Lug 22, 2009 - Leggende, Luoghi    3 Comments

Il Capitello del Miracolo

Campo SS. Apostoli 2.jpgCampo SS. Apostoli 1.jpgSanta Maria Formosa 1.jpgCampo Santa Maria Formosa.jpgNei ricordi antichi della storia veneziana si narra di un furioso incendio che scoppiò nel 1492 , ed esattamente nella zona di Santa Maria Formosa.Considerata la situazione veneziana, le case accostate l’una all’altra, i tetti in  paglia, il fuoco si propagò per tutta la città: le fiamme si indirizzarono verso la zona di Rialto,distrussero tutta Cannaregio fino ad arrivare al Campo SS. Apostoli.

Santa Maria Formosa.jpgIn questo modo l’incendio distrusse il sestiere di Castello, arrivando vicino alle mura dell’Arsenale, dove fu spento dagli arsenalotti e dai lavoratori che, come api operose, erano impegnati all’interno dell’Arsenale. Il danno sarebbe stato immenso, visto che Castello Arsenale.jpgCastello Arsenale 1.jpgArsenale a Castello.jpgl’arsenale era la fucina delle navi, comprese il cordame e le vele.

Palazzo delle Prigioni 1.jpgPalazzo delle Prigioni.jpgDalla parte di San Marco le lingue di fuoco si moltiplicarono fino ad arrivare al Palazzo Ducale, ma si spensero nel Palazzo delle Prigioni 3.jpgCanale del Palazzo delle Prigioni, separate dal Palazzo Ducale dal Ponte dei Sospiri.

La leggenda, suffragata dal ricordo tangibile, narra che questo incendio, così distruttivo e furioso, incanalato nelle Mercerie, Chiesa di San Salvador a Venezia.jpgarrivato nei pressi della Chiesa di San Salvador, lambì e si spense improvvisamente davanti ad un Capitello ingenuo e semplice, raffigurante la Madonna con il Bambino.

Tutta Venezia gridò al miracolo, ed il Capitello venne definito ” Capitello Miracoloso della Vergine ” e ad esso venne nominato il Ramo della Merceria, chiamata così: Merceria del Capitello Miracoloso”.

capitello miracoloso.jpgAllora vennero offerti dei doni votivi, ed i veneziani che passavano davanti pregavano la Vergine Miracolosa, e tutt’ora il capitello viene percepito, amato e vissuto dalla popolazione come miracoloso!

Lug 19, 2009 - Architettura, Chiese    8 Comments

La Chiesa ponte a Venezia

stefano.jpgLa chiesa di S. Stefano a Venezia è uno dei massimi esempi veneziani del gotico fiorito.
Venne edificata nel 1200 circa dagli Eremitani, seguaci di Agostino, e venne poi modificata nel 1374.

Questa chiesa fu spesso scenario di episodi di violenza ed omicidi, tanto che venne sconsacrata e riconsacrata per ben se volte nel corso dei secoli. L’imponente portale gotico è opera di Bartolomeo Bon.

Dopo la sua ultimazione, comunque, mantenne la tipica impostazione delle chiese trecentesche: tre ampie navali longitudinali, divise da capitelli policromi; le arcate ogivali slanciano la struttura in altezza ed aumentano la magnificenza dell’edificio.

Il soffitto presenta una magnifica struttura a chiglia di nave, sorretto da travi incise e da colonne di marmo di Verona.

All’ingresso si trova un maestoso cenatofio del Doge Francesco Morosini, che in realtà è sepolto nella chiesa dei Tolentini.

In sagrestia opere come l’Orazione dell’orto del Tintoretto, e la Vergine col Putto di Palma il vecchio.

Rio del Santissimo 1.jpgimagesCAY9CRZI.jpgE fu durante la ristrutturazione, nel 1374, che la chiesa venne ampliata, nonostante il Rio che scorreva li appresso: ecco che allora i veneziani non domi e ben decisi ad ingrandire la loro chiesa,  abituati a condividere lo spazio e la vita con la laguna, i rii, ed i canali idearono  l’unico caso del Presbiterio di una chiesa che è anche ponte su di un rio navigabile, che, proprio perchè passa sotto all’altare maggiore della Chiesa è chiamato Rio del Santissimo. Vedere per credere!

Accanto a questa straordinaria opera erano aggregati due conventi, uno di monaci ed uno di suore, illuminati da dua fantastici chiostri, e che ora ospitano l’ufficio delle imposte di Venezia, ma che possono essere visitati e gustati nella loro bellezza architettonica e storica.

campanile.jpgimagesCAE31ETA.jpgimagesCAB8K5PG.jpgoperag297.jpgimagesCAJ7WHGY.jpgEd eccoci ora al campanile di questa chiesa, che potremmo definire la torre di Pisa di Venezia. E’ di impianto romanico con cella  a tre archi e sovrastato da un tamburo ottogonale, è caratterizzato da un’eccentuata pendenza, che pur non presentando particolari rischi viene comunque continuamente monitorata.

 

L’Isola “Spinalunga” e il Miracolo dell’Acqua

Vigano o canale della Giudecca.jpgIsola della Giudecca spina di pesce.jpgIsola della Giudecca 1.jpgDenominata anticamente Vigano, dal nome dato al  Canale della Giudecca che nei tempi antichi era il naturale proseguimento del fiume Brenta, nei primi secoli della fondazione della città di Venetia, la località venne soprannominata “Spinalunga” per via della forma a spina di pesce.

La denominazione di Giudecca viene attribuita alla parola “Zudegà” o giudicato, quindi a chi aveva subito una sentenza, o alla presenza di ebrei, (giudei). Certo è che nel IX secolo lo stato Veneziano assegnò questa zona a famiglie truffaldine, false, dissidenti e non rispettose delle leggi, e alle famiglie di Nobili rivoltosi, quale soggiorno obbligato, per cui sarebbe ingeneroso ricercare l’etimologia dell’isola nella presenza della comunità Vista della Giudecca.jpggiardini alla giudecca 2.jpgebraica,formata da  persone probe e intente al loro lavoro.

Nel 1300 e nel 1400 lo Stato volle rendere l’isola più decorosa nell’aspetto generale della Città. Furono costruiti imponenti palazzi che si allineavano lungo il Canale della Giudecca. Nel retro dell’isola, di fronte alla laguna si trovavano molti conventi nascosti nel verde.

orto botanico alla Giudecca.jpgAlla fine del 1600 i Conventi ubicati qui erano sette, per la maggior parte andati distrutti, zitelle2-712154.jpgallora circondati da piccoli edifici e da sedi di Accademie di Nobili, Botanici, Filosofiche e Letterarie.

Michelangelo Buonarroti.jpgIsola della Giudecca.jpgL’isola rimase per almeno un secolo luogo di villeggiatura dei  Patrizi Veneziani che vi fecero costruire ville con orti botanici e giardini. La bellezza e la pace del luogo attirarono varie importanti personalità, come Michelangelo Buonarroti forno calce alla Giudecca.jpgche nel 1529, esule dalla sua amata Firenze, soggiornò qui. Nel 1800 si volle dare un ulteriore sviluppo economico con la Mulino Stucky.jpgrealizzaziuone di alcune industrie, come ad esempio il Mulino Stucky, che ora è stato trasformato in zona cementificioo alla Giudecca.jpgresidenziale.

 

 

 

 

IL MIRACOLO DELL’ACQUA

Codicer del Monasteero della Santa Crcoe.jpgMonastero della Santa Croce.jpgChiesa di Santa Croce alla Giudecca.jpgNel 1464, durante una delle epidemie di peste, venne colpito da questo morbo anche il Monastero della Santa Croce, situato nell’isola della Giudecca, al civico 821/a.
Avevano perso la vita quattro monache, e la Badessa, Suor Eugenia Giustiniani non poteva far altro che accompagnare le povere consorelle alla sepoltura.

Un giorno, mentre un’altra monaca stava morendo suonò la campana del portone del convento ed una suora andò ad aprire lo spioncino ed a lei apparve un cavaliere che le chiese la grazia di un bicchiere d’acqua; dopo essersi dissetato il Cavaliere rincuorò la suora raccomandandole  di avere fiducia nella Provvidenza e nella Grazia di Dio, lodando i grandi meriti della Badessa e delle Suorine di quel Monastero.

San Sebastiano.jpgSan SDebastiano il trafitto.jpgPozzo a Venezia.jpgIl Cavaliere rassicurò la monaca che da quel momento in poi nessuna consorella sarebbe più deceduta a causa del terribile morbo; fu allora che la Suora ebe una visione e riconobbe il quel dolcissimo Cavaliere San Sebastiano, il trafitto. La Suora non ebbe nemmeno il tempo di chiamare la Badessa che il Santo era già sparito: la Suora malata si riprese e guarì, ed il pozzo da cui era stata attinta l’acqua per dissetare il Cavaliere venne dichiarato miracoloso!

Festa del Redentore 1.jpgFe4sta del Redentore 5.jpgPozzo a Venezia 1.jpgNei secoli successivi si ebbero diverse guarigioni da diverse malattie con l’acqua miracolosa, ed un secolo dopo, in occasione di un’altra epidemia di Peste, li accanto venne costruita la Chiesa del Redentore, una delle feste più sentite dai Veneziani, e di cui, riparleremo..manca ancora poco!

 

 

 

 

Lug 4, 2009 - Leggende, Luoghi, Misteri    No Comments

Le fiaccole che illuminano la Giustizia a Venezia ovvero il Fornaretto di Venezia

calle della Verona.jpgCalle della Mandola rist.jpgSi chiamava Pietro Faccioli  ed era soprannominato ” Fasiol”(fagiolo) , lavorava nella bottega di fornaio del padre in calle della Mandola civ. 3726-27.(ora vi troverete un ristorante pizzeria).Un giorno di marzo del 1507 “Fasiol”, scendendo i gradini del Ponte dei Assassini, allora di legno ed ora non più esistente visto che il Rio è stato interrato,( Rio Terà dei Assassini) trovò un pugnale con l’impugnatura d’argento ed il fodero ricoperto da pietre preziose incastonate.

Pietro fece vedere il pugnale alla fidanzata Annella, che era da anni al servizio della nobile famiglia Barbo che nei secoli successivi divenne famiglia Balbi: la fidanzata si spaventò e lo spinse a rimettere il pugnale li dove lo aveva trovato, e così lui fece.

All’alba successiva il fornaio stava tornando a casa quando tra la Calle Verona ed il Ponte, ora non più esistente , rio terà as.jpgrio terà dei assassini.jpgscorse un corpo steso a terra: il fornaio pensò si trattasse di un ubriaco, ma quando si chinò, girandolo per accertarsi della situazione e macchiandosi così di sangue, si accorse che si trattava del corpo di un uomo assassinato.

Guardando meglio la vittima si accorse che si trattava di Alvise Guoro, giovane cugino e frequentatore assiduo di Clemenza, moglie di Lorenzo Barbo e padrona di Annella, sua fidanzata.

Il garzone, spaventato, fuggì con le vesti macchiate di sangue, e quando si seppe che c’era stato un assassinio in città tutti dissero che avevano visto il povero Pietro fuggire tutto sporco di sangue, e che l’assassino di sicuro doveva essere stato lui.

i piombi tortura 2.jpgLe guardie della Quarantia Criminal presero il giovane Pietro e lo trasportarono ai Piombi.
Quarantia Criminal a Venezia.jpgNessuno credeva all’innocenza del povero fornaio, tantomeno Lorenzo Barbo, membro del Consiglio dei Dieci, che divenne quarantia-criminal.pnganzi il suo inquisitore più accanito e spietato.

tortura ai piombi.jpgLo sfortunato giovane venne torturato e la macchina della Giustizia si mise inesorabilmente in moto, tanto più che il giovane, non resistendo alla tortura ammise fatti e colpe mai Consiglio dei dieci 1.jpgcommessi, pur di trovare un pò di tregua da tante sofferenze.

Gli inquisitori, all’ammissione del fornaretto decretarono la sua condanna a morte per decapitazione.

L’esecuzione avvenne la mattina del 22 marzo , tra le due colonne di San Todaro e di S. Marco. Subito dopo la sua decapitazione, dalla Calle de Verona arrivò trafelato un servo dei Barbo che correva a gambe levate per fermare l’esecuzione, e gridava:” Il fornaretto è innocente, Messer Barbo lo ha confessato alla moglie di un parente del colonne di Marco e Todaro.jpgGuoro ed è stato lui ad ammettere di aver commesso l’omicidio divorato dalla gelosia”.

Simbolo di Leonardo Loredan.jpgLa voce del servo che gridava l’innocenza di Pietro si diffuse in tutta Venezia. Il giorno dopo il Doge, Leonardo Loredan,  convocò il Consiglio dei Dieci e tutta la Magistratura Veneziana, lanciando un monito contro le sentenze di interesse, che verrà ripetuto fino alla fine della Serenissima, e che farà riflettere gli incaricati prima di emettere una sentenza, ripetendo per tre volte la frase:” Ricordeve del povero fornareto! “e si decise di mettere due fiaccole da accendere di notte e spegnere di giorno all’esterno della Basilica di San Marco di fronte alle due colonne, in ricordo ed in memoria del povero doge Leonardo Loredan.jpgPietro Fasiol, chiamato Fornareto.

fiaccole accese di notte.jpgDi questa vicenda esiste una documentazione storica, unico caso d’allora di Giustizia imperdonabile ed affrettata. E le fiaccole continuano ad illuminare la notte della piazza a fiaccole spente.jpgricordo di un’errore giudiziario ,(basta guardare la Basilica dalla parte del bacino, di San Marco, monito per sè stessa e per chiunque a Venezia arrivasse) ! questa era La Serenissima, che sapeva imparare dai propri errori e cercare di ricordarli nel tempo per non ripeterli mai più!

 

 

 

Estrella e la gondola

costruzione di una gondola.jpgSquero di San Trovaso.jpgLo Squero di San Trovaso, di cui abbiamo già parlato, è uno dei più antichi Squeri rimasti a Venezia, dove ancor oggi si costruiscono le gondole, e sono più di mille anni che la gondola è la tipica ed insostituibile imbarcazione veneziana.

 Per la sua realizzazione servono tredici qualità di legni diversi, e molta maestria e gondola con felze 3.jpgprofessionalità. Il nome di questa imbarcazione proviene dalle immagine di gondola coperta.jpgIsole Greche, per cui dal greco antico ” Kondis” = conchiglia o dalla barchetta dalla coda corta ponte di barche.jpgchiamata ” conchula”.

ferlze.jpgAngelo Partecipazio.jpgAgnello o Angelo partecipazio.jpgantica gondola 1.jpgLe antiche gondole avevano la coda più corta di quelle attuali; una leggenda racconta che nell’809 la figlia del Doge Angelo Partecipazio, Estrella, andasse ad incontrare re Pipino, figlio di Carlo Magno, su una Conchula, da quel periodo denominata Gondola.

L’impresa che si prefiggeva la figlia del Doge era di indurre il sovrano francese a desistere dall’inseguire i Veneziani ritiratisi nelle isole Realtine di Rivoalto. Il re Francese fu invece molto sgarbato con la figlia del Doge, e questa sgarbatezza gli il re Pipino.jpgPipino.jpgfu fatale.

L’assalto programmato dalle truppe di Re Pipino fu un disastro: l’armata fu travolta dall’alta marea , sommergendo la diga fatta costruire per arrivare al centro della città di Venezia. Il destino e la marea permisero di cambiare gli eventi a favore dei veneziani, che riportarono così una schiacciante vittoria sui nemici francesi, ed il canale venne chiamato Canale dell’Orfano.

La leggenda narra anche del finale tragico per la giovane Estrella, che mentre approdava nella zona di Rivoalto, tra le grida festanti dei vincitori, una pietra lanciata per errore da una catapulta cadde Ponte nuovo di Rialto.jpgsulla gondola della ragazza che venne sbalzata  in acqua e sparì tra i flutti, senza più riemergere.

Stemma del Doge.jpgvista del Canal Grance al tempo di Estrella Partecipazio.jpg43%20Canaletto%20-%20il%20Canal%20Grande%20dal%20ponte%20di%20Rialto%20versco%20ca%27%20Foscari.jpgNel punto ove scomparve nacque l’attraversamento traghettale prima, ed il ponte di Rialto dopo.

Ogni famiglia nobiliare aveva le gondole decorate con i colori del Casato; il disegno dello stemma veniva posto sopra lo schienale o sopra il felze (la copertura che si usava per tutte le gondole, come ho già scritto in precedenza e il cui nome derivava dalle antiche coperture delle imbarcazioni fatte di frasche di felci).

Con un provvedimento del Senato dell’8 ottobre 1562, a causa della peste che stava uccidendo decine di migliaia di persone, fu fatto obbligo di dipingere le gondole di nero, in sergno di lutto.

Questo decreto venne nuovamente riconfermato nel 1633. Da allora le gondole sono rimaste nere.

vecchia gondola.jpgSi suppone che nel 1560 a Venezia solcassero la laguna più di diecimila gondole, tutte con il felze smontabile.

 

I Rosacroce a Venezia: Realtà o Leggenda?

I 4 Mori.jpgVenezia, la porta della via della seta e delle spezie coltivava moltissimo i rapporti con l’Islam. Fin dall’828 vi fu uno stretto scambio di informazioni culturali, d’arte e mercato di oggetti pregiati.

 Vi sono numerose tracce di questi rapporti, che coinvolgevano naturalmente anche le scienze e le arti cosidette magiche, giacchè l’Islam ereditava le antiche pratiche “magiche” degli antichi egizi e dei popoli che li avevano preceduti su questi sentieri: basta guardare i 4 Mori a lato della Porta della Carta, a Palazzo Ducale, in cui sono raffigurati Diocleziano, Malerio, Massimiliano e Costanzo, e leggere sotto, alla base, un cartiglio con la scritta in veneziano arcaico: Uomo faccia e dica pure ciò che gli possa e  veda ciò che può capitargli. Interessante è anche il quadrante dell’ orologio della Torre, con i simboli dello zodiaco.

Certo è che, come racconta una leggenda un saggio gnostico alessandrino, Ormus, nell’anno 46 d.c.  si convertì al Cristianesimo assieme a suoi sei discepoli per opera di S. Marco, divenuto poi  il Santo Protettore della Serenissima, fondando una religione  cristiana  in cui  confluivano anche  i misteri egiziani:   religione che rimase nascosta ai più fino all’anno 1407, quando un pellegrino Tedesco, Christian Rosenkreuz (1378-1484) tornato  in Germania dopo un suo pellegrinaggio in Terrasanta, dove avrebbe chymhoch.jpgstudiato occultismo, fondò nel 1407 l’ordine cosidetto dei Rosacroce.

Secondo altre voci il RosenKreuz non era il fondatore , ma solo l’ultimo gran maestro di quella religione segreta e legata all’esoterismo fondata appunto da Ormus. Personaggi famosi a cui venne attribuita l’appartenenza all’ordine vi furono Leonardo da Vinci (1452-1519), Paracelso ( 1493 -1541 ) Nostradamus (1503 -1566) , Giordano Bruno ( 1548-1600), Galileo Galilei (1564 – 1642) Goethe e Mozart la cui opera Il Flauto Magico viene a volte interpretata come un’allusione appena velata ai riti iniziatici, ed almeno tre di questi adepti hanno soggiornato a Venezia, sebbene a pochi anni di differenza, ma frequentando i medesimi ambienti.

Il simbolo dell’ordine è una croce con al centro una sola rosa rossa. Esistono varie interpretazioni. una si riferisce all’evoluzione spirituale dell’uomo: la Croce ne rappresenta il corpo fisico e la rosa la personalità psichica e mentale in sviluppo, come la rosa che si apre lentamente alla luce.

Riguardo i numeri la simbologia dei Rosacroce  fa riferimento   al 7, l’8. l’11 e il 13, o i multipli dell’11. Nell’alfabeto ebraico il numero 5 richiama la quinta lettera dell’alfabeto, il cui simbolo è una rosa ed una croce.

Il Doge traditore

ritratto coperto di Marin Faliero.jpgRitratto coperto di Marin Falier.jpgNella Sala del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale, tra i 76 ritratti dei dogi , ne appare uno su cui il Tintoretto dipinse un drappo nero ( a coprire il volto del Doge) ed una scritta: “Hic fuit locus Marini Faletri decapitati pro crimine proditionis”.

Il ritratto era appunto quello del Doge Marin Faliero (1285 – 17 Aprile 1355) che esercitò il Dogado dal 1354 e il 1355, unico giustiziato per alto tradimento e per cui la Serenissima attuò la ” Damnatio Memoriae” ( cancellando ogni traccia del traditore )

Marin Faliero 1.jpgMarin Faliero apparteneva ad una prestigiosa e ricchissima famiglia, e poteva annoverare tra i suoi antenati due dogi: Doge Falier Dodoni Vitale (1084 – 1098 ) ed il figlio di questi, il Doge Falier Dodoni Ordelof  (1102 – 1118). Quest’ultimo fu ucciso a Zara , sepolto a San Marco e definito ” Re dei Re” e correttore delle Leggi.
Vitale.jpgIn quel periodo nel regime dei Dogi vi era il concetto del potere assoluto, e questo concetto probabilmente formò le idee di Ordelof.jpgMarin Faliero.

Residenza di Marin Faliero, palazzo del 200.jpgPalazzo di Marin Falier.jpgAbitava in un Palazzo, bellissimo del duecento, ora sede di un Albergo
Aveva trent’anni quando ebbe l’incarico dalla Repubblica di uccidere Baiamonte Tiepolo, che nel 1310 aveva ordito una sua congiura.Fu un ottimo soldato e partecipò alla riconquista di Zara che si era ribellata nel 1345, fu membro del Consiglio dei Savi, quindi Governatore a Negroponte.

 

Aluica Gradenico.jpgSposò Aluica Gradenico, bellissima e molto giovane figlia di una famiglia nobile, così giovane che alcuni patrizi, tra cui il futuro Doge Michele Steno si permisero di scrivere soldo con Michele Steno.jpgvestito da dogaressa.jpgapprezzamenti offensivi sulle mura del Palazzo.Alla morte di Andrea Dandolo Marin Faliero venne eletto al primo scrutinio, l’11 settembre 1354, mentre si trovava ad Avignore come ambasciatore presso il Papa Innocenzo VI .

colonne Marco e Todaro.jpgBucintoro in un'antica stampa.jpgArrivò a Venezia in Bucintoro, come voleva la tradizione il 5 ottobre 1354. La barca dovette attraccare al centro del molo, nella piazzetta, ed il Corteo Dogale dovette passare tra le colonne di Marco e Todaro, luogo preposto per le esecuzioni delle condanne a morte; questo fatto venne considerato “estremamente di cattivo augurio”

Quello fu per Venezia un anno molto delicato: la guerra contro Genova, la guerra persa precedentemente contro i Veronesi e la peste avevano creato gravi difficoltà economiche e commerciali nella Serenissima, allora nella mente di Marin Faliero, ancora offeso per le disonorevoli scritte di Michele Steno nei riguardi della moglie, scattò l’idea di una congiura Marin Faliero 3.jpgper assicurare il dominio della sua famiglia contro l’intera Aristocrazia che dominava la città.

Si rivolse perciò a chi, pur essendo ricco ma avendo  umili natali non poteva aspirare all’impegno politico, tra cui l’armatore Bertuccio Israello,  tagliapietra(membro della loggia massonica) e ricco proprietario di barconi Filippo Calendario, e Bertrando Bergamasco, ricchissimo pellicciaio.

La data dell’insurrezione venne fissata per il 15 aprile 1355; dovevano impadronirsi con le armi di Palazzo Ducale, uccidere i membri dei vari Consigli, quindi eliminare tutta l’aristocrazia, compresi i figli, sopprimere i membri del Consiglio dei Dieci e nominare infine il Doge ” Signore di Venezia”, con potere assoluto su tutti.

La congiura fallì per l’incauta confidenza fatta dal Bergamasco al Patrizio Nicolò Lion. I congiurati vennero arrestati e sottoposti a tortura: il 16 Aprile vennero giudicati, condannati e giustiziati.

cassa di Faliero.jpgDecapitazione di Marin Faliero.jpgIl 17 Aprile fu la volta di Marin Faliero: La sentenza venne eseguita nel Palazzo Ducale, li dove il Doge traditore aveva prestato giuramento di osservare ” la promissione”. Egli venne decapitato, ed il  Boia, ancora con la spada insanguinata in mano disse: “Vardè tuti! L’è stà fata giustizia del traditor!.”

Il corpo rimase esposto su di una stuoia, con la testa accanto per un giorno, quindi la sera del 18 aprile venne caricato su una gondola e portato al luogo di sepoltura costituito da un cassone in pietra che fu messo dapprima in una cappella nella chiesa di SS. Giovanni e Paolo, quindi, svuotato e senza alcuna iscrizione od ornamento il cassone fu usato come serbatorio d’acqua all’Ospedale Civile, quindi venne collocato nella Loggia esterna dell’antica sede del Museo Correr.

IL 16 Aprile divenne, per decreto del Consiglio dei Dieci, festa nazionale, così come la celebrazione del fallimento della congiura di Baiamonte tiepolo, per ricordare i pericoli che aveva corso la Serenissima , traendone così giusto monito.

 

 

Giu 13, 2009 - Cucina venexiana    4 Comments

Venezia: Naufragio goloso

fegatyo alla veneziana 1.jpgpolenta bianca.jpgGli scambi commerciali di Venezia hanno dato alla cucina veneziana un’impronta completamente nuova; spezie, sapori agrodolci, il contatto con il mais, denominato “granturco”.

Le pietanze più famose, nella cucina veneziana, sono legate a scoperte, momenti diversi, opportunità, volontà, visti i lunghi periodi passati in navigazione e la necessità di conservare al meglio le derrate che venivano portate nelle navi per sopperire ai bisogni alimentari dei membri dell’equipaggio.

Baccalà mantecato con pilenta.jpgNel 1700 si ebbe l’apice dello splendore della cucina veneziana, una sorta di cultura molto particolare che si Baccalà da mantecare.jpgBaccalà Mantecato 1.jpgriflette ancor oggi sulla vita dei suoi abitanti che in certi ambienti riescono ancora a polenta biuanca.jpgfar rivivere antichi fasti ,. così per la cucina che nelle mense dei ricchi conserva una spettacolarità ed un’opulenza di altri tempi.

Ed ecco che il granturco, macinato e diventato farina da polenta, diventa un indispensabile
elemento della cucina veneziana: ecco a voi la polenta!!

polenta er osei 1.jpgpole4nta e osei.jpgEd è l’accompagnamento principe degli “osei” e del ” baccalà mantecato”, delizia dei palati dei veneziani, ma anche di qualche turista che voglia assaggiare questa deliziosa pietanza.

polenta gialla.jpgfegato alal veneziana.jpgE questa pietanza nei banchetti fa parte dei “piatti di mezzo”, con cui condivide il gradimento rispetto al “fegato alla veneziana” piatto eseguito con cipolla, fegato, e che è diventato un classico della cucina tradizionale italiana.

Il baccalà ( stoccafisso ma chiamato così dai veneziani) raggiunge a Venezia vette di perfezione, visto che è arrivato in iSOLE Lofoten.jpgquesta città del tutto inaspettatamente: dal naufragio di una nave veneziana agli ordini di Pietro Querini che avvenne Isole Lofoten 1.jpgnel 1432 sull’isola di Rost, a sud delle isole Lofote in Norvegia.

Qui, l’equipaggio superstite trovò un villaggio di persone tranquille, libere, che vivevano nude e senza problemi. Videro come venivano conservati i merluzzi, cioè essiccati al sole, all’aria, e provarono questi pesci. La scoperta fu sensazionale.

Merluzzi.jpgStoccafiusso delle Lofoten.jpgArcipelago Lofoten.jpgDal loro ritorno in patria si cercarono i sistemi più giusti per cuocere questa specialità:
Soprannominato “bertagnin” lo stoccafisso trovò a Venezia la giusta ricetta per essere consumato: il baccalà mantecato.

baccaloà mantecatop 1.jpgBaccalà Mantecato.jpgPrepararlo è una faccenda lunga: dopo essere stato scottato in acqua bollente, spellato e diliscato , il merluzzo viene sminuzzato  in scaglie che vanno sbattute con un mestolo di legno, aggiungendo via, via olio d’oliva a filo: ed ecco montare la spuma di baccalà, bianca e delicata, che diventa sempre più morbida e saporita; naturalmente accompagnata da aglio e da prezzemolo: la crema che ne nasce è fantastica: saporita, giustamente pepata ; il suo accompagnamento naturale è la polenta, che a Venezia è quella bianca, più sottile e delicata, da servire tenera, quasi cremosa:  e qui si raggiunge la perfezione.”!

Ma anche il pesce della laguna diventa una specialità saporita, fantastica, giusta da assaporare quando si viene a Venezia: ad esempio il brodeto è una delle specialità veneziane, fatto con diversi tipi di pesce, ma sempre delicato e delizioso.

Moeche 4.jpgUna delle preferenze dei veneziani è la “moleca”, cioè il granchio in periodo di muta, che fritto, è una vera delizia, poi c’è il sapore delicato delle “grancevole”, ma la vetta più alta si tocca con il “saor”. Il popolo lagunare ha inventato Moeche.jpgMoeche 1.jpgMoeche e schie.jpgMoeche fritte.jpgquesta salsa più che altro per conservare il pesce durante i lunghi viaggi in mare: le sardine vengono pulite e fritte, quindi si prepara il “saor” con le cipolle stufate, aceto, pinoli, uvetta fatta rinvenire nel vino, e predisposta in strati: sarde, salsa, sarde, ecc.

fegatyo alla veneziana 1.jpgSarde in saor.jpgsaor.jpgPer quanto riguarda la carne è famoso il fegato alla veneziana: 500 grammi di fegato di vitella tagliato a listerelle, cinquecento grammi di cipolle affettate sottili, olio d’oliva, vino bianco una noce di burro , brodo di carne, sale e pepe: per la preparazione si fa stufare la cipolla nel burro e nell’olio, si unisce il fegato e listerelle, si unisce il vino che viene fatto evaporare, sale e pepe, e poi cinque minuti (non di piu).

Questa volta è la polenta gialla che accompagna il piatto, una polentina gentile, molto tenera.

baixcoli 3.jpgbaicoli 2.jpggolosessi.jpgSe volete anche il dolce, ecco qui i baicoli, i “golosessi” ( spiedini di fichi ed albicocche, albicocche seccate e noci caramellate) e tutta la pasticceria di derivazione austriaca, oltre a focacce e cotognate.

Cosa desiderare di più?

 

 

 

Giu 3, 2009 - Luoghi, Società veneziana    2 Comments

Venezia e gli Assassini nascosti nel buio

Calle degli Assassini.jpgRio Terà dei Assassini.jpgVi sono a Venezia un Rio Terà (rio interrato) ed una Calle denominati ” degli Assassini”. Si trovano a San Marco, non molto distanti da Campo S. Angelo. L’antichissima denominazione è dovuta ai frequenti omicidi che vi si verificavano, specialmente di notte, col favore delle tenebre,

Rio Terà dei Assassini 1.jpgNel 1128 il Maggior Consiglio emise un decreto che vietava l’uso delle “barbe alla greca”, ossia barbe posticce. La gente di malaffare usava infatti travestirsi e mascherare i propri lineamenti.

La Repubblica di Venezia era preoccupata per la costante frequenza con cui avvenivano agguati e delitti. Per questo motivo nello stesso anno il fanale.jpgGoverno Veneziano ordinò che le calli venissero illuminate da “cesendeli” che erano piccole lanterne cilindriche a telaio in lamina di ferro battuto, con il tettuccio conico.

L’incarico di accendere queste lanterne all’imbrunire di ogni giorno era delegato ai parroci delle varie zone in cui necessitava questo servizio. Nella parte superiore delle mensole che reggevano questi lumi venivano poste delle immagini sacre, nella speranza che alla loro vista i criminali si ravvedessero e non compissero atti feroci.

La Repubblica di Venezia sosteneva le spese delle lanterne e dei lumi. Nel 1450 il Senato ordinò che qualsiasi cittadino che camminasse per la città dopo le tre di notte doveva essere provvisto di un lume.

Le persone più ricche si facevano accompagnare da due servi di cui uno col lume che gli illuminava il cammino e l’altro gli guardava alle spalle.

Codega.jpgQuarantia Criminal a Venezia.jpgquarantia-criminal.pngCon un decreto della Quarantia Criminal (la nostra pubblica sicurezza) fu data la possibilità ad ogni cittadino di girare armato. Nacque così la “Codega” ( dal greco Guida): Erano persone che accompagnavano le persone alla sera ed alla notte illuminando loro la strada: in genere aspettavano in taverne ed osterie, guadagnandosi così di che vivere.

I Nobili invece avevano l’obbligo di farsi accompagnare dalla scorta del proprio Casato. Nel 1732 il Senato decretò sulla necessità di illuminare tutta la città tramite “ferali” ( fanali), ed a questo scopo tutti i cittadini che avevano antico fanale.jpgfanale veneziano.jpgFanali veneziani.jpgun reddito erano obbligati a pagare una tassa annuale, secondo il loro ceto.

I Frati Camaldolesi a Venezia: Frà Mauro e le sue visioni.

convento a San Michele.jpgfrate Camaldolese.jpg120px-Venezia_-_Chiesa_di_S_Michele_in_Isola.jpgNel 1212 i Vescovi di Torcello e di Olivolo concessero l’isola di San Michele ai frati Camaldolesi, i quali ampliarono una chiesa già esistente e nel 1300 questa venne nominata Abbazia dell’Isola di San Michele.

Qui crearono un importante centro di cultura che ospitava eminenti studiosi di Teologia, libri di viaggi, lapidari, erbari e le cosmografie arabe e cinesi.

Il laboratorio divenne famoso comunque per via delle mappe che qui venivano realizzate, per la navigazione delle navi veneziane, ed altre venivano commissionate anche da sovrani stranieri, come il re del Portogallo Alfonso V. Il più stemma dei frati Camaldolesi.jpg120px-Canaletto%2C_San_Cristoforo%2C_San_Michele_and_Murano.jpg300px-FraMauroMap.jpgRe Alfonso V del Portogallo.jpgimportante di questi cartografi fu Frà Mauro,(nato a Murano e morto a Venezia nel 1460) di cui abbiamo già mostrato il famoso mappamondo. Egli era coadiuvato da Francesco di Cherso, monaco del Monastero, e dal notissimo cartografo Andrea Bianco.

Frà Mauro oltre che cartografo era anche cosmologo, e la sua geografia cercava di rispettare “le giuste proprozioni del mondo”. La Geografia dell’epoca poneva al centro del disco terrestre Gerusalemme, che rimane comunque il centro di ideale, ma per lui la densità di popolazione era  inversamente proporzionale: l’Occidente, più piccolo ma più abitato, e l’Oriente più grande, ma meno abitato.

cartografia di Frà Mauro.jpgancora cartografia di Frà Mauro.jpgIn questo modo il bacino del Mediterrano veniva spostato verso ovest dalla gran Massa Asiatica, e verso nord (anche se leggermente) dall’altrettanto vasta massa africana, che apparve finalmente circondata dall’acqua per cui circumnavigabile. Il frate quindi affermò: ” sensa alguna dubitation se può affermar che questa parte austral e de garbin sia navigabile e che quel mar indian sia oceano e non stagnon, e così afermano tuti queli che navegano quel mar e che habitano quele insule.

navigatore.jpgmissione sulla luna.jpgcratere dedicato a frà Mauro sulla luna.jpgLa cronaca narra che le coordinate per tracciare i percorsi del mappamondo venissero ricavate dalle informazioni che il frate raccoglieva dai navigatori veneziani.
masppa di Frà Mauro per Alfonso V.jpgUn leggenda popolare racconta che Fra Mauro realizzasse le sue mappe cartografiche sotto l’influsso di alcune visioni nei sogni notturni. Egli venne nominato” geographus incomparabilis ” dai membri del Consiglio, ed a lui è dedicato anche un cratere sulla luna che è stato uno degli obiettivi della spedizione Apollo 14.

Papa gregorio XVI.jpgmappa di Frà Mauro 1.jpgLe preziose mappe vennero conservate nell’Abbazia fino al 1811, poi vennero trasferite nelle Sale della Biblioteca Marciana, dove possono essere viste ed ammirate.

L’Abbazia ospitò anche Frà Bartolomeo Alberto Cappellari , (nato a Belluno nel 1765 e morto nel 1846), figlio di un fornaio, grande teologo, che entrò in convento col nome di Frà Mauro, e divenne noto poi per essere diventato Papa Gregorio XVI°, dopo essere stato Abate Generale dell’Ordine.

Nel 1807, con la caduta della Serenissima i frati abbandonarono l’isola per trasferirsi a San Gregorio di Celso a Roma, portando con sè tutti gli archivi e la preziosa biblioteca compiosta da 180 mila volumi e 36 mila codici manoscritti.

Silvio Pellico.jpgPietro Maroncelli.jpgNel 1815, con l’invasione austriaca, un convento divenne un carcere politico: qui vennero reclusi Pietro Maroncelli e Silvio Pellico, prima di finire ai Piombi.

Nel 1829 arrivarono i Padri Riformati che si presero cura, e continuano a farlo, del convento e dell’Abbazia.

immagine del cimitero.jpgCimitero.jpgcimitero monumentale.jpgVedremo in seguito come quest’isola, unita a quella di San Cristoforo della Pace divenne il Cimitero di Venezia, cimitero monumentale dove sono sepolti anche diversi personaggi della storia e dell’arte.