ( S. Moro, S. Zanipolo, S.Pietro,S. Arian).

Ossario di San Arian.jpgS.Arian (isola di S. Adriano) dove era stato collocato un ossario e nel quale eera stato costruito un convento femminile (1160 circa) le cui consorelle facevano parte della più alta nobiltà della nascente Repubblica Veneziana, e che, costrette per motivi di salute e di abbandono, dovettero lasciare nel 1549.

Da alcuni anni l’associazione di Archeologia Medievale di Venezia ( a cui ho “rubato” una foto) cerca di catalogare le vestigia rimaste, come ad esempio i resti dei conventi, le anfore in cui cippi indicanti le linee di confine a Costanziaco.jpgresti del Monastero di San Lorenzo in Ammiana.jpglaguna.giferano stati sepolti bambini, in un piccolo ma commovente cimitero a San Lorenzo.

Altre isole nella laguna sud, ma questa è un’altra storia di cui parleremo più avanti.

Jacopo Sansovino, l’impronta di una grande architetto ed artista a Venezia.

biblioteca marciana 1.jpgbiblioteca marcina 3.pngDurante il Cinquecento a Venezia dominarono tre architetti: Jacopo Sansovino (1486-1570) , Michele Sammicheli (1484-1559) Andrea Palladio(1509-1580). L’opera di Sansovino, insigne scultore ed architetto toscano, sarà la più determinante per l’architettura veneziana del cinquecento, tanto che la su urbanistico della città.

Con la nomina a “proto” di S. Marco, primo architetto, cioè, del governo, egli diviene una personalità politicamente molto in vista, accanto ad un pittore , Tiziano, e ad un letterato come l’Aretino.

Biblioteca Marciana.jpgloggetta del Sansovino.jpgSansovino riuscì a fondere il classicismo romano con l’ambiente e l’atmosfera di Venezia, rendendola aerea, leggera e spesso anche pittorica la potenza strutturale delle sue costruzioni.  Architetto e scultore nato il Sansovino è sensibile anche alla pittura di Venezia, al suo carattere, alla sua classicità, interpretata in una atmosfera del tutto particolare.

loggia derl sansovino.jpgLa scultura risale in superficie nei suoi edifici: dalle sinuosità grafiche della decorazione lombardesca, essa ora acquista un nuovo valore, che è in carattere con la scenografia della città in stretto legame con i grandi pittori del tempo. I suoi capolavori , Libreria, Zecca e Loggetta in Piazza S. Marco sono edifici emblematici della Venezia rinascimentale in stretto rapporto all’ambiente e alle soluzioni spaziali che essi prospettano con l loro inserimento in Piazza S. Marco.

Dal momento in cui opera Sansovino a quello in cui lavorano Coducci e Lombardo sono passati pochi anni, circa una trentina, ma ci troviamo in due epoche differenti divise da una evoluzione politica di grande importanza dopo la lega di Cambrai e la nuova posizione della _Serenissima  di fronte all’Europa.

Sansovino venne a Venezia dalla città natale  del Sanmicheli,Verona dove ha potuto confrontarsi con le opere del grande architetto dell’epoca, la cui classicità è sobria e robusta sul modello dell’architettura militare di cui è maestro come possiamo vedere dalle fortificazioni che si possono ancora ammirare nell’isola di S. Andrea.

dolfin-manin_m.jpgUn altro meraviglioso esempio dell’architettura del Sansovino vi è anche il palazzo Dolfin-Manin.

Le caratteristiche dell’architettura del Sansovino sono esempi lampanti e splendidi di un artista straordinario che diede a Venezia opere splendide, e che dalla Serenissima ottenne grandi riconoscimenti e fama, tutta meritata!

 

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