28/01/2012
Venezia ed i suoi gondolieri!

Dapprima definiti barcaioli o remeri, quando la gondola divenne il mezzo di trasporto più usato dai ricchi e nobili veneziani, venne coniato il termine "gondolieri". Ogni famiglia aristocratica aveva fra i suoi dipendenti il "gondoliere de casàda", che era ben pagato e che comunque era stabilmente a disposizione in ogni ora del giorno e dellal notte . Si prendeva cura della 
gondola, e conosceva segreti ed incontri di ogni componente della famiglia, comprese le relazioni ed i vizi ( gli incontri romantici avvenivano spesso sotto il "felze" chiuso, con soltanto un lumicino a rischiarare gli amanti clandestini e i giocatori incalliti).
Altri gondolieri invece si dedicavano al traghetto, trasportando da una riva all'altra del "Canalazzo" mercanti ed avventori, artigiani e lavoratori.

Barcaioli e gondolieri si ritrovavano sotto ua medesima organizzazione, chiamata "Fraglia dei barcaioli" (fratellanza dei barcaioli), che era suddivisa al suo interno da varie faglie di traghetto, ed i loro rappresentanti venivano chiamati "gastaldi ", i quali dovevano tenere i conti della fratellanza e presentarli alle autorità, oltre a far rispettare le regole stesse della fraglia.
La Mariegola (insieme di regole che guidavano le confraternite di tutti i mestieri) definiva ad esempio le disposizioni per il soccorso ai gondolieri poveri o malati, le varie tariffe sui trasporti, o le disposizioni in materia di ordine pubblico.

Le fraglie avevano anche il compito di affittare i "posti barca" ai gondolieri, e per questo dovevano pagare una piccola tassa allo Stato, chiamata "insensibile", e contribuire alla manutenzione ed allo scavo dei canali; la categoria inoltre doveva garantire una sorta di "protezione civile", ed alcuni dei suoi membri erano autorizzati a portare armi con licenza del Consiglio dei Dieci.


La corporazione dei gondolieri aveva come Scuola la chiesa di S. Silvestro, sotto la protezione di S. Giovanni Battista, luogo di riunione per discutere delle tariffe, delle assunzioni e della vita sociale della categoria, ed il mesgtiere generalmente era trasmesso di padre in figlio.
Mestiere unico ed i suoi protagonisti immortalati da grandi pittori in una realtà che era ed è unica al mondo: uno Stto che ha fatto partecipe della propria vita e della propria crescita ogni persona ed ogni categoria, creando unas coscienza civile che non è sicuramente comune in qualsiasi altro Stato nel mondo. Fantastica Serenissima!
Condividi su Facebook!
16:08 | Link permanente | Commenti (0) | |
Stampa |
23/01/2012
Arlecchino, dalle origini ai mille colori del Carnevale a Venezia
Delle maschere più famose, proposte dal grande autore veneziano Carlo Godoni, figura Arlecchino: nato nel bergamasco e dipinto come un servitore sciocco, ma rivalutato proprio dal grandissimo commediografo veneziano che lo ripropose come figura sveglia, fuba, maliziosa e vincente: quasi diabilica ..legata quindi alla sua origine.
Arlecchino nasce dalla "contaminazione" dello Zanni maschera di origine bergamasca con l'antico demone ctonio (cioè demone riguardante la terra), poichè questo era il nome di questo demone. Nel XII secolo Orderico Vitale nella sua " Historia Ecclesiastica" racconta dell'apparizione di una "familia Harlechini" cioè una processione di anime 


morte guidate da un demone gigantesco.
Dante Alighieri evoca l'Alichino nell'inferno della sua divina Commedia, il quale appare come capo di una schiatta diabolica.
La nera maschera stessa che Arlecchino porta sul volto conserva un ghigno demoniaco.Il nome stesso deriverebbe dal germanico Holie Honig (re dell'inferno), trasformato poi in Hellekin, quindi in Harlequin. In tutta l'Europa centro settentrionale c'era la credenza pagana che nel periodo invernale, in occasione di ricorrenze
particolari come la notte di Valpurga si svolgesse una caccia selvaggia composta di spiriti dannati.


Col tempo l'aspetto e il significato demoniaco diventano sempre meno importanti, e Arlecchino diventa lo Zanni un pò imbranato, quasi suonato: Son Arlechin batòcio, orbo de na recia e sordo de un'ocio " (batocio inteso come batacchio della campana), a volte furbo, a volte sciocco, come potevano essere i servi nelle commedie di Plauto.
Arlecchino approda quindi alla commedia dell'arte: il primo conosciuto fu Alberto Naselli, conosciuto come Zan Ganassa, nella seconda metà del 1500, seguì poi Tristano Martinelli, nel 1600, il cui ritratto nelle gallerie dell'Accademia di Venezia assomiglia in modo inquietante al grande commediografo ed attore Eduardo del Filippo.

Altri Arlecchini importanti furono Dominique Biancolelli,Evaristo Gherardi, Carlo Bertinazzi, Tommaso Visentini, ed in seguito Antonio Sacco, che per primo recitò nelle commedie del Goldoni e poi in quelle di Carlo Gozzi Gli ultimi grandi e famosi Arlecchini: Marcello Moretti e il grande Ferruccio Soleri.
Furbo, sempre affamato, un pò imbroglione, tuttofare, questa maschera carica di brio è uscito ormai dalla Commedia dell'Arte e sembra aver preso una vita tutta propria, la capacità di esprimere l'arguzia, l'allegria, la trasgressione e, con il suo costume fatto di pezze colorate come le mille sfaccettature 


dell'animo umano l'immagine stessa del Carnevale.
Condividi su Facebook!
19:50 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: arlecchino, maschera, demone, carnevale, venezia | |
Stampa |
21/01/2012
Scoperte di tesori d'arte sotto i capolavori a Palazzo Ducale a Venezia

Nel 1903 gli addetti alla conservazione delle opere artistiche di Palazzo Ducale a Venezia, consapevoli dell'usura a cui era sottoposto l'enorme quadro del "Paradiso" del Tintoretto, decisero di rimuoverlo per poterlo restaurare; una volta rimossa l'enorme tela ai loro occhi apparve un affresco: un assoluto capolavoro della pittura gotica di Venezia: l'incoronazione della Vergine del Guariento.
Egli era il più noto artista di Padova, pittore di corte dei Carraresi. Nato verso il 1310, già nel 1338 era riconosciuto "maestro", in un'epoca in cui era ancora vivissimo il ricordo di Giotto, che aveva ultimato in quella città la Cappella degli Scrovegni nel 1306.
Nel 1351 aveva già dipinto un affresco di "Incoronazione della Vergine" nella chiesa di S. Agostino a Padova e poco dopo avrebbe decorato la Cappella dei Carraresi, di cui resta una bellissima schiera di Angeli sulla tavola, nella quale, distaccandosi da Giotto, l'artista è ancora più sensibile alla pittura veneziana di antica tradizione bizantina.
L'affresco di Palazzo Ducale è di circa venti metri di larghezza, doveva avere un'incantevole profusione di ornamenti d'oro e d'argento, che culminavano in un'immensa costruzione di figure di Santi, di aureole, di schiere angeliche, di vari colori secondo il grado gerarchico, legate assieme oltre che dagli stalli anche dai grandi cartigli nei quali i profeti, i santi e gli angeli indicavano i motivi di gloria della Vergine, secondo la cultura del tempo, con profusione di lussuosa eleganza nelle vesti, in un'atmosfera di liricità composta e pensosa.
L'affresco era stato nominato anche dal Sansovino " Il cielo compartito a quadretti d'oro ripieni di stelle"; il Pallucchini commentava: dopo la
decorazione musiva di San Marco , è questo il primo gaudioso tentativo di decorare a Venezia una grande superficie, e non più a mosaico, ma ad affresco".
L'opera venne compiuta dal 1365 al 1368, e ricopriva la parete di fondo della Sala, nella medesima posizione dove fu appunto posto(dopo l'incendio del 1577 che in parte lo danneggiò) il Paradiso del Tintoretto, nel 1590.
Il soggetto del Guariento è lo stesso preso due secoli più tardi dal Tintoretto e rappresenta " L'incoronazione della Vergine e la corona celeste". Sotto il Trono della Vergine vi erano dei versi, ora quasi illeggibili, che Dante Alighieri avrebbe dettato per questo tipo di composizione tanto diffuso nel trecento:
"L'Amor che mosse già l'eterno Padre
Per figlia haver de sua deità trina
Chostei che fu del Suo Figliol poi madre
De l'universo qui fa la Regina"
I versi richiamano l'inizio del Canto XXXIII del Paradiso del Sommo Poeta, e sono a commento dell'incoronazione della Vergine da parte di Cristo in un alto trono, attorno al quale si trovano gli evangelisti con angeli, musicanti, serafini, cherubini, profeti, apostoli, martiri e santi in una speciale distribuzione di scanni a schiera, secondo gli ordini delle varie gerarchie.
Ciò che si è potuto salvare di tale capolavoro si trova in una stanza adiacente alla Stanza del Maggior Consiglio, e si può ammirare in tutto il suo splendore, enigma ed arte unica a Palazzo Ducale..piccola parte di tutti i tesori artistici che rendono unico questo Palazzo e la città di cui è emblema.
Condividi su Facebook!
16:46 | Link permanente | Commenti (0) | Tag: guariento, incoronazione della vergine, palaszzo ducale, tintoretto, venezia, venezia nascosta | |
Stampa |
17/01/2012
Il gioco del calcio a Venezia

La passione del gioco del pallone faceva parte dei divertimenti e di eventuali sfide tra Sestieri a Venezia. I Nobili veneziani (probabilmente "contagiati" dal calcio fiorentino ) si sfidano in partite epiche dapprima in Campo S. Giacomo dell'Orio, per poi, viste le condizioni del prato pieno di erbacce ed incolto, si trasferirono in Campo dei Gesuiti a Cannaregio.
Il gioco e gli spettatori -tifosi creavano però schiamazzi e strepiti, e la presenza delle scuole nelle vicinanze il Consiglio dei Dieci, il 7 Aprile del 1711 ne proibì la pratica. Allora i giocatori ritornarono nel vecchio Campo, facendolo selciare a proprie spese.
Dai nobili la febbre del pallone aveva preso con il tempo anche il popolo che diede vita a sfide a volte 

cruente che provocarono la morte a causa di una pallonata di tale Luca orese (orefice) nel luglio del 1581, e Giandomenico Franco nel maggio del 1583.

Tali partite si svolgevano in campi minori, come alle Chiovere, o nel Campo dei Nicoli a Castello, o nelle corti grandi della Giudecca. Per l'occasione i tetti delle case che si affacciavano sul campo venivano ricoperti da tavole per far eventualmente ricadere meglio il pallone nel campo da gioco, ed intorno venivano poste delle panche o a volte anche delle gradinate per il pubblico.
Le partite ed i tornei erano organizzati da imprenditori che si potevano rifare affittando i posti a sedere agli spettatori e ricevendo anche un obolo dagli abitanti delle case attorno poichè gli abitanti erano veramente felici di assistere a quegli eventi.
Come ai giorni nostri ferveva tutt'intorno una frenetica pratica di scommesse, chiamate "pirie", e a volte venivano ingaggiati giocatori provenienti da altre città, accrescendo l'entusiasmo e l'interesse dei veneziani.
Certamente Venezia era una grande Repubblica, aperta a tutte le opportunità e alle novità che provenivano da altri Stati, e considerato lo spirito giocoso, disincantato e pronto allo svago dei suoi abitanti a Venezia ci si divertiva, era una città-Stato dinamica e brillante. Non ci resta altro che sperare ad un ritorno della nostra gloriosa squadra in Serie A per poter ancora tifare i nostri amati arancio-nero-verdi!!
Condividi su Facebook!
18:39 | Link permanente | Commenti (0) | |
Stampa |
13/01/2012
I maestosi, alchemici ed esoterici leoni di Venezia.


L'effige del Leone, simbolo di S. Marco e della Serenissima, si può trovare un pò dappertutto a Venezia: il classico leone alato che regge con la zampa il libro con la scritta " pax tibi Marce, evangelista meus", innanzi tutto proprio a Palazzo Ducale, sulla Porta della Carta, o sulla torre dell'orologio, nella piazzetta dei Leoni, quindi, da chimera trasformato in leone sulla colonna dedicata a S. Marco.
Per un certo periodo la Serenissima ospitò dei leoni in carne ed ossa, ospitati in palazzi privati o addirittura in edifici pubblici: il 12 settembre 1316 una leonessa, ricoverata in una gabbia nel cortile di Palazzo Ducale partorì dei piccoli, destando grande gioia e scalpore nella città che vide in quell'evento un buon auspicio per le sorti della Repubblica.
IN Piazza S. Marco veniva tenuto in una gabbia doraata un leone vivo, ma questi morì sembra avvelenato dalle dorature delle sbarre. Durante il
Carnevale del 1762 venne esposto un leone vivo, sempre in Piazza S. Marco, diventato famoso perchè ritratto da Pietro Longhi nel suo quadro "Il casotto del leone", conservato ora nella pinacoteca della fondazione Querini Stampalia, circondato da cani mascherati e sicuramente ammaestrati.
Questo simbolo è stato raffigurato rampante, cioè di profilo, in moleca ( granchio nel periodo della muta del carapace)cioè seduto di fronte, accosciato, con le ali spiegate a ventaglio, vessillifero, cioè recante la bandiera della serenissima, visto di profilo.
Uno dei Leoni in Moleca più famosi è quello che sul campanile di S. Aponal sorge dalle acque, a significare la supremazia di Venezia nei mari europei, conservato ora, assieme ad altre raffigurazioni nel Museo Correr, un altro nell'appartamento del Doge, a Palazzo Ducale (XV secolo)
L'immagine classica del Leone veniva raffigurata con
il libro aperto in tempo di pace, e chiuso in tempo di guerra, mentre il leone sguaina una spada.
Altri possenti ed imponenti sono collocati davanti all'ingresso dell'Arsenale, e 

di questi uno porta delle scritte runiche, ora molto consumate, ( legato ad una leggenda abbastanza conosciuta a Venezia, che vi ho già raccontato) , statue portate dalla Grecia da Francesco Morosini, uno siede placidamente in Campo Manin, altero in tutt la sua regale maestosità, ed infine un altro si può ammirare a Palazzo Ferro 
Fini.
Altri due leoni sono collocati sul portale del campanile di S. Polo, uno dei quali è aggredito al collo da un biscione, ispirati, sembra, da un monito che il Consiglio dei Dieci pose a tutti coloro che tradivano Venezia, qualcuno dice in occasione della decapitazione di Marin Faliero, altri (ed io sono tra quelle), visto il simbolismo 

del biscione, pensano che si trattasse dell'esecuzione capitale del Conte di Carmagnola ( a questo argomento ho dedicato un post qualche tempo fa).
Altri due leoni medievali si trovano sul muro di una casa al traghetto di S. Tomà, mentre lottano e distruggono serpenti e draghi, ed infine, sul pluteo della Cattedrale di Torcello sostengono l'albero della vita, assumendo quindi, nel linguaggio del bestiario alchemico una particolare importanza, visdta la propensione esotereica della città.
Venezia ed il suo simbolo, i Leoni, che comunque i veneziani ed anche i veneti in genere continuano a "porre di guardia" sopra pilastri di cancelli, o nei giardini...maestosi e formidabili nella loro regalità e potenza...simboli sempre vivi per i figli di questa terra e di questa grandissima Repubblica.
Condividi su Facebook!
22:00 | Link permanente | Commenti (0) | |
Stampa |










